venerdì 31 maggio 2013

Paolo Nori: un non romanzo che diventa un romanzo

Si chiama Francesca, questo romanzo
di Paolo Nori
Marcos Y Marcos 2012

pp. 218
€ 14,50

Affrontare un libro di Paolo Nori è sempre destabilizzante: ti cancella, infatti, ogni tua certezza sulla scrittura, sullo stile, sui modi e le modalità della scrittura. E il romanzo "Non è Francesca, questo romanzo" non è un'eccezione, ma una conferma.
Già a partire dal titolo rimaniamo spiazzati. Che vorrà dire? Chi è questa Francesca? Sarà lei la protagonista del romanzo? Ebbene, già iniziare a farsi queste domande, vuol dire non comprendere Paolo Nori. Il protagonista di questo romanzo di Paolo Nori è, infatti, il suo stile, il suo linguaggio.

Uno stile che, attraverso un uso ripetuto di anacoluti continui, ossessivi e sistematici fa aderire la sua scrittura al parlato, al punto che, più che alla storia l'interesse viene rivolto quasi al suono della sua voce.

giovedì 30 maggio 2013

“H.P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita”, di Michel Houellebecq



H.P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita
di Michel Houellebecq



traduzione di Sergio Claudio Perroni
postfazione di Stephen King (tradotta da Gemma Russo)


pasSaggi Bompiani, 2005 (2001)



pp. 171
Euro 9


Chi, da adolescente attratto dal mistero e dall’orrore, non si è abbuffato dell’opera omnia di Howard Phillips Lovecraft (1890-1937)? Magari dopo averlo scoperto grazie a qualche raffazzonato videogioco o a qualche amico metallaro fan di Metallica e Morbid Angel? E chi, vedendo poi le sue foto, non ha pensato che dovesse essere un tipo un po’ strano, del quale cercare la compagnia giusto per fare numero a un funerale? Mi rendo conto di quanto possa essere percepita come irrispettosa questa ultima osservazione ma, dopo aver letto il saggio di Michel Houellebecq, H.P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita, non risulta fuori luogo. L’autore francese scrive, a inizio opera:
«Adesso ascoltiamo le parole di Howard Phillips Lovecraft: “Sono talmente stanco dell’umanità e del mondo che nulla suscita la mia attenzione se non comporta almeno due omicidi a pagina, o se non tratta di innominabili orrori provenienti da altri spazi.
[…] Se si ama la vita, non si legge. Né, d’altronde, si va al cinema. Checché se ne dica, l’accesso all’universo artistico è riservato quasi esclusivamente a chi ne abbia un po’ le palle piene.
Lovecraft, dal canto suo, ne aveva parecchio le palle piene. Nel 1908, a diciott’anni, rimane vittima di quello che è stato definito un “collasso nervoso” e sprofonda in un letargo che durerà una decina di anni. All’età in cui i suoi ex compagni di classe voltano impazientemente le spalle all’infanzia per tuffarsi nella vita come in un’avventura meravigliosa e inedita, Lovecraft si chiude in casa, parla soltanto con la madre, di giorno rifiuta di alzarsi dal letto, di notte si trascina per casa in vestaglia. E non scrive. Che fa? Forse legge un po’. Non è chiaro. In effetti i suoi biografi concordano nel dire che non ne sanno molto e che Lovecraft, con ogni probabilità, almeno tra i diciotto e i ventitré anni, non fa assolutamente niente.»

La primavera di bellezza quando arriva? "Mandami tanta vita" di Paolo Di Paolo

Mandami tanta vita
di Paolo di Paolo

Feltrinelli, 2013


Sul rapporto tra storia e letteratura si potrebbero versare fiumi d'inchiostro, ma non se ne verrebbe comunque a capo. Come lettori - dall'Iliade ai Promessi sposi, dalla Chanson de Roland all'ultimo Ken Follett - percorriamo distanze inimmaginabili di pagine e millenni, ma la domanda resta sempre la stessa: è possibile fare storia senza fare letteratura, ed è possibile fare letteratura senza fare, in qualche modo, storia? La domanda è un tarlo che attraversa tutti i generi narrativi: siamo davvero sicuri che il mondo del Nome della rosa sia verisimile e non piuttosto una proiezione dell'immaginario intellettuale di Umberto Eco? E che tutti i romanzi sulla resistenza - non da ultimo In territorio nemico - non siano, più che un quadro fedele, una risposta narrativa alla necessità di esercitare la memoria collettiva? Quando la storia da manuale incrocia l'intimità della scrittura, le variabili in gioco non possono più essere soltanto la fedeltà e la verisimiglianza. Una risposta, ancora valida, l'ha data proprio Alessandro Manzoni: la storia è un terreno carsico, pieno di pozzi naturali e grotte nascoste da frane; compito dello scrittore - un compito civile - è esplorare queste cavità per portare alla luce qualcosa di personalissimo e universale. Una traccia di umanità, un'esperienza altrimenti relegata a sterili note biografiche e a documenti sempre meno accessibili.

mercoledì 29 maggio 2013

"Mancarsi": Diego De Silva e l'amore in breve

Mancarsi
di Diego De Silva
Einaudi, 2013

pp. 104
ebook 6,99 €
cartaceo 10 €


Non sa che l'uomo di cui vorrebbe innamorarsi è entrato nel bistrot poco minuti dopo che lei è andata via e resterà lì per più di un'ora ad aspettarla. perché è lì, per ragioni che non conoscono, che tutti e due hanno deciso che s'incontreranno, e Nicola, che torna al bistrot per la prima volta dopo tanto tempo, ha il cuore pieno d'attesa ed è convinto, senza che nulla lo autorizzi a pensarlo, che la riconoscerebbe al primo sguardo, Irene, se soltanto la vedesse.

In tante recensioni s'è rimarcata la differenza tra il De Silva di Non avevo capito niente e questo nuovo  inatteso narratore d'amore. Bene, legittimo, ma non trovo che sia fondamentale: piuttosto, è interessante in senso assoluto (non solo per De Silva ma nel panorama contemporaneo) osservare che in cento pagine lo scrittore napoletano è riuscito a dare un'idea di amore in absentia quale non si leggeva da un po'.

CriticARTe - Carlo Valentini, "Elvira la modella di Modigliani"





Elvira la modella di Modigliani
Carlo Valentini

Graus editore, 2012
Pp 111
11,90


Morte lo colse quando giunse alla gloria

Essere ritratti da Modì, si era soliti dire nell’ambiente, era come “farsi spogliare l’anima”. L’ambiente è quello di Montmatre e Montparnasse, il ritratto in particolare campeggia sulla copertina del libro di Carlo Valentini: “Elvira la modella di Modigliani.”
La figura assorbe e occupa tutto lo spazio, ha una compostezza illimitata, una presenza lievemente asimmetrica; il tratto ricorda le maschere africane, il corpo femminilissimo possiede, però, una solidità maschile, l’ovale del viso è raffinato, la bocca dolce, l’espressione consapevole e malinconica. È Elvira la Quique, di cui Valentini ci narra la storia in una biografia romanzata, a metà fra narrazione e saggio.
L’autore rivaluta e mette in risalto questa figura, oscurata dall’ultima compagna di Modì, la mite Jeanne Hebuterne, famosa per la fine tragica. Diverse le due donne, diversi i ritratti che le rappresentano. Dolce, ingenuo, quello di Jeanne, inquietante e, insieme, carico di sentimento, malinconia e comprensione, quello di Elvira.

martedì 28 maggio 2013

#IlSalotto - Intervista all’Italian Bookshop di Londra


Al centro di Londra, tra Piccadilly Circus e Regent Street, c’è un posto che è un’istituzione per chi lo conosce già da tempo e diventa presto un luogo di ritrovo per chi lo scopre: è l’Italian Bookshop, la libreria italiana di Londra, dove è possibile comprare romanzi, libri di poesia, teatro, ma anche testi scolastici e materiali didattici.


Dopo esserci stati un paio di volte ( vedi l'incontro con Simonetta Agnello Hornby), colpiti dall’atmosfera conviviale e informale che si respira all’Italian Bookshop, siamo andati a conoscere personalmente colei che gestisce la libreria, Ornella Tarantola. È un sabato pomeriggio, la libreria è uno spazio molto accogliente: appesa a una parete c’è una locandina di “Caro Diario” firmata da molti scrittori, tra gli scaffali - ordinati ma densi di ogni genere letterario – spunta un piccolo tavolino con dei giochi per i bimbi. Ci mettiamo poco a renderci conto di come si svolga una normale giornata di lavoro in libreria. In meno di un’ora sono diverse le tipologie di acquirenti che si presentano al bancone di Ornella: chi chiede un libro per il figlio che vuole imparare l’italiano (già, non un corso di grammatica, non un romanzo, nessuna precisazione sulle necessità dell’apprendente: solo “un libro”, ermetica richiesta che Ornella decifra e soddisfa con ammirevole pazienza), chi va sul sicuro e compra il romanzo in vetta alle classifiche italiane, chi semplicemente vuole avvicinarsi alla comunità italiana di Londra e sa che quello è un buon posto per lasciare il biglietto da visita. Ornella con profonda generosità si divide tra tutti, forte della sua esperienza da libraia non sbaglia un colpo! Sa cosa consigliare e a chi, riconosce al primo sguardo il tipo di lettore che ha davanti a sé. Esauditi i desideri dei clienti, davanti ad una tazza di caffè, iniziamo a chiacchierare.


Ornella, raccontaci della storia della libreria. Come e quando è nata?

Nessuna più: dare voce alle donne sopraffatte dalla violenza

Nessuna più
AA.VV.
A cura di Marilù Oliva
Elliot Edizioni, 2013

Quartanta racconti di altrettanti autori che si sono ispirati a reali fatti di cronaca avvenuti negli ultimi anni in Italia: tutto tristemente reale. Questo è Nessuna più, edito da Elliot, curato da Marilù Oliva, antologia dedicata al femminicidio. Non è una parola che mi piace molto, ma esprime in sintesi il terribile significato che racchiude: assassinio di una donna, assassinii di tante donne.
In Italia, ogni anno, più di cento donne vengono uccise, nella maggioranza dei casi per mano di un uomo che ha avuto una relazione affettiva con la vittima o che la conosceva: mariti, compagni, ex fidanzati, padri, fratelli, vicini, amici, colleghi. D'accordo, accade anche agli uomini di essere malmenati, feriti, uccisi dalle donne di cui si fidano, che amano. Ma purtroppo i numeri non mentono, e la violenza sulle donne nel nostro paese è una emergenza sociale.

lunedì 27 maggio 2013

#1963: Invito alla lettura di “La ferita dell'aprile” di Vincenzo Consolo

La ferita dell'aprile

di Vincenzo Consolo
Einaudi, 1977 (2^ edizione)
pp. 138

Era il settembre 1963 quando il primo1 romanzo di Vincenzo Consolo, La ferita dell'aprile, fece la sua apparizione nel mondadoriano “Tornasole”, diretto da Gallo e Sereni e fortemente orientato alla ricerca del nuovo. Proprio per la carica sperimentale della collana, il testo ebbe una ricezione alquanto elitaria; perché Consolo s'imponesse all'attenzione della critica e del pubblico si dovettero aspettare gli anni successivi, in particolare il 1976 con Il sorriso dell'ignoto marinaio.
Ma in questo libro d'esordio dell'autore di Sant'Agata di Militello si trovano già in nuce molti elementi, temi, particolarità delle prove narrative più mature.
In quell'anno in cui videro la luce grandi capolavori della nostra storia letteraria, come sottolinea Giulio Ferroni, “Consolo sembra percorrere una strada tutta sua, lontano sia dalle operazioni di tipo formalistico, dalle delibazioni estetizzanti, che dagli stravolgimenti avanguardistici e neoavanguardistici”.2 Partendo dall'espressionismo verghiano per poi imboccare una direzione originale, l'autore – allora solo trentenne – dava già dimostrazione della sua capacità di analisi e riflessione storica, consegnandoci una prosa narrativa tesa allo scavo nella memoria e nel passato, personale e collettivo.
L'inizio del romanzo, con la splendida similitudine della strada arrotolata come un nastro suggerisce subito l'idea del ricordo che prende forma dalla parola narrata:

Dei primi due anni che passai a viaggiare mi rimane la strada arrotolata come un nastro, che posso avvolgere: rivedere i tornanti, i fossi, i tumuli di pietrisco incatramato, la croce di ferro passionista; sentire ancora il sole sulla coscia, l'odore di beccume, la ruota che s'affloscia, la naftalina che svapora dai vestiti. [p.3]

Il viaggio di S. Antonio da Lisbona all'Umbria

CRESCITA  UMANA  TRA
MATERIALITÀ  TERRENA  E  SPIRITO RELIGIOSO

Vita di Antonio il Santo di Padova,
di Neri Pozza
in Opere complete, Tomo II, Vicenza, Neri Pozza Editore, 2011.


     Leggendo una parte della vita di S. Antonio di Padova[1] tratta da un racconto narrativo di Neri Pozza, ricco di riferimenti biografici, si resta dapprima incuriositi e poi affascinati dalla serie di circostanze che, caratterizzando alcune fasi di svolta della sua prima giovinezza, andranno poi a connotare le scelte di vita del Santo, incontri quindi  determinanti per arrivare alla solidità della sua vocazione pastorale.
     Cresciuto in un ambiente agiato a Lisbona, di famiglia benestante e aristocratica, con una promettente carriera,  Fernando (tale era al secolo il suo nome) si deciderà invece per il cammino della Chiesa. Sorprende che un Santo legato alla città di Padova, venga raccontato partendo da un periodo assai delicato di vita, in cui dopo un viaggio in Africa, egli era rimasto gravemente contagiato da una malattia e soprattutto che, a fare da sfondo come incipit del racconto, ci sia il mare.
     Il mare è da sempre un luogo in cui i poeti hanno cercato le radici della propria esistenza; nel mondo classico e medioevale il mare rappresentava infatti la metafora di quel caos che fin dalle origini era presentato in netta antitesi con la città e la materialità terrena. Si tratta di un luogo in cui assume una particolare valenza spirituale e simbolica l’introspezione personale. Come ha ben evidenziato Wystan Hugh Auden in un suo celebre saggio intitolato Gli irati flutti «Il mare è la situazione reale e il viaggio è la vera condizione dell’uomo»[2].

domenica 26 maggio 2013

Giuseppe Prezzolini: diarista per quasi un secolo


Giuseppe Prezzolini (1882-1982) è uno di quegli scrittori che il canone letterario ha ingiustamente escluso, e meriterebbe una rilettura attenta. Non lo hanno aiutato le accuse di reazionario, cui bisognerebbe rispondere con l'invito alla lettura dei Diari, che tratteggiano lo spirito di un uomo libero, più impegnato nell'osservazione del suo Paese di quanto manifestasse. Anche quando si trasferisce a Parigi e per un periodo ben più lungo a New York, uno sguardo è sempre dedicato alla patria, verso cui dirige acute ma anche acuminate critiche. Tutt'altro che moralista, Prezzolini porta nei suoi diari non solo la passione per la letteratura, ma anche l'amore per le donne, insieme ai valori dell'amicizia e della lealtà. 
I diari offrono un'esperienza rara, e per varie ragioni: innanzitutto, coprono quasi un secolo (dal 1900 al 1982), e le interruzioni sono sporadiche. In secondo luogo, Prezzolini ha eseguito personalmente un lavoro di attenta selezione dei passi da accludere in volume, e si è preoccupato di accompagnare con un'operazione filologicamente accuratissima i frammenti con qualche commento utile alla comprensione del lettore, sciogliendo sigle, nomi, ecc. Quindi, è importante l'osservazione disincantata del mondo e della storia, nonché della letteratura. Ironia sottile e grande acribia rinforzano le motivazioni per dedicarsi alla lettura di questi diari.
Per il #PilloleDiAutore odierno, s'è pensato di soffermarsi sui primi due diari, che hanno un'estensione dal primo Novecento fino al 1968.

Edizione di riferimento: G. Prezzolini, Diario 1900-1941, Milano, Rusconi, 1978; Id., Diario 1942-1968, ib., 1980)

7 luglio 1904, Faenza  Ogni “diario” è falso, perché bisogna mentire – anche, anzi soprattutto con se stessi. Più curiosa ragione di falsità del mio “diario” è quel pregiudizio di credere che eserciti influenza benevola sull’andamento delle cose lo scrivere pessimistiche nerissime decisioni in queste pagine. Così non c’è mai sole in queste pagine, anche se ce n’è nella mia vita.
22 febbraio 1905  Sono veramente lo spettatore di me stesso. La vita è come un teatro, con una quantità di personaggi, ma uno di questi sempre in scena. Il mio compagno indivisibile. Mi par d’essere uno specchio sul quale hanno inciso la mia faccia. Passano sempre nuovi fantasmi, quella rimane. Troppo. Purtroppo.
14 dicembre 1915  *Questa analisi continua del mio diario mi fa chiamar me stesso l’insaziabile autografo.
11 ottobre 1916  Questi libretti son la lisciva della mia vita. Ci resta tutto il sudicio. Il bianco asciuga sulle siepi, il ruscello porta via le brutture; qui, invece, c’è la gora che si trova dopo aver fatto un bagno. 

sabato 25 maggio 2013

Scrittori in Ascolto - Presentazione di "Snuff o l'arte di morire"



Presentazione di Snuff, o l’arte di morire, di Salvatore Mannuzzu
Sassari, Aula Magna del Rettorato
23 maggio 2013, h. 18

A. M. Morace - S. Mannuzzu - M. Manotta
La grande sala del rettorato è piena quando, dopo mezz’ora di autografi, saluti e strette di mano, inizia il bell’incontro che ha visto protagonista Snuff, l’ultimo romanzo di Salvatore Mannuzzu, uscito da poco per Einaudi. Sì, possiamo dire che proprio il testo è stato al centro delle riflessioni dei professori Aldo Maria Morace e Marco Manotta, nonché dell’autore stesso, che ha preferito all’esegesi autoreferenziata un po’ di sana autocritica, sempre velata d’ironia:

Vi confesso che è strano dare un contributo al proprio coccodrillo, corpore presenti!, ha esordito.
Ma prima che Salvatore Mannuzzu prendesse la parola, i professori hanno introdotto al meglio l’opera entro il panorama letterario contemporaneo. Ha cominciato Aldo Maria Morace, che ritiene Mannuzzu il massimo vertice della narrativa sarda contemporanea e certamente uno dei maggiori della narrativa italiana di oggi. Ha quindi delineato il percorso narrativo dello scrittore, a partire dal tardo esordio nel 1988 con Procedura, con la quarta di copertina della Ginzburg, fino a Le fate dell’inverno, che nel 2004 avrebbe dovuto segnare la conclusione della produzione creativa. Fortunatamente, la scrittura di Mannuzzu non si è interrotta, e ha regalato ai suoi lettori questo Snuff, che riprende il movente ispiratore costante della sua narrativa: il dubbio, che pone l'uomo davanti all’enigma e conduce a meditare sulla finitezza creaturale. Con il precedente Le fate dell’inverno, Snuff ha alcuni elementi in comune: la metrica del racconto (12 capitoli); un vecchio protagonista che deve convivere con la propria vecchiaia amara; un tentativo di esorcizzare lo spauracchio del ricordo; la presenza di una donna giovane che attraversa l’ultimo barlume della vita; una meditazione attenta, quasi crudele, sul peccato e sul dolore.

