giovedì 27 febbraio 2014

Vita di una ragazza schiava raccontata da lei medesima: l'odissea di una donna nell'America schiavista


Vita di una ragazza schiava raccontata da lei medesima
di Harriet Jacobs
a cura di S. Antonelli
Donzelli, 2004

€ 22
pp. XXXV - 251

Tra le opere comunemente riconosciute come slave narrative, ve ne è una per molti aspetti più interessante delle altre, nel senso di originale e controversa, che dopo un’iniziale diffidenza circa la veridicità del racconto solo la critica novecentesca ha saputo rivalutare ed inserire a pieno titolo non solo nel genere sopracitato ma nel canone dei classici americani. L’opera in questione, che sottolineiamo fin d’ora non è un romanzo ma un’autobiografia, è Incidents in the life of a slave girl di Harriet Jacobs, racconto dell’esperienza della giovane ragazza schiava fuggita a Nord per sottrarsi alla violenza del padrone e trovare la libertà. Il libro viene pubblicato nel 1861, anno che vede gli Stati Uniti divisi nei combattimenti della Guerra Civile tra Unione e Confederazione; un momento storico difficile, che porta all’attenzione nazionale il problema controverso della schiavitù su cui si discuteva già da tempo (il movimento abolizionista nasce intorno agli anni Trenta del secolo) ma che ora diviene centrale nel tentativo di riunificare un paese attraversato da profonde differenze non solo economiche ma anche culturali e porre le basi per una nazione coesa e capace di riconoscere a tutti i suoi membri quei diritti inalienabili dell’uomo base dell’ideologia statunitense, primo fra tutti la libertà. Se infatti la tratta degli schiavi era stata abolita dal 1808, come è noto la condizione di schiavitù (oltretutto stato ereditario) resiste negli Stati Uniti fino appunto alla fine della Guerra Civile quando il Congresso approva quel tredicesimo emendamento fortemente voluto dal presidente Lincoln (assassinato proprio nel ’65 da un sostenitore dello schiavismo) che pone fine per sempre alla schiavitù (ma non purtroppo alla segregazione che assume ora impronta marcatamente razziale e che come sappiamo richiederà un lungo processo per arrivare alla conquista dei diritti civili).

La slave narrative quindi, anche nelle sue forme più romanzesche, è ancora oggi testimonianza importante di un sistema che per due secoli ha sottomesso, umiliato e brutalizzato donne, uomini e bambini e come genere letterario ha quindi un enorme valore storico; parte di quei testi sono nel tempo diventati classici della letteratura americana, basti pensare a La capanna dello zio Tom[1] di Harriet Beecher Stowe o a Memorie di uno schiavo fuggiasco[2] l’autobiografia di Frederick Douglass.

Ma come si accennava, l’opera della Jacobs ha caratteristiche peculiari che in un primo momento ne mettevano in dubbio l’autenticità stessa e in seguito la identificano come slave narrative ma ponendola anche in dialogo con classici della narrativa americana ed europea, quali Moby Dick[3] e la Lettera Scarlatta[4] ma anche Pamela[5] e Clarissa.

