mercoledì 8 gennaio 2014

"Shangri-la" di Mitchell Zuckoff



 Shangri-La 
di Mitchell Zuckoff
traduzione di Fabrizia Fossati
Milano, True Piemme, 2013


È il 13 maggio del 1945. Un aereo militare statunitense, in volo da New York, con a bordo 24 persone d’equipaggio, precipita in una zona selvaggia e sconosciuta in Nuova Guinea. Lo schianto è terribile; il dramma per molti di loro si è già compiuto.
Ai cinque superstiti bastano pochi istanti per comprendere la portata della tragedia. Ma con le poche forze rimaste devono lottare per sopravvivere in un ambiente ostile: non c’è tempo per il dolore.
Ma di lì a poco rimarranno solo in tre: troppo drammatiche le condizioni di salute di Laura ed Eleonor, le due ausiliarie che con tanto entusiasmo si erano arruolate nel Women’s Army Corps; rimangono in vita il caporale Margaret Hastings, il luogotenente McCollom  e il maggiore Decker; in un turbinio di tensione emotiva e di sconcerto, inizia per i tre protagonisti un viaggio difficile e assolutamente imprevedibile verso la salvezza.
In un’altra parte del mondo il 13 maggio è il giorno della preghiera. La giornata in cui ricorre la festività della mamma, periodo in cui anche la stagione è mutata, rendendo la natura rigogliosa e accogliente. Altri luoghi, altre situazioni di vita, altre esigenze che appaiono in uno stridente contrasto con ciò che invece accade qui, in questa Valle Perduta, ribattezzata Shangri-La:

Nella parte nord-occidentale scompariva in un enorme anfratto della montagna, una sorta di grotta naturale, il cui arco si innalzava di circa novanta metri sul terreno circostante. Al di là di qualche albero, la valle era ricoperta dalla Kunai, un’erba alta e tagliente che in alcuni punti arrivava fino al petto. La vera sorpresa  (era) […] la  bellezza mozzafiato del luogo.[1]

 I superstiti debbono combattere per sperare nella sopravvivenza; Margaret riporta gravissime ustioni alle gambe; miracolosamente riesce a reggersi in piedi, pur se a fatica, ma ha bisogno urgente di medicazioni. Tra i rottami dell’aereo i due compagni riescono a trovare una cassetta di pronto soccorso, ma non basta certo a salvarla dalla cancrena …
I tre si rendono ben presto conto che l’unica possibilità di sopravvivenza è allontanarsi dal luogo dello schianto, impossibile da avvistare dall’alto, nascosto com’è tra il folto della giungla. Ma dove si trovano esattamente? Come fare per farsi avvistare da altri veicoli di passaggio? Non hanno viveri e l’unica soluzione è di farsi strada in quella silenziosa giungla, in quel territorio isolato che appare ai loro occhi impossibile da attraversare. A un certo punto il percorso riserva una sorpresa decisamente inquietante.

McCollom osservò che gli indigeni stavano allineandosi dietro a un grande tronco caduto ad una ventina di metri di distanza. Secondo i suoi calcoli erano una quarantina, tutti maschi adulti. Margaret, in preda al panico, ne contò oltre un centinaio. Sulle spalle portavano delle asce di pietra aguzze e minacciose. Uno stringeva una lancia lunga e robusta. Le tremavano le mani. […] Aveva il cuore in gola. Il sorriso tirato. Decker sospirò: «Speriamo che almeno ci diano da mangiare prima di ucciderci…». McCollom si girò di scatto. Più che altro incredulo. Di colpo ci fu silenzio.[2]

Sono indigeni dalla pelle scura e dai corpi resi lucidi dal “grasso di maiale” – forse cannibali - che  tuttavia si dimostrano accoglienti e che accettano il confronto con quegli esseri umani con abiti strani. Colgono immediatamente le loro necessità primarie.
 In quel luogo ignoto e arcaico, si stabilisce gradatamente un’empatia tra il mondo primitivo (agli occhi dei tre militari) e il mondo “civilizzato”, un contatto antropologico e sociologico tra due universi apparentemente distanti e incomunicabili. Le leggende di quella tribù, tramandate oralmente, raccontano di spiriti che abitavano nel cielo sopra la valle, anime che secondo la tradizione, sarebbero ridiscese nel giorno del Giudizio. Sono, forse, i nuovi ospiti?
Intanto, in tutt’altra parte del mondo la notizia dello schianto ha già dato avvio alle ricerche del veicolo e degli eventuali superstiti. Vengono organizzate spedizioni e inviati viveri e medicinali. Dopo mille difficoltà si riuscirà a rintracciare il luogo del disastro e a darne una prima comunicazione alla stampa. E qui entra in gioco la sensazionalità della cronaca: le prime pagine dei rotocalchi riportano informazioni enfatizzate sui presunti superstiti e sul loro salvataggio. Nulla viene risparmiato. Si calca l’ondata della cronaca, accentuando modalità di recupero e di salvataggio dei tre militari; le vendite sono assicurate e i protagonisti vengono assorbiti in un vortice di notorietà, prima ancora di rimettere piede nel loro paese natio.
E la storia diventa intensa testimonianza, ma anche merce desueta, verità drammatica e fonte di guadagno, scoperta di vie dapprima inaccessibili e luoghi con una precisa e nuova delimitazione geografica; i tre protagonisti reduci da una straordinaria avventura e da una terribile tragedia devono fare i conti anche con la sopravvivenza morale futura; rinunceranno a cerimoniali eroici e a condivisioni forzate?
Un libro davvero straordinario, scritto con una precisa aderenza ai fatti, una storia vera, frutto di una seria indagine documentaria che coinvolge il lettore perché sente la verità di tutto ciò che viene narrato. Una testimonianza che invita a riflettere anche sulla condizione di chi sopravvive rispetto alla morte altrui per ciò che chiamiamo destino, fatalità o percorso della vita stessa.

Era una terra bella e fertile, circondata dalle vette gigantesche dei monti Oranje e attraversata da un fiume color rame. Era la nostra Terra Promessa.[3]




[1] M. Zuckoff, Shangri-La, traduzione di Fabrizia Fossati, Milano, True Piemme, 2013, p. 33.
[2] Ivi, p. 141.
[3] Ivi, p. 247

0 commenti: