mercoledì 19 febbraio 2014

#PagineCritiche - Niente stoffe leggere: un saggio di formazione

Niente stoffe leggere
di Domenico Calcaterra
Meligrana Editore, 2013

ebook € 3,99



«La critica è una spazzola che non si può usare sulle stoffe leggere, o si porterebbe via tutto»: parte da questa citazione balzachiana lo spunto per la raccolta di articoli e brevi saggi di Domenico Calcaterra, Niente stoffe leggere. La critica letteraria come mezzo per trarre dalle claustrofobiche stanze dello specialismo la letteratura essere vitale che all’esistenza – nella sua accezione più quotidiana – aspira a tornare: è questa l’idea guida, e il percorso personale, che spinge lo studioso siciliano. E l’autore fin dall’inizio vuole tener fede al suo proposito facendo scelte decise e chiare: scagliandosi, ad esempio, contro un certo realismo di maniera che, nel tentativo di trovare l’opera mondo che racconti alla perfezione gli anni del berlusconismo, si fa vuota ripetizione di stilemi anche ideologici (ben riuscita la stroncatura al libro Dove eravate tutti di di Paolo). Al contrario mostra maggiore propensione verso la narrazione straniata e dunque non perfettamente realista che, grazie al suo sguardo laterale, riesce a sfuggire ad un incombente e quanto mai pervasivo pensiero unico, nella convinzione che «la Medusa può essere smascherata, sconfitta, dunque esorcizzata, anche e soprattutto grazie al ricorrere a uno sguardo traverso, per così dire strabico» (p. 30). Calcaterra, però non si ferma ad una semplice dichiarazione astratta, ma propone un piccolo canone: Il corridoio di legno di Giorgio Manacorda (Voland, 2012), La casa del sollievo mentale di Francesco Permunian (Nutrimenti, 2011), Le sorelle Soffici di Pierpaolo Vettori (Elliot, 2012), La gallina di Fabrizio Ottaviani (Marsilio, 2011), Il trono vuoto di Roberto Andò (Bompiani, 2012). Proditorio perché è un raro tentativo di messa a sistema della contemporaneità, una ricerca di senso nell’esondazione di pubblicazioni, che ha come rotta «la responsabilità, per il critico militante, di una necessaria verifica dei valori odierni sulla scorta di quelli passati»: mantenendosi quindi fedele alla stella polare dell’insegnamento di Luigi Baldacci e Massimo Onofri.
Anche dal punto di vista della critica, l’attenzione dell’autore si concentra su quei personaggi più legati alla semplicità dell’analisi e non ad architetture metodologiche monumentali, d’accordo con il già citato Baldacci che il miglior metodo sia «il libero e istintivo disporsi, a seconda della materia affrontata, ad un eclettismo di metodo, di volta in volta ricalibrato» (p. 104). Al critico toscano vanno aggiunti, tra i numi tutelari di Calcaterra Consolo e Borgese, ma anche critici ancor più prossimi come il Caterini de Il principe è morto cantando e Giuseppe Giglio. Cultori, questi ultimi, di due filoni molto produttivi che  la contemporanietà va riscoprendo: «quello incentrato su propositi d’autobiografia intellettuale e le ricostruzioni genealogiche rintracciabili entro un’allargata humus culturale di contiguità.» (p. 75) Genealogie intellettuali e autobiografie critiche, ma anche il tentativo di costruire una controstoria italiana, disincantata e anti retorica come il molto presente Onofri.

Ciò che stupisce di questa raccolta è la forma già precisa che il pensiero dell’autore ha conquistato, la coerenza di analisi che tende alla «massima obiettività nel massimo trasporto individuale» (p. 67): un’impostazione che è figlia di ben esplicitati genitori. Ed è forse questa la pecca che in alcuni pezzi si può riscontrare: un eccesso di debiti da saldare, insieme ad un certo accademismo. La lucidità di pensiero c’è, come anche la padronanza dello stile, eppure in alcuni suoi scritti c’è un’eco, un riverbero fastidioso. Aspetto questo che però si affievolisce in maniera drastica quando fa irruzione l’autobiografismo, come nel toccante pezzo su Perriera o nelle stroncature o, ancora, quando sceglie libri inaspettati (per esempio il romanzo di Gene Gnocchi) come esempi di originale sguardo sul mondo. Niente stoffe leggere ha dunque la fisionomia di un percorso di crescita, quasi di un rito di passaggio: dalla gratitudine onesta e composta, ad una maturità sciolta e liberata. Un “saggio di formazione”.

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