giovedì 23 gennaio 2014

"Il padre infedele" di Antonio Scurati

Il padre infedele
Antonio Scurati
Bompiani, 2013

188 pp.
17 €


Confesso di avere qualche problema con Antonio Scurati. Chiaramente non nei confronti della sua persona ma della sua scrittura. Però continuo a non rassegnarmi. Mi convinco che sia un problema superabile e continuo a leggere i suoi romanzi. L’ultimo ho deciso anche di recensirlo. Si intitola Il padre infedele ed è stato edito lo scorso ottobre da Bompiani, casa editrice con cui Scurati ha pubblicato quasi tutti i suoi lavori.

Il prologo del romanzo inquadra una coppia nel mezzo di una crisi coniugale e la ritrae con sufficiente enigmaticità da catturare subito l’attenzione dei lettori. Da quella circostanza il protagonista prende le mosse per raccontare la sua storia. La trama riguarderebbe le memorie di un uomo, Glauco Revelli, quarantenne, laureato in filosofia e chef di professione, che dopo aver ripercorso brevemente la sua infanzia, in questa sorta di diario, passa in rassegna gli anni più importanti della sua vita; quelli in cui ha conosciuto Giulia, divenuta poi sua moglie, e in cui è diventato padre di Anita. Rivivendo quegli anni, Glauco si imbatte in una serie di crisi a catena, da quella esistenziale, legata all’ingresso nell’età adulta, a quella coniugale, dalla crisi epocale degli anni duemila a quella economica dell’ultimo periodo. A emergere, alla fine, sarà il ritratto di un’intera generazione, quella dei baby boomer degli anni sessanta e settanta, trovatisi a pagare, in un futuro di precarietà, il prezzo per aver goduto del passato più luminoso e spensierato possibile. Glauco, impegnato dunque nel triplice ruolo di padre, marito e figlio, tira le somme e fa i conti per tutti, con sommessa amarezza e buona lucidità. Analizza la nostra epoca, le follie della globalizzazione, le promesse mancate della società dei consumi, la tragedia di una nazione che non fa più figli.

Sono parecchi elementi, interessanti e difficili da maneggiare. E a questo punto, infatti, subentrano i dubbi. A questo punto emergono, secondo il modesto parere di chi scrive, una serie di mancanze e debolezze. Cercheremo di riassumerle sommariamente utilizzando alcune parole come punti di riferimento, come geografia minima per orientarci.

La prima di queste parole è scrittore. Antonio Scurati scrive molto bene, ma non riesce a convincere di essere un grande scrittore. Mancano spesso la leggerezza (da intendersi non in senso calviniano, ma più tradizionale), la rapidità, l’agilità, la raffinatezza, l’eclettismo, la spericolatezza dei grandi scrittori. Cercare di fotografare uno spaccato di storia, in tutta la sua perversa e altalenante complessità è un tentativo nobile e per questo complesso. La forma del romanzo consentirebbe di farlo con spensieratezza, consentirebbe di non prendersi troppo sul serio, consentirebbe di aggredire l’argomento di traverso e da un’angolatura privilegiata. Invece Scurati trasgredisce deliberatamente e senza giustificazione la regola aurea che ogni insegnante di scrittura creativa (e lo stesso Scurati insegna scrittura creativa alla IULM) dovrebbe sempre tenere come mantra, ovvero “show don’t tell”. E quindi arriva sempre con troppa foga di dire, di comunicare, di esprimere, continua a prendere platealmente la parola, nascondendosi dietro il suo personaggio.

Per questo la nostra seconda parola è ambiguità, quella che lo scrittore napoletano mostra di ricercare nelle prime tre pagine del prologo e che, subito dopo, abbandona per poi ritrovarla solo nell’epilogo. L’ambiguità che è fondamentale nei grandi romanzi. Ambiguità che significa doppiezza dei significati e dei messaggi, che significa interpretazione non univoca, sfuggevolezza delle opinioni e del sistema di valori. L’ambiguità è il sorriso malizioso dello scrittore che gioca con i suoi lettori, che li trasporta da una parte per poi scaraventarli inaspettatamente da un altra. Scurati sembra invece impacciato e statico. Ha paura dei fraintendimenti, sente il bisogno di accendere i riflettori sugli elementi importanti, di dare continuamente di gomito al lettore, per imbonirlo, educarlo, imbottirlo di analisi e messaggi, di giudizi etici, considerazioni personali. Non c’è dunque nessuna ambiguità, che significa anche e innanzitutto imprevedibilità della narrazione.

E questa è la terza parola che abbiamo scelto, narrazione. Perché essa dovrebbe essere il nodo centrale di qualunque opera di fiction, sia pure essa costruita attorno all’espediente del racconto biografico in prima persona, e invece ne Il padre infedele sembra sempre solo un banale espediente per occuparsi d’altro. Qualunque spostamento della trama dal punto A al punto B (andare a raccattare una palla, come partecipare a una serata della movida milanese) è sempre il pretesto per lanciarsi in una serie di considerazioni e riflessioni della voce narrante, un’analisi sulla sua vita e sulla vita di tutti noi, calata a forza dall’alto, a volte anche da molto lontano. E così, anche l’infedeltà del padre, ovvero i tradimenti alla moglie, vissuti più con rimorso nei confronti della figlia Anita che di Giulia, raccontati in terza persona (è questo uno dei pochi tentativi di spezzare l’andamento monocorde del romanzo), finisce per essere un elemento marginale, poco importante, della trama – il libro potrebbe infatti tranquillamente andare avanti senza di essi. Persino la scelta di uno chef come protagonista sembra non avere altro scopo se non quello di illustrare, in maniera didascalica, come si sia evoluta la gastronomia nella nostra società. Nel complesso, Il padre infedele è un agevolissimo saggio, frastagliato di metafore belliche (uno dei campi di ricerca di Scurati) e di analisi sui linguaggi e sistemi di comunicazione moderna, e un pesantissimo romanzo; una corsa logorante e sfiancante, che provoca il fiatone, ma alla fine della quale lettore e autore si scoprono ancora immobili sui blocchi di partenza.

E allora l’ultima parola che abbiamo scelto è inessenziale. Una parola forse forte ma affatto peregrina. Non inutile, perché nessun romanzo, soprattutto se scritto da un brillante intellettuale – e ottimo saggista - come Scurati, è inutile. E però inessenziale. Soprattutto in un mercato editoriale schiacciato, come il nostro, dall’eccesso di titoli scadenti, asfittico e asfissiato da un’iperproduzione sconsiderata e irrazionale. Capiamo certo le esigenze della casa editrice, proprio in virtù delle difficoltà sopracitate, di puntare sull’autorevolezza del nome dell’autore e su una fascia precisa di pubblico per soddisfare le necessità di vendita, eppure il risultato, dal punto di vista letterario, non può che risultarci, ancora una volta, tragicamente, fuori bersaglio. Perché, e questo sempre secondo il modestissimo parere di chi scrive, di un romanzo in parte impenetrabile per chiunque non sia un padre, un marito, un figlio e un quarantenne – e che sia necessariamente tutte queste cose allo stesso momento – forse si poteva anche fare a meno. 

2 commenti:

Anonimo

L'ho appena letto e l'ho trovato banale, i problemi di chi si trova ad essere padre a 40 anni, l'ironia sulla cucina onnipresente, sulla moda. Tutta roba stantia, scritto bene, si lascia leggere, scorrevole. Ma non è che in un romanzo basti questo.
Max

cristinamosca

a me, da neo genitore quasi quarantenne è piaciuto, soprattutto per come è scritto.
cristina