Critica Libera: Quando Venezia ha fatto leggere il mondo


Foto di Marco Caneschi

 Parliamo di libri su questo sito. Ma cos’è quest’oggetto cartaceo, oggi sotto assedio, che a noi piace ancora considerare l’icona del progredire umano? Quanti anni ha, il libro? Qual è stata la sua alba e chi ha seguito il parto dell’editoria? Il secolo era il Cinquecento, quello delle nostre glorie rinascimentali. E spiccavano tre città, equamente distribuite da un punto di vista geografico: Venezia, Firenze, Roma. A far leggere il mondo è stata la prima come descritto da Alessandro Marzo Magno in “L’alba dei libri”, Collezione Storica Garzanti, 2012.

venerdì 24 maggio 2013

#SalTo13 - Aforismi e poesie al Salone del libro

Federico B. Zaffagno - Fabrizio Caramagna - Menotti Lerro a #SalTo13

Che la poesia sia un genere di nicchia è cosa risaputa, soprattutto ai poeti stessi che vivono questa situazione con rassegnazione e sconforto.
Il suo pregio principale - la brevità – le si ritorce contro per la rapidità e facilità, apparente, dell’elaborazione: comodo rifugio alla vanità di chi è più intento a marcare e imbrattare il proprio territorio spirituale piuttosto che viverlo.
Non è però l’unico genere letterario che non riempie desolatamente gli incontri letterari dedicati (escludendo i premi che danno formale credito a quanto indicato sopra): il suo analogo compagno di viaggio è l’aforisma, di cui ironicamente è stato detto essere suo fratello minore, “privo di talento e affetto da sordità tonale”.

"El especialista de Barcelona" di Aldo Busi: contenuto che latita in forma scintillante.



El especialista de Barcelona
di Aldo Busi
Dalai editore, 2013


Pochi mesi fa ha visto la luce per i tipi di Dalai il nuovo atteso romanzo di Aldo Busi, El especialista de Barcelona. Sono passati dieci anni dalla precedente pubblicazione, e nel frattempo l'autore ha fatto parlare di sé per le sue partecipazioni a programmi improbabili e per provocazioni di bassa lega a beneficio dell'indice Auditel.

Una delle difficoltà principali quando si parla dello scrittore bresciano è, per l'appunto, quella di scindere il personaggio Busi dal letterato che niente ha a che spartire con la vacuità colorata dei salotti tivù. El especialista dimostra l'innegabile e rara abilità del suo autore di padroneggiare la lingua italiana, la capacità affabulatoria che appigliandosi alla flessibilità di una sintassi fluente e incantatoria – periodi che si rifiutano di giungere al punto fermo e proseguono, inciso dopo inciso, tenendo dietro al pensiero che vaga, compiaciuto della sua stessa incapacità di seguire linee rette – rende piacevole la lettura. Tuttavia, questa che è la massima qualità è anche al contempo il limite più evidente del romanzo. Sembra quasi che l'autore abbia speso tutte le sue energie per costruire un edificio linguistico rilucente e cangiante, musicale (virtuosistico) ed esteticamente ineccepibile senza badare troppo alle fondamenta che dovrebbero sorreggerlo, senza far caso ai contenuti con cui riempirlo. Ma su questo torneremo. Una trama, di fatto, non c'è. Non è mai buona regola quella di riferire, in sede di recensione, l'intreccio di un testo, come se conoscendone il 'plot' fosse possibile cogliere qualcosa di essenziale; qui però non si tratta di una reticenza intenzionale: una trama non c'è, e questo di per sé non va in alcun modo a detrimento del libro.

giovedì 23 maggio 2013

#PagineCritiche - Antonella Colonna Vilasi: Storia dei Servizi segreti italiani

Storia dei Servizi segreti italiani, dall'Unità d'Italia alle sfide del XXI secolo.
di Antonella Colonna Vilasi
Città del Sole Edizioni 


262 pp.

17 euro


Un excursus voluminoso e pregno di contenuti sulla storia dei servizi segreti in Italia quello realizzato dalla studiosa Antonella Colonna Vilasi, presidente del Centro Studi sull'Intelligence e prima autrice europea ad aver pubblicato una trilogia su questo tema. Un testo approfondito che tratta in maniera ampia la nascita e la storia dei Servizi Segreti in maniera completa, a volte eccessivamente destinata a un pubblico "settoriale" ma senz'altro dettagliata e ben documentata.

Il volume si struttura in un'introduzione e una chiusura composte da interviste, ben tredici, condotte dall'autrice ai protagonisti dei servizi d'informazione italiani. Ex direttori d'intelligence, ex capi di Stato Maggiore e generali d'Armata, che forniscono - rispondendo alle domande della studiosa - la propria esperienza e i propri punti di vista, arricchendo il tutto con aneddoti, racconti e pareri. Punti di vista di un periodo travagliato che ha segnato l'Italia per decenni, con gli occhi di chi ha dovuto prendere decisioni fondamentali per le sorti dello Stato Italiano.

Da Lucy a semplicemente “lei”. Ma resta un capolavoro


Quando lei era buona

(When she was good)
di Philip Roth

Einaudi, 2012 (1967)
p. 312


Non c’è nulla da fare, quando capita fra le mani un libro di Philip Roth e leggi l’ultima riga hai un moto di soddisfazione. Sono anni che mi arrovello per capire se è più grande lui o Cormac McCarthy, la trilogia sull’America o la trilogia della frontiera. È una lotta serrata ma come un po’ l’ultimo scudetto è sempre il più bello, appena finito questo romanzo Philip torna a sopravanzare Cormac. “Quando lei era buona”, edito da Einaudi, uscì per Rizzoli nel 1970 con il titolo “Quando Lucy era buona”. La lei nella nuova traduzione di Norman Gobetti è dunque Lucy Nelson. La storia è ambientata a Liberty Center, una cittadina americana del Midwest degli anni quaranta.

mercoledì 22 maggio 2013

Passione e furor: il Solus ad solam dannunziano

 Solus ad solam
di Gabriele D'Annunzio
ES, Milano 2012

a cura e con postfazione di Federico Roncoroni

€ 28
pp. 316



Solus ad solam di D’Annunzio, forse la sua «opera più facile a leggere e più difficile a giudicare»,[1] nasce dall’intricato epistolario tenuto dal Vate con la contessa Giuseppina Mancini, conosciuta nel 1906 e amata tra il 1907 e il 1908. La donna, sposata e continuamente combattuta tra il desiderio passionale e il senso di colpa, è offesa da una malattia nervosa che complica la relazione con D’Annunzio. Le tante lettere, materiale spurio per il diario e anche per il Forse che sì forse che no (1910), sono qui riutilizzate come base da cui ricostruire la cronaca dell’amore e, più densa, la «cronaca della sua disperazione»[2] e della pazzia della donna, seguita a distanza attraverso le diagnosi mediche.

martedì 21 maggio 2013

#SalTo13: la cronaca di sabato 18 maggio

Lo scorso 18 maggio ho trascorso l’intera giornata al Salone Internazionale del libro di Torino. La XXVI edizione ha avuto per tema la creatività e la cultura del progetto, come si evince dal titolo “Dove osano le idee”. Per cinque giorni il Salone è stato un vero e proprio laboratorio creativo nel quale analizzare il modo in cui le idee prendono forma e si trasformano in piani compiuti. Il rilancio della creatività si traduce in rilancio della progettualità, quell’elemento così prezioso che l’editoria degli ultimi anni sembra aver bisogno di recuperare per uscire fuori dalla crisi. Ernesto Ferrero, Direttore editoriale del Salone, ha parlato di “grammatica della fantasia 2.0”, riallacciandosi al titolo di una nota opera di Gianni Rodari il quale della creatività ha fatto la materia prima delle sue storie. Aggiungerei che, accanto al bisogno di ritornare a progettare e innovare, il desiderio di confronto dialogico è stato uno dei principali presupposti di questa edizione del Salone. Non è stato semplice scegliere tra gli eventi nella vasta offerta di incontri con grandi ospiti, dibattiti, presentazioni, laboratori per lettori di tutte le età, convegni professionali, dirette tv e radio.