Ambientata nel North Carolina, l’opera è innanzitutto un’autobiografia ma scritta sotto lo pseudonimo di Linda Brent e anche i nomi degli altri protagonisti della vicenda sono fittizi, allo scopo di tutelare l’autrice e le persone care da ripercussioni: ricordiamo infatti che nel 1850 era stata approvata la legge sugli schiavi fuggiaschi in base alla quale essi potevano essere denunciati e catturati per venire quindi riportati al Sud dai propri padroni; inoltre la scelta di celare dietro pseudonimi i personaggi del racconto rivela ovviamente anche l’intento di preservare l’anonimato dell’autrice sul proprio passato (anche se in realtà ben presto diviene nota la vera identità di Linda Brent). A prefazione dell’opera sono posti due brevi scritti di Linda/Harriet e della curatrice Lydia Maria Child intellettuale, abolizionista e attivista per i diritti femminili, che sostengono la veridicità dei fatti narrati. E proprio la paternità dello scritto è il primo punto messo in discussione dai lettori del tempo: molte opere di questo genere spesso venivano scritte da ghost writer o editate da abolizionisti del Nord e accusate dai Sudisti di essere mera invenzione per calunniare il sistema schiavista; a lungo quindi la Child è stata considerata la reale autrice dell’opera e solo di recente nel 1987, dopo gli studi critici inaugurati con la pubblicazione di una nuova edizione curata da Jean Fagan Yellin per la Harvard University Press, si è accettato che Harriet Jacobs ha realmente scritto il testo cui la Child ha contributo dal solo punto di vista editoriale e che quindi più in generale l’opera è autobiografica seppur attraversata da elementi romanzeschi. Dalla prefazione inoltre emerge immediatamente anche un altro elemento molto interessante, ossia il pubblico di lettori a cui l’opera fa appello: le donne libere del Nord. La Jacobs si rivolge direttamente qui e in diverse occasioni durante il racconto a quelle sorelle bianche che vivono nel Nord libero e non conoscono il dramma terribile della condizione di schiava, ponendo quindi l’attenzione su un aspetto particolare di questa autobiografia/denuncia ossia lo stato di una donna schiava, per molti aspetti diversa e ancor più brutale della stessa condizione maschile:
Per me sarebbe stato molto meglio non dire nulla della mia storia […] ma desidero ardentemente spingere le donne del nord a conoscere la condizione di due milioni di donne del sud ancora in catene; donne che soffrono quel che io ho sofferto e molte ancora di peggio.
A quelle donne libere che non conoscono questo tipo di sofferenze per se e per i propri figli, la Jacobs rivolge il suo appello accorato affinché provino pena per le sorelle schiave e spingano gli uomini ad aprire gli occhi sulla realtà del Sud e porre fine a questo stato di cose. Può apparire assurdo ma in effetti l’opinione pubblica era in questi anni ancora divisa sulla questione della schiavitù: spesso al Nordista che si recava per un breve soggiorno negli stati del Sud – e che quindi al suo ritorno faceva rapporto sulla situazione economico sociale- venivano celati gli aspetti più brutali dello schiavismo che anzi veniva presentato come un modello sociale positivo in cui il padrone si occupa dei suoi schiavi come un buon padre; non di rado poteva capitare inoltre che le giovani donne del Nord che sposavano un Sudista e qui si trasferivano nel giro di poco tempo divenivano complici del sistema, forse per timore di perdere l’autorità domestica sugli schiavi o la benevolenza del marito, ciò non di meno anche loro finivano col tacere delle crudeltà di questo mondo. Quest’ultimo aspetto, il rapporto della signora con le schiave, vedremo essere una parte molto importante del racconto della Jacobs.

Il punto focale della narrazione è quindi la tortura psicologica cui Linda - e le donne schiave come lei - è costretta fin dalla prima adolescenza: se nei primi anni di vita non aveva mai pensato di essere una merce, con la morte dei genitori (entrambi schiavi) e della prima gentile padrona che le aveva insegnato a leggere e scrivere (fatto piuttosto inusuale), Linda diviene la schiava di una bambina di soli 5 anni ma di fatto il suo padrone-aguzzino è il padre, il dottor Flint, il quale negli anni riversa nelle orecchie della giovane le frasi più oscene nel tentativo di corromperla. Linda ne è disgustata e, profondamente aggrappata alla propria morale, cerca di resistere ai volgari tentativi dell’uomo che non passa giorno senza ricordarle di essere «fatta per il suo uso e per obbedire ai suoi ordini in ogni cosa» mera merce in balia degli umori del crudele padrone ma determinata fino all’ultimo a non farsi sconfiggere e a perdere la propria identità. A differenze di altre più sfortunate schiave, dal racconto di Linda non paiono trapelare atti di violenza carnale ad opera del dottor Flint o in seguito del figlio di lui, ma la costante violenza psicologica che è costretta a subire lasciano un segno profondo dentro di lei, cicatrici che come quelle più visibili saranno difficili da curare e delle quali tace perfino all’amatissima nonna materna che, conquistata finalmente la libertà e godendo di un certo rispetto nella comunità, da sempre si occupa di lei e sarebbe capace di commettere qualche avventatezza se solo sapesse gli abusi di cui la nipote è vittima. Il rapporto tra il padrone e le sue schiave è in questo sistema spesso crudele e i figli che vengono messi al mondo diventano schiavi a loro volta, in quanto per legge seguono la condizione della madre; i padri-padroni li trattano come merce al pari degli altri schiavi in loro possesso e le mogli bianche si sforzano di ignorare che quel bambino mulatto sia nato dai voti matrimoniali infranti – e tante volte dalla violenza- dell’uomo con cui condividono la casa. Il rapporto quindi tra la signora e le schiave inevitabilmente diviene difficile, basato su gelosia e diffidenza e anche la signora Flint è rosa dal dubbio al punto che Linda arriva a temere per la propria vita stessa. La situazione di corruzione in cui le schiave crescono è estremamente oscena e finisce per avvelenare anche i figli e le figlie del padrone, al corrente del comportamento del padre.

Di fronte al pericolo, Linda sceglie quindi di prendere una decisione estrema: un gentiluomo bianco non sposato, Mr Sands, viene a sapere della sua disperata condizione ed esprime il desiderio di aiutarla; la ragazza, grata per la gentilezza dimostrata nei suoi confronti si invaghisce dell’uomo ma contemporaneamente il sentimento sincero si mescola al desiderio di vendetta verso il dottor Flint, così per ottenere protezione da Sands si fa mettere incinta.
Gradualmente nel mio cuore si insinuò un sentimento più affettuoso. Era un uomo colto ed eloquente, troppo eloquente, ahimè, per la povera ragazza schiava che credeva in lui. […] Vendetta e calcolo si aggiunsero alla vanità compiaciuta e alla sincera gratitudine per la gentilezza.
Ma la furia di Flint è implacabile e rifiuta determinato di vendere la ragazza giurando che sarà sua schiava per sempre; Linda, sola e delusa da se stessa, rimane incinta di Sands per la seconda volta e inevitabilmente alla gioia naturale dell’essere madre si intreccia l’amarezza sapendo che i suoi bambini, Ellen e Benjamin, saranno un giorno schiavi a loro volta. Il desiderio di libertà si fa sempre più acuto: quando i bambini vengono portati alla piantagione del crudele figlio del dottor Flint dove anche lei si trova da qualche tempo come punizione, sente essere arrivato il momento di spezzare una volta per tutte queste catene. Dopo un ultimo sguardo ai suoi bambini, fugge nella notte dopo essersi assicurata che Ellen e Benjamin sono stati comprati dal loro padre. Da qui la durissima lotta per sfuggire ai padroni che non smettono di cercarla, la prigionia volontaria in un nascondiglio nella casa della nonna, la pena per il destino dei propri figli e del fratello William fuggito a Nord, e infine il pericoloso viaggio verso gli Stati liberi dove trovare il modo di sfuggire una volta per tutte alle grinfie di Flint e ricongiungersi con i propri figli.

È il racconto di una vita difficile, di colpe e soprusi, sofferenza e umiliazioni che la Jacobs ricostruisce con pudore ed onestà allo scopo di farsi testimone degli inganni e cattiverie della grande macchina schiavista, che allunga la sua mano anche negli stati liberi del Nord dove la già citata legge sui fuggiaschi permette che uno schiavo venga riconsegnato «dai mastini del nord ai mastini del sud» complici ed ugualmente colpevoli del clima di terrore in cui un nero si trova a vivere (e a tal proposito come non citare l’ultimo capolavoro di Steve McQueen, 12 years slave, sulla discesa agli inferi del nero libero Solomon Northup costretto con l’inganno a diventare schiavo).

Raccontare la schiavitù, quando la si è finalmente lasciata nel proprio passato, è quindi un atto difficile che richiede coraggio e che l’autrice riesce a fare grazie all’aiuto della Child mediante un’autobiografia dal forte sapore letterario, in cui la scrittura così pura e immediata si sposa perfettamente con il pudore nel raccontare anche quegli aspetti meno edificanti della propria storia: la degradazione allo scopo di ottenere protezione che è insieme gesto folle e atto di ribellione per il desiderio di rivendicare il possesso su sé stessa, il proprio corpo e i propri sentimenti; la lunga snervante auto prigionia e la straordinaria forza di volontà fisica e morale che questa ha richiesto nella sopportazione del dolore fisico e interiore mentre osserva impotente la sofferenza dei propri cari, la malattia, il lutto. Un viaggio che non è solo affrancamento dalla schiavitù ma anche lotta per non perdere la propria identità sotto la brutalità del sistema e che la porta a riflettere sui rapporti schiavo-padrone ma anche su aspetti diversi di questo mondo: le contraddizioni della fede cristiana che sposa messaggio religioso e pratica della schiavitù in un assurdo sistema volto a legittimare questo stato; l’ipocrisia e la gelosia delle mogli di fronte agli abusi dei mariti; i sentimenti contrastanti nell’animo di una madre schiava; l’incontro al Nord con la discriminazione basata sulla razza; e bianchi poveri che sfogano la loro frustrazione per mezzo delle perquisizioni nelle case dei neri che sfociano in violenza, saccheggi, umiliazioni, accecati da un briciolo di potere finalmente nelle loro mani ma incapaci di capire che il potere che calpesta i neri è lo stesso che li costringe nell’ignoranza e nella miseria.

Ma soprattutto traspaiono tutte le contraddizioni di una nazione che nega i propri principi fondatori, incapace di prendersi cura dei suoi figli e di proteggerli da un sistema crudele di cui troppi sono complici entro il quale la voce degli abolizionisti appare troppo debole per poter vincere contro la rete dello schiavismo. La storia ci insegna che questa lunga battaglia è stata vinta, grazie al coraggio di donne e uomini neri e dei loro fratelli e sorelle bianchi, una lotta in cui l’importanza della slave narrative a fianco di libelli e dibattiti non va dimenticata.

Debora Lambruschini 



[1] Titolo originale Uncle Tom’s cabin, prima pubblicazione 1852
[2] Narrative of the life of Frederick Douglass, an American Slave (1845)
[3] Moby Dick, H. Melville (1851)
[4] The Scarlet Letter, N. Hawthorne (1850)
[5] Pamela (1740) e Clarissa (1748), Richardson

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