sabato 21 dicembre 2013

CriticaLibera: sguardi verticali dov’erano isole

#Harlem (Foto: Marco Caneschi)

«Eccola la città insulare degli abitanti di… (omissis), circondata da banchine come le isole indiane sono circondate di barriere corallifere, avvolta nella spuma del commercio. A destra e a sinistra le strade portano all’acqua. Il centro vero e proprio è la Battery, dove il nobile bastione è lambito da onde e rinfrescato da brezze che poche ore prima erano in mare aperto. Osservate le folle di contemplatori delle acque».
Non è che voglia fare il misterioso ma se invece dell’omissis riportavo esattamente quanto compare in questo romanzo, la magia finiva subito. I lettori attenti e innamorati di questo libro, a cui sono rimasti impressi l’incipit e la prima pagina, avranno già detto Eureka! Restate un attimo in silenzio perché sono sicuro che ancora qualcuno non ha idea di dov’è finito: “isole indiane”, “barriere corallifere”, “mare aperto”... alle Maldive? Oppure, che ne so, a Venezia, visto che “a destra e a sinistra le strade portano all’acqua”?
Niente di tutto ciò, siamo lontani dalle une come dall’altra. Il mistero in fondo è spiegabile facendo ricorso all’orologio. Non quello da polso, quello del tempo. Tra virgolette, ho citato la descrizione di una città così com’era nei primi anni Cinquanta dell’Ottocento. Detto in termini geologici è un battito di ciglia, anzi molto meno, ma pure secondo le misure umane non è troppo lontano: 160 anni fa, più o meno quando nascevano i nonni dei nostri nonni. Là dove si sporgeva il protagonista è spuntata una foresta d’acciaio e vetro. Non è scomparsa l’isola, anzi le isole, ma è impossibile concepire orizzonti marini a meno d’imbarcarsi alla volta di una statua.
Tutto cominciò con il Flatiron, risalente al 1902, chiamato in questo modo per il suo aspetto da ferro da stiro. Una roba incredibile, la sua forma e la sua posizione hanno addirittura modificato il microclima del quartiere. Il rischio da quel giorno è stato di guardare solo per aria. E invece non è che manchi l’altra architettura, quella a misura d’uomo. C’è la residenza del sindaco e si chiama Gracie Mansion ed è un’elegante abitazione di legno in stile federale. Di legno, certo. Per arrivare alla pietra bisognò aspettare che fossero aperte le cave della valle del fiume Connecticut. Adesso credo che in qualche modo vi sarete fatti un’idea: quell’omissis sta per Manhattan e l’incipit del romanzo è: «Chiamatemi Ismaele». New York si presentava in quel modo all’epoca in cui Herman Melville concepì il suo capolavoro.
È pazzesco, pensandoci un attimo, come il paesaggio urbano sia stato, non dico modificato ma letteralmente stravolto. Oggi New York è famosa per la Statua della Libertà e per i 14 giganti, erano 16 prima dell’11 settembre 2001, che raddoppiano la prospettiva urbana e che nell’oscurità diventano un alfabeto luminoso fotogenico e cinematografico. Ricordo qualche film che grazie ai grattacieli ha avuto fortuna: dallo storico “King Kong” a “Ghostbusters”, dal poco conosciuto ma notevole “L’appartamento” di Billy Wilder a “Insonnia d’amore” di Nora Ephron con Tom Hanks e Meg Ryan. A questo punto mi soffermo, perché di Meg Ryan abbiamo dinanzi agli occhi l’orgasmo simulato in “Herry ti presento Sally”? Bene, se volete replicarlo al partner, siete nella città giusta: il ristorante è il Katz’s Delicatessen, si mangia inevitabilmente male, è in una zona orribile, ma sono sicuro che come per me la curiosità prevarrà.
#Greenwich (Foto: Marco Caneschi)