#SalTo13: la prima giornata al Salone

Tornare annualmente a Torino, per il Salone Internazionale del Libro, dà sempre un senso di spaesamento al visitatore, chiunque egli sia.  La città stessa è un paesaggio sospeso tra  novità che sanno di antico e un antico che si celebra in moderno. Un insieme composito, che contraddistingue Torino e il Salone, e ne può in qualche modo spiegare le contraddizioni.
Il Salone, infatti, è una celebrazione per sua natura piena di contraddizioni: l'incontro tra novità e tradizione, lo abbiamo già detto, ma anche tra editoria indipendente, a grande distribuzione e a pagamento, tra cultura mainstream ed eventi di nicchia, scritture commerciali e d'avanguardia può dare certamente l'impressione di una congerie disarmonica, senza un vero filo conduttore, a rischio "schizofrenia" - rischio con cui l'organizzazione di ogni grande fiera deve in qualche modo venire a patti - e che certamente non può non porgere il fianco ad alcune critiche, come quella che Alessio Piras aveva lanciato proprio su CriticaLetteraria l'anno scorso (potete leggerla qui) o, più recente e provocatoria, quella di Gian Paolo Serino sulle pagine di Satisfiction (che potete leggere qui). Certo, non bisogna dimenticare che cos'è il Salone: un salone, appunto; non potrebbe celebrarsi se non a Torino ed è un bene che vi sia. 

In questa prima giornata ho seguito per CriticaLetteraria ha seguito gli eventi dedicati, in particolar modo, al rapporto tra letteratura, critica e mondo digitale.
Il primo evento a cui abbiamo assistito era intitolato Open Access e società globale della conoscenza, a cura del Centro Nexa e del SIOI (Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale), con gli interventi di Juan Carlos De Martin, Claudio Giunta e Alberto Oddenino. Ciò che è emerso è che l'Open Access va visto come un vero e proprio "contropotere", contrapposto ai valori del mondo mercificato: la messa a disposizione di un patrimonio comune per l'intera umanità. Se questo è lo sfondo si comprende perché l'UNESCO abbia deciso di prendere posizione a favore dell'Open Access, decidendo di pubblicare tutti i suoi documenti, diretti o indiretti, con tale sistema. Una decisione dall'alto valore simbolico e pratico.

#CritiCOMICS: Letteratura e fumetto: "Orgoglio e Pregiudizio" con i balloons


Orgoglio e Pregiudizio
di Sicks

Zandegù (collana "I Bignè"), 2013


Un tempo, ma non tanto tempo fa, quando eravamo piccoli, ogni mese uscivano in edicola "I grandi classici Disney". Come non ricordare I Promessi Paperi e la versione successiva I Promessi Topi? Le avventure di Top Sawer, Canto di Natale con Zio Paperone nei panni di Scrooge? Personalmente adoravo L'inferno di Topolino, l'intero inferno dantesco riscritto in terzine e riadattato con una cura e una precisione strabiliante. Quando ancora si era troppo piccoli per apprezzare i capolavori della letteratura mondiale ci si poteva fare una prima infarinatura con le versioni annacquate e divertenti degli eroi Disney.

Se ci si pensa è un modo per educare i giovani lettori. Se si sono divertiti da piccoli con queste storie, da grandi apprezzeranno con maggiore sottigliezza (e anche, perché no, con un sorriso) la narrativa di Manzoni e i danteschi "vuolsi così colà dove si puote". La giovane e fresca casa editrice indipendete Zandegù si è posta su questo filone con la collana I Bignè, ovvero Bignami letterari a fumetti.

lunedì 20 maggio 2013

Tra ablazione e tradizione: "Ablativo" di Enrico Testa

Ablativo
Enrico Testa
Einaudi, 2013

pp.126

Dopo la lirica in quali forme e modalità può darsi la poesia contemporanea? Una risposta (parziale of course), o meglio un motivo di riflessione ce lo offre l'uscita per la "bianca" einaudiana di Ablativo, ultima fatica del "poeta" Enrico Testa. Attributo d'obbligo, considerato che l'attività creativa di Testa da sempre si intreccia con il suo lavoro di stimato docente universitario e critico letterario. Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000 (2005) è, infatti, forse la più importante antologia di poesia contemporanea del primo decennio del nuovo secolo/millennio.

Dunque, salpati dalle sicure e soleggiate spiagge della tradizione italiana, al poeta-critico o critico-poeta (nel caso in questione binomio inscindibile: creatura bicefala) non resta che prendere il largo in un mare che rimesta e confonde "veglie albe notti, / preghiere a volti muti, ascolti / sempre in duplice tensione: / rivolto altrove e ad altri / o nell'attesa di una chiamata" (la litania dei casi recitata al ginnasio). 

L'ablazione si presenta pertanto come la cifra distintiva di quest'opera che accoglie sezioni o raggruppamenti di testi che dir si voglia piuttosto eterogenei. Un processo (studiato, costrutio a tavolino) di rimozione che genera una poesia volutamente anemica, minimalista al punto da rasentare un nihil variamente declinato: "non portava notizie di nessuno / l'ape che ti punse la mano / nel camposanto di Dego; / né richieste di preghiere / o di suffragi e neppure / una momentanea attenzione / rivolta ai nostri passi. / Era solo un capriccio della natura, / una stizzosa manovra dell'insetto / incattivito dall'afa" (non portava notizie di nessuno).

" Figli dello stesso padre" di Romana Petri


Figli dello stesso padre
 di Romana Petri
Longanesi, Milano 2013

pp. 304
cartaceo € 16,40
e-book € 11,99.

