martedì 21 gennaio 2014

"Lettera di Lord Chandos" di Hugo von Hofmannsthal




Lettera di Lord Chandos
di Hugo von Hofmannsthal
a cura e con traduzione di G. Lacchin
Mimesis, 2007

pp. 209
€ 16

                                                                                                                             

A volte si possono leggere saggi filosofici che trattano il decentramento dell’io, i limiti del linguaggio, lo sbarramento insormontabile della referenzialità del reale rispetto allo sguardo umano. In altre occasioni ci si imbatte in un racconto di quattro pagine e mezza in cui un disorientato aristocratico del XVII secolo confessa una recente esperienza afasica a causa della quale decide di non proseguire la sua carriera letteraria. Ma è come leggere lo stesso libro e giungere all’identico riepilogo: il linguaggio umano figura come (pre)testo ed è del tutto inane alla rappresentabilità del mondo e della vita che lo attraversa. La realtà è cioè irriducibile al pensiero che la osserva, il segno si offre nella differenza di ciò di cui prende il posto, esiste uno scollamento fondamentale tra le parole e le cose, avendo l’io che le nomina perso il suo statuto di centro unificatore. Singolare e al tempo stesso ironico che la toale sfiducia nelle possibilità espressive della parola sia formulata attraverso lo stesso segno alfabetico rispetto al quale se ne denuncia l’inadeguatezza.
Hofmannsthal, scrittore austriaco, (riduttivamente) decadente-simbolista e dedito maggiormente al teatro, con questo breve scritto del 1902 riesce nell’impresa di anticipare e condensare Mach, Lacan, Foucault e Heidegger nell’esiguo spazio di pochi paragrafi, costruendo una sintesi che (forse) solo la letteratura è in grado di proporre. I protagonisti sono Francis Bacon e Philipp Lord Chandos della famiglia del conte di Bath di origine anglo-normanna, il quale tenta di giustificare all’amico e suo grande estimatore un malessere apparentemente personale che via via si trasforma in un disincantato e malinconico congedo da un universo di senso ormai sbriciolato. Lo spirito della malattia moderna, elaborato alla massima potenza insieme a molti temi-cardine del Novecento (la perdita dell’esperienza, le stesse poetiche del frammento e del dettaglio staccato dal tutto, le epifanie montaliane), trovano qui il modo di emergere in tutta la loro evidenza. La lingua cui Lord Chandos vorrebbe infine approdare, imponderabile, innominabile e indescrivibile, è quella delle cose mute che parlano, con le quali sogna una fusione panteistica e, appunto, intraducibile. E sullo sfondo sembra quasi echeggiare Hobbes: “vero e falso sono attributi delle parole, non delle cose”.
Nell’eleganza di una scrittura aristocratica e introflessa, l’autore di questa epistola immaginaria confessa la sua impotenza creativa e le motivazioni della rinuncia non solo alle aspirazioni letterarie, ma a qualcosa che sta al cuore della presenza umana sulla terra: la ragione. Dando nomi uccidiamo le cose, diceva Rilke, e nel solco di questa consapevolezza sembra muoversi il latore della missiva, colllocato nella difficile condizione di spiegare razionalmente ciò che lo ha attraversato di recente. Lo stesso Hofmannsthal sperimentò una crisi creativa dopo i precoci e felici esordi lirico-letterari, volgendosi infine al teatro come mezzo espressivo più affine alla sua sensibilità, e non risulta quindi difficile immaginare lo spunto autobiografico di partenza. Tuttavia, nella Lettera di Lord Chandos ci troviamo di fronte ad uno dei primissimi documenti che riguardano molto da vicino alcuni aspetti del dibattito culturale moderno: la decifrabilità della materia vivente, la possibilità dei linguaggi non verbali (tra cui le arti figurative) di fare breccia nella  - costitutiva? - inafferrabilità delle cose, le posture da assumere nei confronti della parcellizzazione dell’esperienza umana e di ciò che nominiamo reale, e non ultimo il ruolo stesso della letteratura come forma simbolica all’interno delle forme di comunicazione e delle disseminazioni di senso.
Ci sono momenti, e sono quasi paurosi, in cui tutto attorno a noi vuole assumere l’intera forza della sua vita, in cui tutte le cose mute le sentiamo vivere accanto a noi, e la nostra vita è in loro più che in noi stessi
chiosa Hofmannsthal in occasione di un discorso tenuto in casa del conte Karl Lanckoronski, celebre collezionista d’arte nella Vienna dell’epoca. Quei momenti sono proprio ciò a cui allude Lord Chandos quando descrive all’amico la natura della sua esperienza quasi mistica che lo spinge a dichiarare: 
ho completamente perduto la facoltà di pensare e di parlare di qualsiasi cosa in maniera consequenziale
Vi è come l’intuizione di una lingua delle cui parole non una sola mi è nota, una lingua in cui le cose mute mi parlano; il subodorare una specie di realtà sovrasensibile posta al di fuori del linguaggio e dei suoi codici (così come del razionalismo che inchioda l’esistente sui binari di un protocollo necessario quanto esangue), sulla quale si misura anche Pascal con un suo celebre pensiero: l’ultimo passo della ragione è ammettere l’esistenza di un’infinità di cose che la superano. Di qui il dipanarsi dei nostri puerili tentativi di incasellare l’esistente, a cui dobbiamo pur fare riferimento e di cui dobbiamo obbligatoriamente (ri)ferire per non essere inghiottiti anzitempo dall’abisso del nulla.

L’edizione da tenere presente è quella del 2007, con numerosi contributi di altri studiosi, a cura di Giancarlo Lacchin per i tipi della Mimesis; la traduzione è di Andrea Sandri e dello stesso Lacchin, in precedenza pubblicata anche in Panoptikon. Rivista di cultura mitteleuropea, II (2002), pp. 26-38.

4 commenti:

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