mercoledì 22 gennaio 2014

L'età del jazz non era l'Eden sognato

Di qua dal Paradiso
(This Side of Paradise)
di Francis Scott Fitzgerald

Minimum Fax, 2011 (1920)
pp. 410


Per la seconda volta, nel giro di poco, m’imbatto in un romanzo precursore. Ovvero: nella carriera di alcuni grandi scrittori si è arrivati per gradi all’opera e al personaggio che segnano l’acquisizione della maturità. La lettura può non seguire la giusta cadenza così, per esempio, ho scoperto a distanza di circa un quindicennio che Barney Panofsky, che io amo a dismisura, ha questo antenato in Joshua Shapiro, protagonista del romanzo di Richler edito nel 2013 da Adelphi. Non è che quest’ultimo sia scadente ma capisci che lo scrittore sta pasturando il suo talento in attesa di sbocciare con “La versione di Barney”.
Ora, se ci dicono Fitzgerald, rispondiamo probabilmente in coro: Gatsby. E ci mancherebbe. L’età del jazz, Scott e la moglie Zelda vivono la vita fino in fondo, a Parigi e sulla riviera, si beve, si balla, si frequenta il bel mondo. Una tale esistenza si riversa nella trama del romanzo, ambientato tuttavia non in Francia ma a New York e a Long Island e trasposto più volte cinematograficamente. Cosa che ha contribuito a renderlo oggetto d’adorazione.

Resta però un pre-Gatsby, il romanzo di esordio di Francis Scott Fitzgerald che diventa il fenomeno letterario più travolgente del 1920. Attenzione, in quell’anno debutta anche John Dos Passos e subito per lui viene coniato il temine: l’anti-Fitzgerald. Ironia del destino sono entrambi nati nel 1896. Dos Passos scrive “Tre soldati”, libro fortemente antimilitarista, insomma l’impegno sociale contro l’età del jazz. Tuttavia, l’età del jazz per Fitzgerald non è che sia… il paradiso. Egli ce la tratteggia magistralmente ma servendosene come palcoscenico per descrivere il mondo visto dai giovani che abbandonano le crinoline delle madri per fumare in pubblico, amoreggiare e coltivare l’egotismo. Un mondo che qualcosa frantumerà rendendo i protagonisti preda più di incubi che di sogni.

Amory Blaine, protagonista del romanzo “Di qua dal Paradiso” diventa perciò la creta, in parte forgiata, che il talento plasmerà fino a dare vita a Jay Gatsby (e non dimenticherei Nick Carraway). Già adolescente, Amory è cosciente della sua intelligenza e del suo fascino. Il giovane è competitivo e s’impegna per ottenere il successo sociale leggendo poesie, discutendo di politica, di religione e di storia. Studia in un collegio prestigioso, successivamente a Princeton dove incontra Burne Holiday e Thomas Park D’Invilliers. Quando scoppia la guerra molti degli studenti di Princeton si arruolano nell’esercito, Burne si dichiara pacifista, una scelta politica radicale controtendenza che viene analizzata nelle conversazioni tra Amory e gli altri amici. D’Invilliers fa conoscere ad Amory molti scrittori e lo incoraggia a scrivere poesie.

A un certo punto, la trama svolta, diventa un susseguirsi di abbandoni e se potevamo pensare a un Bildungsroman a stelle e strisce approdiamo a un classico romanzo di de-formazione novecentesco: Amory lascia l’università e inizia a lavorare in un’agenzia di pubblicità, poi si licenzia in maniera brusca, infine s’innamora pazzamente di Rosalind finché questa non lo pianta preferendo un marito meno eccentrico che può assicurarle il benessere di cui ha bisogno. La rottura ha un effetto devastante, il sogno dell’amore naufraga e Amory non sarà  più lo stesso. Ed ecco che il cerchio si chiude attorno alle classiche tematiche di Fitzgerald: l’adolescenza turbolenta, l’illusione di un sogno, la realtà che inesorabilmente ci delude. Nel mezzo c’è pure il passaggio della prima guerra mondiale e la morte dei genitori, specialmente della madre. È chiaro che per i giovani americani spediti in Francia il trauma non fu di poco conto ma Fitzgerald preferisce confinare tale esperienza a rumore di fondo e chiudere la costruzione letteraria in un universo personale che da solido diventa vacillante e disgregato.

Se leggendo “Il grande Gatsby”, a chiudere gli occhi si è lì sulla scena, qui la magia riesce meno. Non me la sento di usare aggettivi esorbitanti per questo libro, scritto peraltro attraverso un miscuglio di prosa, poesia e sceneggiatura teatrale. Nel percorso complessivo di Fitzgerald rappresenta comunque le fondamenta su cui sarà edificata la struttura meglio riuscita. Probabilmente molti avranno già letto Gatsby per cui credo che saranno costretti, come me, ad andare a ritroso, uscendone con una punta di delusione. Se qualcuno invece deve ancora confrontarsi con Gatsby, non lo faccia prima di conoscere Amory Blaine: avrà il quadro di come uno scrittore possa passare da un buon risultato all’eternità, dalla capacità di dare accenni al diventare sintesi di un’epoca e di un mondo, da un’atmosfera un po’ impacciata al fascino immortale.

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