           

            Con i suoi due ultimi romanzi, Romana Petri ha battuto un colpo forte e deciso sul tavolo della narrativa italiana contemporanea. Un colpo che non l’ha scompaginata, non le ha fatto cambiare il corso o il paradigma, ma ha, quanto meno, creato lo spazio per una voce ben definita e riconoscibile. Figli dello stesso padre, come, del resto, Tutta la vita, s’avvale di una scrittura piana, immediatamente comunicativa, descrittiva, minuziosa, referenziale, fondata sul significato, più che giocata sul significante. Una scrittura che nel romanzo precedente era impreziosita da perle lessicali e sintattiche che erano il risultato di una ricerca espressiva accurata e sobria, quasi un invito a un pasto frugale fatto di alimenti genuini, rispetto ai banchetti fastosi d’altri tempi e d’altri tipi di scrittori. Qui, invece, l’impreziosimento non è dato tanto dalle molto più rare perle lessicali o sintattiche, quanto dall’aver creato tutta una serie di colorite e credibili espressioni idiomatiche appartenenti ai personaggi, ai loro legami familiari e ai loro ricordi.

domenica 19 maggio 2013

#PilloleDiAutore - Virginia Woolf, Freshwater


Forse non tutti sanno che Virginia Woolf ha scritto (anche) una commedia. Si intitola Freshwater, ed è stata rappresentata per la prima volta nel 1935 e pubblicata dalla Hogarth Press nel 1976. La traduzione italiana è uscita prima nel 1983 per la casa editrice La Rosa e in seguito nel 1992 per Ripostes. Dallo scorso 12 aprile è possibile trovare in libreria una nuova traduzione italiana di Freshwater, curata da Chiara Valerio per  Nottetempo.  La pregevole edizione include, oltre alla commedia, il racconto Una scena dal passato (A scene from the past) e due saggi scritti dalla Woolf, uno sulla fotografa Julia Margaret Cameron e l’altro sull’attrice Ellen Terry. Il racconto e i saggi sono tradotti in italiano per la prima volta.
Freshwater è una commedia leggera, un ironico ritratto dell’epoca vittoriana. Notevoli i personaggi: i coniugi Cameron – lui filosofo, lei fotografa –  il pittore George Frederick Watts e la sua bellissima moglie/musa Ellen Terry, il poeta laureato Alfred Tennyson. A Freshwater, sull’isola di Wight, il gruppo vive il sodalizio artistico in idilliaca armonia, in attesa dell’arrivo di due bare che i coniugi Cameron vogliono portare con loro in India. Perché, “nel caso”, la coppia vuole premunirsi dall’attacco delle termiti della giungla.
La commedia è stata scritta per essere rappresentata “in famiglia”, da coloro che poi diventeranno i membri del circolo di Bloomsbury: Vanessa Bell e Leonard Woolf interpretavano i giovani Cameron, Duncan Grant aveva il ruolo di Watts, mentre Virginia Woolf coordinava e faceva da suggeritrice.

sabato 18 maggio 2013

CriticaLibera: “La simmetria dei desideri senza l’equilibrio della pace”


Foto di Marco Caneschi

Israele ha avuto grandi scrittori fin dalla nascita dello Stato ebraico nel 1948, quello fondato dai sopravvissuti di Auschwitz, quello del socialismo dei kibbutz e di Ben Gurion: Oz, Yehoshua, Grossman, Sharansky, Tammuz, Kaniuk. Per introdurre però un viaggio in Israele mi sento di proporre l’ultimo che ho scoperto: Eshkol Nevo, autore de “La simmetria dei desideri” (Mishalà ahat yemina) edito da Neri Pozza nel 2010. Quattro amici si frequentano fin dall’infanzia ma hanno scelto come rito irrinunciabile il ritrovarsi in occasione dei mondiali di calcio. Una volta, in attesa della partita, scrivono dei bigliettini dove lasciano traccia dei loro desideri. Appuntamento fra quattro anni per scoprire se quanto scritto si sia avverato.

venerdì 17 maggio 2013

"Apnea" di Lorenzo Amurri

Apnea
di Lorenzo Amurri
Fandango, 2013, 
pp. 251





Musicista e produttore musicale, l'esperienza di scrittore di Amurri è cominciata con il blog tetrahi.blogspot.com, proseguita poi con un racconto (una lettera al fratello, in verità) inserito nella raccolta Amore caro, curato da Clara Sereni, che ha subito creduto in lui come scrittore. Apnea è il suo primo romanzo.



Guardo di nuovo l'acqua e so che non mi mancava l'aria perché ero immerso: sono mesi ormai che vivo in apnea trasportato dalla corrente degli eventi, senza decidere che rotta prendere; mesi che mi nascondo dietro al dolore, che cerco rifugio in piani goffamente architettati per risolvere drasticamente una situazione che ho voluto rendere più angosciante possibile; mesi che ascolto solo la mia voce ferita, e non mi curo di nessun altro; mesi che ho chiuso la mia personalità e la mia voglia di vivere dentro uno sgabuzzino; mesi che trattengo il respiro, e con lui, tutte le parole che non riesco a pronunciare.
Di tutte le parole che non era riuscito a pronunciare, Lorenzo Amurri ha fatto un romanzo, quello di un evento che ha cambiato del tutto la sua vita, e di com'è riuscito a venir fuori dall'apnea, lo stato in cui si precipita quando si soffre e basta, senza lottare.

Biblioteche, piazze del sapere


Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà
di Antonella Agnoli
Laterza 2009

pp. 172
€ 18,00 


Parlare di Biblioteche significa orientarsi all'interno di una serie di luoghi comuni, positivi o negativi. Sta di fatto che in un paese in crisi come il nostro, in cui non si riconosce il sostanziale apporto della cultura, le biblioteche vivono un momento drammatico.
Molto si è detto in proposito e sembra che l'unico problema sia legato alla sfera economica. Indubbiamente i tagli alle strutture bibliotecarie sono ingenti e vergognosi perché l'Italia è stato il centro della cultura, dell'arte e della conservazione libraria per secoli, se solo pensiamo a cosa sono state le abbazie benedettine del nostro territorio nazionale, Montecassino per fare solo un nome, le grandi esperienze tipografiche/editoriali, con punte di eccellenza come i Manuzio, e molto altro ancora.

