sabato 22 febbraio 2014

Antonio Machado, un omaggio a settantacinque anni dalla morte



Nadie es más que nadie, porque - y éste es el más hondo sentido de la frase -, por mucho que valga un hombre, nunca tendrá valor más alto que el valor de ser hombre. (17)

Antonio Machado scrive queste parole nel 1936, quando la Guerra Civile è appena iniziata e Madrid si prepara ad una lunga resistenza. Siamo all'inizio di quel succedersi di eventi storici che culminano con la II Guerra Mondiale e l'Olocausto nazista; inevitabile quindi intravedere una relazione, suggestiva più che reale, con i versi di Primo Levi: “Considerate se questo è un uomo”. Dubito che lo scrittore torinese conoscesse il volumetto La guerra di Antonio Machado, ultima pubblicazione in vita del poeta sivigliano. Ciononostante, è innegabile che la temperie storica e l'esperienza che li travolse, seppur considerando le dovute differenze, fu inenarrabile, ineffabile, ancorata a quella dimensione del linguaggio che è difficile da rendere intellegibile. 

È la disumanizzazione la cifra di quanto successe in Europa tra il 1936 e il 1945, a cominciare dalla Spagna che giustamente viene definita «ensayo y prólogo» di quanto avvenne dopo nel resto del Continente. La svalorizzazione, completa, totale, definitiva, dell'essere umano in quanto tale. La differenza che esiste tra corpi senza più vita, eppur vivi: muslim li chiamava Levi, homo sacer li definì negli anni Giorgio Agamben, forse il filosofo che più di altri riuscì a dare un senso alla filosofia dopo Auschwitz. 

La follia nazista portò agli estremi il disprezzo per il «ser hombre» e lo fece diventare un'industria, lo modernizzò. Riuscì ad eliminare dai corpi di milioni di uomini e donne qualsiasi traccia di umanità, tolse loro nome e cognome, la cittadinanza, ogni documento. Ne fece saponette. 

Antonio Machado non visse abbastanza a lungo per vedere con i propri occhi fino a che punto la barbarie umana è stata in grado di spingersi. Ma era ben consapevole del fatto che quelle bombe che stavano martoriando Madrid e Barcellona, uccidendo migliaia di persone, civili, innocenti, che nulla potevano contro i Fiat di Mussolini, erano solo l'inizio di qualcosa di più grande: una esplosione di orrore, devastazione e morte. Machado si spense, settantacinque anni fa come oggi, a Coillure, un piccolo villaggio poco dopo la frontiera tra Francia e Spagna. Era lì di passaggio: come molti altri, alla fine di gennaio del 1939, dopo la caduta di Barcellona, aveva preso la via dell'esilio. E nella sua fuga sta tutta la tragedia della Spagna del primo Novecento. 

Di quel viaggio è particolarmente toccante il ricordo di María Zambrano, che durante la sua fuga, in automobile, vide un vecchio, stanco, disilluso e appiedato poeta che stava per attraversare, da solo, la frontiera. La filosofa, allieva di Ortega y Gasset, scese dalla sua automobile ed entrò in Francia sorreggendo Antonio Machado. 

Nel 2010, a corollario di questa storia drammatica, la studiosa Monique Alonso rinvenne una lettera proveniente dall'Università di Cambridge e diretta al poeta nella quale gli veniva offerto un posto nel suo rettorato. La lettera giunse a destinazione il giorno dopo il funerale di Machado.

Alessio Piras

1 commenti:

Anonimo

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