domenica 26 gennaio 2014

Pillole d'autore: Max Aub e la caduta di Barcellona

Il 26 gennaio del 1939 Barcellona si arrendeva di fronte all’esercito di Francisco Franco. Potrebbe iniziare con oggi la “celebrazione” del settantacinquesimo anniversario della fine della Guerra Civile Spagnola. Anniversario che molto suggestivamente coincide con il centenario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale e, quindi, con l’evento storico che è universalmente riconosciuto come il primo grande cataclisma del XX secolo. Il Novecento, centuria di guerre massacranti e teatro di una serie di Olocausti impensabili per una società ormai interamente consacrata alla modernità e al progresso. Un secolo dal quale facciamo grande fatica ad uscire.
Inutile perdersi in un panegirico dell’importanza storica e letteraria della Guerra di Spagna. Dalle sue ceneri sono nati un numero di romanzi se non superiore, pari, a quelli scritti sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale. La conseguenza culturalmente più rilevante dell’instaurazione e dell’accettazione di una dittatura fascista in seno a un’Europa finalmente liberata dal nazifascismo fu la diaspora di almeno tre generazioni di scrittori, intellettuali, filosofi, romanzieri, poeti, storici, scienziati e tecnici che dissero NO al franchismo fin dal primo giorno di guerra (18 luglio 1936). 

Le conseguenze umane di questo esilio, uno dei più importanti e dimenticati della storia, furono forse ancora più gravi di quelle letterarie. Ciò che rimane oggi è un corpus di testi che finalmente sta riaffiorando grazie all’instancabile lavoro di ricercatori spagnoli e non che hanno deciso di riscattare dall’oblio testimonianze cruciali di questo Novecento di cui siamo inevitabilmente figli.
Oggi vorrei far conoscere a chi già non la conoscesse la voce di Max Aub (1903-1972), scrittore spagnolo nato a Parigi e morto in Messico. Figlio di genitori ebrei non praticanti, con antenati francesi, tedeschi e slavi, nel 1914 si stabilì in Spagna fuggendo dalla Prima Guerra Mondiale e nel 1939, oggi come 75 anni fa, prese la via dell’esilio prima in Francia, e poi in Messico. Fu prigioniero nel campo di concentramento di Vernet d’Ariège (Francia) e in quello di Djelfa (Algeria). Oggi lo ricordiamo attraverso il racconto che narra la storia di un esodo, quello catalano in seguito alla caduta di Barcellona. Il titolo, «Enero sin nombre», e una data che precede la voce di un narratore molto particolare, 26 gennaio 1939, sono le ultime parole con cui vi invito alla lettura dei seguenti passi:

