lunedì 16 dicembre 2013

Il Salotto: intervista ad Anne Percin

© John Foley Ph.
Di Felicità perduta mi ha colpito subito il titolo che, come un'eco beffarda, mi ha portato alla mente il montaliano "Felicità raggiunta, si cammina per te sul fil di lama...".
E accanto al titolo la copertina con una figura umana di cui è emblematicamente messo in risalto un solo organo: il cuore. 
 
L'ho letto con calma, appuntando le frasi più belle, tornando sui passi più complicati della storia, quelli che richiedevano attesa e approfondimento; ho capito che far parlare l'autrice era il modo migliore per raccontare il romanzo. Così ho intervistato Anne Percin, nata a Epinal nel 1970. Dopo aver abitato a Parigi e Strasburgo, oggi vive in campagna, come Pierre, il protagonista del suo ultimo romanzo. Scrittrice da sempre, ha iniziato a pubblicare nel 2006 con il romanzo Point de Côté che ha aperto la strada a molti altri successivi.
Con Felicità perduta si è aggiudicata nel 2010 il Prix Jean Monnet des Jeunes Européens.
Avevo tante cose da chiedere ad Anne sulla sua scrittura, le letture e i romanzi.
Mi sono accorta che la copertina e il titolo non mi avevano ingannata: questo
 libro riesce a raccontare i moti del cuore e 
parla di una felicità - che sembrava -  scivolata via per sempre.


Felicità perduta
è un libro pieno di sentimenti diversi, talvolta contrastanti: dalla gioia della condivisione e dell’amore alla sofferenza dell’abbandono e della perdita. 
Quello che mi è sembrato più forte, però, è il dolore che deriva dal rimpianto, da tutte le occasioni che abbiamo sprecato. Come è nata l’idea della storia di Pierre?

La storia di Pierre in Felicità perduta è in realtà il seguito della storia raccontata in Point de Côté (Male al fianco), in cui lo stesso protagonista (Pierre Mouron), che aveva allora 17 anni, scrive il proprio diario intimo. La vicenda narrata in Point de Côté si svolge nel corso di un anno. Pierre non sta bene, non riesce a riconoscersi dentro il proprio corpo, nella sua vita da liceale, nella vita familiare, per questo sceglie di suicidarsi “a fuoco lento”, praticando la corsa e smettendo di alimentarsi: è una sorta di diario della sua anoressia.
Durante quei mesi, però, farà un incontro fondamentale per la sua vita: quello con  Raphaël, l’amico del suo professore di violino. Il romanzo si conclude con quell'incontro, che dà a Pierre il coraggio e la voglia di continuare a vivere, semplicemente. Tuttavia, la storia non ha mai smesso di evolvere nella mia testa e il personaggio di Pierre, che ho inventato quando anch'io avevo 17 anni, ha continuato a vivere dentro di me. Un giorno, ho sentito il desiderio di raccontare quello che era diventato...

Nel romanzo racconti un amore omosessuale. La storia tra Pierre e R. è struggente, il loro sentimento così potente e viscerale da sembrare a tratti distruttivo. È stato difficile entrare così nel profondo di una dinamica affettiva talmente delicata?

No, non è stato per nulla difficile. Vedi, io non ho un'opinione precisa su cosa debba essere l'amore. Diffido sempre delle persone che dicono che l'amore “è questo o quello”, “deve” essere così… Sono discorsi che mi fanno paura perché stabiliscono una norma, e una norma pone dei limiti, esclude. Conosco molte persone, eterosessuali o omosessuali, che dubitano del loro amore perché non assomiglia a quello delle riviste patinate o delle pubblicità… Ma, ogni amore è unico, ci sono tanti modi di amare quante sono le persone sulla terra!
Nessun amore assomiglia a un altro.
Un amore non è né buono, né cattivo, è quello che i due amanti fanno esistere.  In Felicità perduta, volevo dimostrare che l'amore può salvare una vita se qualcuno ha bisogno di essere salvato (Pierre considera R. il suo “salvatore”, crede di avere un debito con lui). Ma può essere difficile vivere l'amore, quando non ci si concede il diritto di essere felici. Pierre è una persona troppo complicata per accettare di vivere una felicità “semplice”.
Ci sono molte persone così… Per me, non è l'amore che lo fa soffrire, non è R. È lui stesso.

Rosa Bonheur
Ritratto di Edouard Louis Dubufe, 1887
Ricorderò sempre Felicità perduta come il libro che mi ha fatto conoscere Rosa Bonheur, pittrice francese vissuta nell’800. Una donna affascinante, dalla vicenda umana e artistica memorabile, della quale il protagonista sogna di scrivere una biografia. Anche per te Rosa Bonheur è una sorta di personaggio – totem? Come ti sei accostata alla sua storia e alla sua pittura?