Dicevamo che a nostro avviso il problema non risiede solo nell'aspetto economico. L'idea è maturata dalla lettura del saggio di Antonella Agnoli, Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà dell'editrice Laterza.

giovedì 16 maggio 2013

George MacDonald, "Sulle ali del vento del nord"





Sulle ali del vento del nord
George MacDonald

Traduzione di Lotte Vignola
Auralia edizioni, 2012

pp323
15,00


È indubbio che sia in atto una rivalutazione delle opere dello scrittore scozzese George MacDonald (1824 – 1905) e, in particolare, di “At he back of the North Wind”  del 1871.
George MacDonald, noto per le sue favole e i suoi romanzi di argomento fantastico, si mosse in quell’atmosfera preraffaellita di cui faceva parte William Morris e s’inserì nell’ambito di frequentazioni che annoveravano Mary Shelley, John Ruskin, Charles Dickens, William Thackeray, Mark Twain (del quale fu amico) e C.S. Lewis.
Quest’ultimo aveva una grande ammirazione per la produzione di MacDonald, lo considerava il suo maestro, a differenza di Tolkien che, come fa notare Roberto Arduini, aveva una vera e propria antipatia per la scrittura dello scozzese.
Il motivo di tanta crescente avversione”, ci spiega Arduini, “era proprio una delle caratteristiche principali di MacDonald, che divideva profondamente Tolkien da Lewis e Il Signore degli Anelli dalle Cronache di Narnia. Come scrive nella bozza di prefazione a La chiave d’oro, «MacDonald è un predicatore, e non solamente dal pulpito della chiesa; egli predica in tutti i suoi numerosi libri». A Tolkien andava di traverso l’allegoria morale: «Non sono molto attratto (anzi, direi il contrario) dalle allegorie, mistiche o morali» (R. A.)

mercoledì 15 maggio 2013

"Il cielo è dei potenti" di Alessandra Fiori


Il cielo è dei potenti
di Alessandra Fiori
edizioni e/o, 2013
pp. 294
Un affresco della politica italiana ai tempi della Prima Repubblica, su cui si stagliano le sagome di Roma e della provincia capitolina imbevute di quell'inconfondibile atmosfera paesana e caciarona ai limiti del surreale, che si dipana dalla macerie del secondo dopoguerra per ritrovarsi ad imbastire l'ordito della ricostruzione sui telai dell'abusivismo edilizio delle borgate: tutto è lecito pur di accaparrarsi i voti e le preferenze di palazzinari e alti prelati, con un occhio di riguardo anche per i delinquenti, i pazzi e gli impostori, blandendoli sì, ma facendo anche attenzione a tenerli a debita distanza, tanto per scongiurare il rischio che "gli odori e più spesso le puzze" di questa variegata fauna italica si impregnino nelle carni e nelle viscere dei pochi (si fa per dire) eletti - in senso proprio e figurato - dinanzi ai quali si spalancano le stanze del potere.
Alessandra Fiori, che ben conosce questo mondo (suo padre, Publio Fiori, è stato ministro, vicepresidente della Camera dei Deputati, militando per lungo tempo nelle fila dell'ex Democrazia Cristiana), ha cesellato con mirabile destrezza uno spaccato della nostra storia affidandolo alla voce di Claudio Bucci, io narrante nonché protagonista di questo sogno che più volte viene deturpato dalle cicatrici di più di un incubo, al quale tuttavia sceglie stoicamente di non soccombere fino al brusco risveglio all'alba di Tangentopoli.

Un libro-esperienza: Conversazione in Sicilia




Conversazione in Sicilia
di Elio Vittorini
BUR, Milano, 2008.



Mi ritrovai allora un momento come davanti a due strade, l’una rivolta a rincasare, nell’astrazione di quelle folle massacrate, e sempre nella quiete, nella non speranza, l’altra rivolta alla Sicilia, alle montagne, nel lamento del mio piffero interno e in qualcosa che poteva anche non essere una così scura quiete e una così sorda non speranza.
Il narratore protagonista di Conversazione in Sicilia è Sebastiano Ferrauto, di origine siciliana che vive in una città del Nord; in una giornata d’inverno e di pioggia, fu colto dalla consapevolezza della “quiete, nella non speranza”, nell’assoluta perdita d’identità e di coscienza della felicità, era come se mai in tutti i suoi anni avesse mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai avuto un’infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne  e,  nel momento in cui pensa che il genere umano sia ormai perduto, ecco che riceve il richiamo del piffero della sua terra, nella quale può ritrovare quello che sembra aver dimenticato.
Il romanzo si colloca a metà strada tra Realismo, Lirismo ed Ermetismo, un connubio di forze che lo rendono un libro-esperienza che sa di umanità.
Inizia-come iniziazione-il viaggio di Sebastiano dal Nord al Sud, tra gente che chiacchiera mentre viaggia e, inizia la sua conversazione, che non è con un uomo solo, ma con tanti, con l’umanità tutta, con il genere umano perduto. Il tema dell'offesa al mondo, dell'ingiustizia, della violenza dell'uomo sull'uomo che nella sofferenza è più uomo, era presente già nel Garofano rosso in cui  Alessio scopre il "fossato di offesa" che lo divide dagli operai che lavorano per suo padre, in Sardegna come un’ infanzia nelle condizioni dei minatori,  in Erica e i suoi fratelli nella miseria della protagonista, in Uomini e no, nei morti di Largo Augusto.

martedì 14 maggio 2013

"La grandezza e terribilità di Michel Agnolo, la piacevolezza e venustà di Raffaello, et il colorito proprio della Natura"


Autoritratto

Un lungo ponte per la festa della liberazione e si moltiplicano a Roma, nonostante le condizioni meteorologiche, le opportunità per entrare in contatto con l'arte.
Dopo aver sfondato le linee di passeggini, fanciulli zainati e anziani dinamici che si stagliano con i loro accenti e le loro culture sulle paraste, i colori e le linee imprevedibili dell'architettura romana, si riesce a raggiungere con una serie di gradini lievi e raffinati, anche se destinati evidentemente ai cavalli della corte pontificia, lo splendore, espressione di un genio.
 

Tiziano, pittore di corte, discepolo e maestro che racchiude tra le sue mani Raffaello, Giorgione e Michelangelo, si presenta all'occhio del visitatore nella calma dell'autoritratto. Dai toni scuri e appena delineati emerge, in principio e fine, l'opera, il volto e la maestria di Tiziano; inizio di profilo, con lo sguardo idealmente rivolto verso un punto indefinito, che noi interpretiamo con il filosofo Søren Kierkegaard quando affermava “La vita si può capire solo all'indietro, ma la si vive solo se protesi in avanti” e fine nell'istantanea di colui che sembra smanioso di andar via, di proseguire ciò che ha interrotto. 

Due frammenti della vita che si riuniscono nella mostra alle Scuderie del Quirinale.
Proponiamo un percorso che non procede per le tappe della vita di Tiziano, che possono essere lo stimolo per nuove letture o per tornare con la memoria ad altre già avviate e concluse. Si vuole solo condividere un'itinerario impressionante che alla fine porta le mani agli occhi per stropicciarli e per godere, nel riaprirli, di quel frammento di secondo in cui mantelli, volti e particolari riaffiorano ed irrompono nel sigillo (sfraghis) sull'iride e nella mente di quel fascio di luce, di diverse tonalità delle tinte o di un un'unico drappeggio che si estende nel nostro immaginario.

Toni caldi, pochi volti che guardano direttamente lo spettatore, distaccati, consapevoli della propria bellezza e restii a fermarsi sul mondo oltre-tela.