Gli uomini sono stati fatti per camminare e per questo hanno le gambe; ma finora non sapevo che erano spinti dall'aria. Hanno solamente una piccola orecchia in ciascun lato della testa, è sufficiente per correre al minimo rumore; non sanno restare quieti, né vedono più in là della punta del loro piccolo naso, pazzi di un solo argomento: la velocità; a loro non bastano più le ruote, vogliono ali. Ignorano che una volta nati arrancano benché non vogliano e che non servono stratagemmi, fallimenti, trappole o sotterfugi: non conta la carne, ma la linfa.[…]Stanotte è morto un bambino ai miei piedi; è morto verde e sua madre se l'è portato sulla strada per la Francia, credendo che lì resusciterà; non credo nei miracoli. Non capisco neanche perché i bambini muoiono: morire è cosa da restarci secchi. Lo sanno fin troppo bene gli uomini, e lo dicono. Uno può anche morire perché marcisce, perché ha le interiora rosicchiate dai vermi. Gli uomini muoiono logorati esternamente, il volto consumato dal sangue e dalle bende, per il pus, la scabbia, i pidocchi ed il dolore. Per quello che ho sentito stanotte, anche per la fame. Che cos'è la fame? La terra per tutti. «Sì, quello che vuole – diceva uno –. Ma l'altro ieri, non ricordo se martedì o mercoledì, fa lo stesso, prima di partire da Barcellona, chiamano a casa. Erano le due del mattino. C'era l'allarme; una notte chiara, proiettori e compagnia bella. Sì, per un parto. Sei lì che fuggi con la paura della contraerea e senza poter accendere la torcia, con una pila nuova che mi aveva portato Vicente, da Perpgnano. Il bambino nasce morto: carenze d'alimentazione della madre. Mi assisteva una vicina.– Venga lei a vedere il mio, mi dice, quando tutto era pronto. Vado là sacramentando, finisce l'allarme e torna l'elettricità. Ah!, sì, perché il famoso parto si tenne alla luce delle candele requisite per tutta la scala ed in un rifugio vicino; ti rendi conto? L'ingresso era una sala d'aspetto, tutti i vicini arrivavano chiedendo del loro lume e della partoriente. Da cinema, ragazzo. Da nessuno ho sentito dire:-Meglio, meglio così. No, tutti dicevano :-Che peccato, la prossima volta sarà.  La madre era disperata. Bene, salgo a casa della mia assistente e vedo il bambino, un anno. -Questo bambino muore. Facciamogli un bagno caldo, un'iniezione d'olio di canfora:-Lo dicevo io- m'incalza la madre-, non mangiava. E nient'altro. Né un grido di protesta, né un lamento. Che popolo Dio, che popolo!»[…] Con le orecchie e senza lingua passa un mondo per la strada, si è formato dal nulla, lo ha portato l'aria del sud e lo imbottiglia a Figueras; la strada della Junquera è un imbuto. I solaria si sono trasformati in garage. La città deborda di automobili e camion, è come il sangue nero che scorre per le cento ferite che la notte le ha causato. Mondo mezzo morto che cammina con due gambe uguali come se ne avesse solo una, mondo che sa camminare e che sa che camminare non risolve niente, ma che cammina per dimostrare a se stesso che vive. Fuggono dalla sua ombra senza sapere che solamente la notte risolve il problema, camminano, e nella notte accendono falò; con il fuoco rinascono le ombre. Il mondo è invecchiato in quarantotto ore. Essere a lutto è l'inverno. Una disse:-Guardalo, così vecchio e ha paura di morire. Camminano. Vengono soffiando per il mare i primi bagliori. La strada è piena di camion, carabinieri, soldati, automobili, guardie,  vecchi, donne, carri, riviste spezzate, vecchi, taniche di benzina, tre cannoni abbandonati alla mia destra, bambini, soldati, muli, vecchi, feriti, macchine, feriti, donne, bambini, feriti, vecchi. Accovacciata di fronte a me, una donna piange nel terrapieno mostrando le gambe, infoderate a metà color cannella e, più su, le sue cosce color fiore del mandorlo, piange e piange. Non si ferma nessuno, ognuno col suo spicchio di strada sulle spalle.[…]Ci sono più zoppi che mutilati, e più mutilati che feriti alla testa. Ho visto bambini con una sola gamba camminare, camminare con le mule, è uno spettacolo disgustoso. Su una vecchia sedia a rotelle viene spinto un paralitico con i capelli bianchi e il viso magro, riparato da un cappello di feltro nero; sulle ginocchia ha un pezzo di cerata rosa, in caso di pioggia.[…]Ancora una volta le sirene. Di che colore è la paura? É grigia o nera? La paura è a strisce e divide gli uomini in lacrime sottili, o a metà; li fende, ferisce senza sangue; li eguaglia, li unisce, li fa scendere, li mescola, li disfa; fa loro dimenticare il tempo, desiderare la morte, credere nell'oblio, nei miracoli, rifugiarsi nei sogni. Corrono dietro non si sa che cosa, perché la paura regala sofismi. La paura è libera ed entra a pioggia; senza che si sappia come cade dal cielo, si contagia come il vento; è possibile resistergli in primavera con la foglia verde, in autunno o in inverno non si può nulla contro di lei.

Il ritmo lento di una truppa in marcia rompe il silenzio. Da dove viene? Dopo il rumore trascinante e atono della carovana, cos'è questo martellare della terra, da dove nasce questo rumore nascosto? Quelli accovacciati alzano la testa, si aggiungono quelli nascosti, si avvicinano quelli che si credono intrepidi, vengono bambini ai bordi della strada. Una truppa è in marcia e arriva dalla Francia. Che folle speranza si alza come vapore? Già si intravedono, già sono lì, in fila per sei, mori i biondi come pagnotte castigliane, tostati come giovani andalusi quelli di carnagione scura. Milletrecento uomini che tornano perché vogliono, si levino gli scudi per tanta ignominia. Milletrecento uomini delle Brigate Internazionali che tornano perché il loro sangue straniero è sangue spagnolo. Un, due, un, due. Vanno lasciando le orme, duro il pugno destro rompendo l'aria da destra a sinistra, da sinistra a destra. Sorridono, la forza è di tutti, la pena spagnola. Quelli che fuggono si ammassano ai bordi, senza curarsi dell'allarme; improvvisamente riluce loro il viso; alzano il pugno quelli che vengono.-Non passeranno.-Non passeranno.Una vecchia miserrima appoggiata al mio tronco grida loro:-Passeranno da sopra, ma non da sotto.-Non passeranno.Nessuno ci crede, il grido rauco si ferma ardendo nei gargarozzi. Piangono.-Non passeranno.Ormai entrano a Figueras, si sente già il clamore. La gente resta quieta aspettando la fine dell'allarme, col sale negli occhi e l'alba nei volti.La marea si alza di nuovo. È notte, la gente verso la frontiera.-Io vado al centro.Nessuno domanda, quando torneremo? Tutti sono sicuri che sarà questione di qualche mese; due, tre, sei al massimo. Il mondo potrà permettere tanta ignominia.-Ora sì, la Francia non potrà fare altro che intervenire.-Ora, con i tedeschi alla frontiera....Strilla una bambina di più o meno cinque anni, e un'altra più grande che le sta vicino:-quanto ha, nove, dieci anni?-Taci, che ti sentiranno gli aerei.E la bimba tace. 
(Max Aub, Gennaio senza nome. Traduzione di Alessio Piras)

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