A questo punto andiamo avanti come in una catena: dici cinema a New York e pensi a Woody Allen, da “Manhattan” a “Tutti dicono I love you”, ma pochi sanno che Woody ha sperimentato le sue prime battute davanti alle piccole platee dei locali del Greenwich Village. È una storia lunga e affascinante quella del quartiere dove hanno esordito Bette Davis, Barbra Streisand, Dustin Hoffman, Peter Falk e Sylvester Stallone. Al Greenwich perdetevi pure. Non sarebbe quell’affascinante groviglio di piazze sghembe, strade alberate e casette antiche se i suoi abitanti non si fossero opposti all’ordinanza che imponeva di abbattere tutto. Grazie a questa battaglia, nella griglia perfetta di Manhattan è rimasto incastonato il Village. Pagine immortali sono nate qui: da “Washington Square” di Henry James a “Piccole donne” di Louisa May Alcott, da “L’ultimo dei Mohicani” di James Fenimore Cooper a molti dei racconti di Edgar Allan Poe. Si sono consumate anche eminenti sbornie letterarie visto che frequentavano il Sanremo, che ora ha cambiato nome ma maledettamente non lo ricordo, James Baldwin, Jack Kerouac e Allen Ginsberg. Al Village la cultura e la stravaganza possono nascondersi a ogni angolo: dagli innumerevoli teatri che ospitano 150-200 spettatori al massimo alla casa più stretta della città, larga tre metri e alta tre piani. Vi hanno abitato gli attori John Barrymore e Cary Grant e si affaccia su Bedford Street. Nel 1969 quando arrivò al Village la polizia, per una retata diretta specialmente contro gli omosessuali, venne cacciata a furor di popolo.
Locali bui, pieni di fumo, gente accalcata: la ricetta è sempre la stessa ma pare funzioni visto che dagli anni Venti, New York è la capitale mondiale del jazz. Sono stato al Village Vanguard, dove si esibivano Miles Davis e John Coltrane. È chiaro però che su questo terreno il quartiere ha un rivale stratosferico che si chiama Harlem. Già nel 1930, venne ribattezzato Parigi nera e nei migliori momenti schierava: Duke Ellington al Cotton Club, Ella Fitzgerald all’Apollo Theatre, Dizzie Gillespie al Mintos’s Playhouse e Charlie Parker al Famous Door. Roba da fare tremare i polsi. Harlem era olandese ora è diviso nella parte afro-americana e nella Spanish Harlem, regno di portoricani, messicani, cubani, giamaicani e dominicani. È vero che il ghetto di una volta sta cambiando pelle, ma nella Spanish non mi avventurerei con fare baldanzoso nelle ore serali. Nati, cresciuti o approdati qui in cerca di un’occasione, tanti neri discriminati hanno rovesciato il proprio destino. Alcuni a forza di chiese e gospel, tipo Aretha Franklin, altri a forza di attivismo politico e qui viene alla mente Malcolm X. Ma anche David Dinkins, il primo sindaco nero di New York.

#Ponte di Brooklyn (Foto: Marco Caneschi)
Ora, inutile vi dica che a proposito di spettacoli New York offre Broadway, a proposito di shopping il rettifilo di 7 chilometri e mezzo della Fifth Avenue, a proposito di footing il Central Park, a proposito di arte il Guggenheim, il Moma e il Whitney, a proposito di manicomio Times Square. A me piace ancora fare due passi, così finisco per capitare in atmosfere decisamente uniche. Basta attraversare Canal Street e si passa un’invisibile barriera geografica e temporale: due passi indietro e si è nelle algide atmosfere di Soho, due passi avanti e si entra in un mercato di Shangai. A Soho, palazzi dalle facciate di ghisa stavano muti come fantasmi sventrati. Nel giro di un decennio è rinato a nuova vita come colonia artistica. E con gli artisti sono arrivate le gallerie. Ce ne sono più di 100. Ha pure prodotto un clone mal riuscito, Soho, e si chiama Tribeca, un’invenzione del mercato immobiliare, dove pullulano, o pullulavano visti gli attuali chiari di luna, i rampolli della new economy e dove Robert De Niro ha installato il suo quartier generale, la Tribeca Film per l’appunto. Ma entriamo a Chinatown: 35 blocchi dove vivono 150.000 cinesi come se New York non esistesse. Carretti che vendono pesce, verdure, dvd taroccati, microscopici bugigattoli che esibiscono Rolex e Prada, si fa per dire visto che è tutto falso. Non pensate di contrattare a voce: 1 su 10 parla inglese. Dateci di gomito con la gestualità. L’Occidente svanisce in un luccichio di ideogrammi al neon e vetrine di anatre appese, immancabili musiche stile “Blade Runner” e altari buddisti. Se siete fortunati vedrete al Sara Roosvelt Park gli anziani praticare il Tai Chi.
Little Italy, invece, come l’ha vissuta Martin Scorsese non esiste più. È ridotta a un’unica strada: Mulberry Street, un set cinematografico ma per turisti, dove il ristorante Puglia ostenta una facciata tricolore e qualche reduce dai viaggi oceanici un dialetto siculo che non lo capirebbe neanche Verga. Non è che sia un dispetto della storia: la fine di Little Italy, letteralmente assediata da Chinatown, è sinonimo d’integrazione della comunità italiana nel tessuto della società statunitense. Dove Scorsese giocava incrociando gangster carichi di brillantina restano due o tre tamarri di ristoratori che propongono un’immagine dell’italiano che corrisponde a un cliché superato nell’America e, in fondo, nella stessa Italia.
Poi, attraversi il ponte più affascinante di New York, il capolavoro di due prussiani, Roebling padre e figlio, e ti lasci alle spalle la Grande Mela per entrare nel quartiere che per tradizione mantiene un certo distacco dal resto, 2 milioni e 300 mila abitanti orgogliosi di appartenere alla “quarta città più grande d’America”: Brooklyn. Italiani, portoricani, russi, scandinavi, 420.000 ebrei anche di quelli ultra-ortodossi che se li fotografi è bene avere scarpe comode ai piedi. Dalla Promenade di Brooklyn Heights, vista mozzafiato sulla skyline di Manhattan: è l’unica concessione che questi fieri autonomisti riservano all’ingombrante fratello. È qui che c’è anche la panchina della “Manhattan” di Woody Allen. E sarà bene sfruttarla dopo tutto questo gironzolare.

Marco Caneschi

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