#Anteprima: Aldo Dalla Vecchia, "Vita da Giornalaia"




Vita da Giornalaia
Aldo Dalla Vecchia



Vi proponiamo un’anteprima teatrale dal sapore del tutto esclusivo che  dovrebbe uscire a breve anche come testo narrativo.
C’è un attore al centro della scena e c’è una voce fuori campo che pone delle domande. Quello che potrebbe essere un lungo monologo si trasforma in un’intervista, dove il ruolo dell’intervistato e dell’intervistatore si scambiano. A subire un fuoco di domande, infatti, è colui che per abitudine, per professione, per competenza, di solito le ha sempre fatte: lo scrittore, giornalista e autore televisivo Aldo Dalla Vecchia.
Aldo racconta la sua gavetta di figlio d’industriale che ha sempre amato la parola scritta più dell’azienda di papà. Fin da piccolo ha avuto nel sangue il desiderio di diventare giornalista. Lasciato Chiampo, piccolo paese del vicentino, per Milano – città della quale s’innamorerà al punto da piangere di gioia ritornandovi dopo un “brutto” soggiorno romano – Aldo comincia un iter fatto di telefonate in tutte le testate. Si arma di gettoni, occupa una cabina e chiama la “spettabile redazione”. Alla fine qualcuno risponde. Da “Epoca” a “Sorrisi e Canzoni tv”, Aldo si fa strada nei giornali più importanti, dove si occupa di costume e di gossip, di musica, di spettacolo, di arte.
Ma Aldo appartiene anche a quella generazione che ha vissuto il passaggio dalla tivù di stato a quella commerciale. Da una televisione ingessata, didascalica, moralista, si ritrova catapultato in un’emittente fantasmagorica e yuppi. È la nuova tv del biscione, quella dei mitici anni ottanta, dei lustrini, con tutti i chiaroscuri del caso.

lunedì 13 maggio 2013

Il Salotto - "Il conto da pagare": intervista a Maria Teresa Valle


Il conto da pagare
di Maria Teresa Valle
Fratelli Frilli Editore, 2013

www.mariateresavalle.it



Da poco in libreria per Fratelli Frilli Editore, Il conto da pagare è l'ultimo romanzo della scrittrice genovese Maria Teresa Valle. Protagonista Maria Viani che indaga su un omicidio la cui soluzione è tutta nel passato della vittima. Attraverso la formula del noir, la scrittrice ci restituisce un romanzo trasversale: se da un lato gli elementi tipici del genere non mancano, dall'altro presta molta attenzione alla parte storica della narrazione andando a scavare sulle conseguenze umane di uno dei periodi più bui della storia del nostro Paese, gli anni di piombo. Chi è Arnaldo? E soprattutto è lui l'unica vittima? Ho cercato di capirlo facendo a Maria Teresa alcune domande.

Se Lindbergh avesse vinto le elezioni del 1940 negli Stati Uniti

Il complotto contro l’America
(The Plot Against America)

Einaudi 2004
pp. 412


Cosa sarebbe successo se l’eroe dell’aviazione Lindbergh, colui che nel 1927 aveva fatto il primo volo transatlantico in solitario, colui che più avanti aveva manifestato apprezzamento per Hitler e dal führer stesso era stato decorato, avesse vinto le presidenziali del 1940 contro Roosevelt? In questa finzione Lindbergh non solo vince ma lo fa con una valanga di voti e firma un trattato di non aggressione sia con la Germania che con il Giappone.

domenica 12 maggio 2013

Le madri di Loredana Lipperini



Di mamma ce n'è più d'una

Loredana Lipperini
Feltrinelli, 2013

pp. 314
15,00 Euro


Quando pensi che una donna non abbia bisogno di definirsi in nessun schema prestabilito, quando credi che la storia ti abbia insegnato che una donna è prima di tutto un essere umano e il volersi dotare a tutti i costi di un’identità possa portare a una sorta di discriminazione inversa, ecco che ti rendi conto di non aver capito niente. 
In Di mamma ce n’è più d’una Loredana Lipperini esplora il mondo della maternità mostrando come ancora oggi questo sia il mezzo attraverso cui una donna si riconosce e si fa riconoscere. 
Non si vuole essere madri punto e basta (come lo sono state le nostre per intenderci: antipatiche, ossessive, colpevoli dei nostri errori, insomma tutto quello di cui almeno una volta nella vita le abbiamo accusate), quelle di oggi puntano a essere perfette e in molti casi lo fanno a partire dal concepimento.

sabato 11 maggio 2013

CriticaLibera - Della morte e di altri demoni


- UN PERCORSO TRA LE OPERE EDITE NEGLI ULTIMI TRE ANNI -

Eros e Thanatos sono sempre stati legati, non serve scavare tra migliaia di esempi letterari. Eppure, qualcosa in questi ultimi anni di pubblicazioni fa pensare che i due temi, oltre a intrecciarsi, si facciano continuamente guerra per avere l'uno la meglio sull'altro. Risultato? L'anno scorso è stato soprattutto l'anno dell'eros, con una riscoperta della letteratura erotica, un po' edulcorata per non sconvolgere troppo ma con quelle sfumature di malizia che hanno portato via per qualche ora la preoccupazione per la crisi economica dilagante (ne parlava anche Patrizia).  

Quel che forse è passato più sotto silenzio ma ha continuato a insinuarsi e a radicarsi nelle opere in uscita è il serpente della morte. Velenosissimo, non ha perdonato quasi nessuna opera recente: aveva ragione il Luperini a sostenere che con l'attentato delle Torri Gemelle s'è conclusa la (almeno apparente) spensieratezza del post-moderno. L'uomo è tornato a preoccuparsi delle problematiche ataviche, ma con alcune grandi differenze: se il sesso è riscoperto in prima persona, da io-narranti che sperimentano fino agli aspetti estremi, la morte è affrontata da narratori-testimoni, più o meno partecipi, ma sempre analitici nel descrivere il disfacimento e la corporeità. Persino in un'opera ironica come Di tutte le ricchezze di Stefano Benni si rintraccia il morbo del tempus fugit, che stanca il protagonista e istiga alla rinuncia dei sogni. 

Come è sempre avvenuto, fin dall'Iliade, la guerra è teatro drammatico della morte, e ai familiari non resta che fare i conti con un lutto destinato a perdurare, come nel caso dello straziante Caduto fuori dal mondo di Grossman, in cui il dolore autobiografico per la morte del figlio in guerra è cantato in una prosa lirica. Se Paolo Giordano preferisce la presa-diretta in un Afghanistan desertico, ma non arido di umanità nel suo Corpo umano, in Non passare per il sangue Eduardo Savarese ha seguito passo a passo il lutto, complicandolo con un amore omosessuale e con rapporti familiari non cristallini.