Una decina di anni fa, abitavo alla periferia di Parigi e ho scoperto Rosa Bonheur andando al Musée d’Orsay con i miei studenti. Ho visto una delle sue opere, quella che descrivo nel romanzo (Labourage en Nivernais) che raffigura delle mucche e la terra rivoltata in primo piano: mi sono venute le lacrime agli occhi. Quando abitavo a Parigi, la campagna mi mancava troppo. Anche se sono cresciuta in città, mi sento bene solo in campagna. Ho cercato allora di sapere chi fosse Rosa e tutto quello che scoprivo mi sorprendeva. Sono rimasta affascinata da quella donna, dalla sua audacia tranquilla, dalla sua forza... Volevo scriverne una biografia, ma è un genere che mi annoia un po', preferisco la fiction. Ho quindi messo da parte questo progetto per alcuni anni, fino a quando, un giorno, Pierre è tornato a ispirarmi.  Di colpo ho trovato un punto di contatto tra Rosa e Pierre e ho sentito il desiderio di raccontare le loro due storie, insieme.

Il libro è percorso da altre grandi figure di donne artiste: tra tutte ho subito notato la presenza di Virginia Woolf, mia autrice del cuore. In particolare nel libro fai riferimento a A Room of One’s Own. Rientra tra i tuoi amori letterari? Nel libro non avrei visto male anche un accenno a quello che considero il suo capolavoro: Orlando.

Sì, è vero, ci sono punti di contatto… Ma non ho ancora letto Orlando! E ne sono felice, è la prova che ho ancora delle opere-gemelle da scoprire in letteratura. In ogni caso, sì, è vero che Felicità perduta indugia sulla confusione, la mescolanza dei sessi… È un romanzo scritto da una donna, che dà voce a un uomo, ossessionato da alcune donne... 
Ma sono donne che hanno, giustamente, rifiutato o superato la differenza uomo/donna. George Sand, la filosofa Simone Weil, Virginia Woolf…
Ho due autrici feticcio, Colette e Béatrix Beck. E la Beck amava ripetere questa frase di Colette: “i miei occhi di donna guardano scrivere la mia mano di uomo”. La trovo una frase molto vera. Quando si crea, la nozione di genere scompare.

"Heartcake" ©Sylvia K
Estremamente commovente la parte finale del libro in cui si condensa una riflessione sui fantasmi del passato, sui ricordi, sui dolori delle storie familiari.  Credo che Felicità perduta sia un libro che può rivolgersi a lettori di ogni tipo, però mi viene spontaneo chiederti: pensi che un ragazzo molto giovane abbia la capacità di cogliere il senso di un dolore che talvolta solo la maturità aiuta a comprendere?

Sicuramente da adulti, quando si accede alla maturità, siamo sempre più perseguitati dalla nozione del tempo che passa, dal senso di perdita...
È qualcosa che anch'io provo, molto dolorosamente. Ma ricordo di essere sempre stata sensibile e nostalgica, anche da bambina. Piangevo tutte le volte che una festa finiva, qualche volta piangevo anche prima che la festa cominciasse, perché sapevo che – comunque - sarebbe finita. Forse sono tristemente ossessionata dal senso della fine, della morte etc. Ma so di non essere la sola. Ogni persona sensibile, di qualunque età, può conoscere l'angoscia della perdita, dell'abbandono… So che i miei libri si rivolgono di preferenza a persone con una spiccata sensibilità. E ci sono moltissimi ipersensibili, sia tra i giovani che tra gli adulti. Mi chiedo poi se, da adulti, non si diventi piuttosto meno sensibili. Invecchiare spesso significa indurirsi. Mettersi una corazza.

Come scrittrice hai un blog personale in cui racconti te e il tuo lavoro. In un momento in cui tanti autori organizzano la loro presenza su internet, tu come ti poni rispetto ai social network e alle nuove tecnologie? Le utilizzi già o conti di farlo in futuro per costruire un dialogo più fitto con i tuoi lettori? Al contrario sei scettica?

Non ho un'opinione precisa in proposito: sono una persona curiosa, mi piace sperimentare cose nuove… Una volta scrivevo molto sul mio blog, poi il mio compagno (che è scrittore) mi ha fatto notare che stando sempre a scrivere sul blog, finivo per scrivere meno i miei romanzi! Il web e i social network portano via molto tempo. È vero che avvicinano autore e lettori, ma è un rapporto problematico per me, perché sono riservata e suscettibile, quindi devo cercare di proteggermi da persone troppo indiscrete e da critiche che possono ferirmi. Ora ho una pagina facebook che serve un po' come “vetrina”, dove i miei lettori possono lasciare commenti. Avevo creato una pagina con il nome del protagonista della serie dei miei romanzi per adolescenti, che ha avuto molto successo in Francia (Comment bien rater ses vacances). Alcuni giovani mi scrivevano su quella pagina pensando di scrivere davvero al protagonista e che fosse davvero lui a rispondere. La cosa mi inquietava, avevo l'impressione di vivere in un mondo parallelo, quindi mi sono fermata.

Se dovessi consigliare ai lettori italiani che leggeranno Felicità perduta un altro tra i tuoi libri da leggere subito dopo, quale consiglieresti e perché?

Penso che, per le ragioni che ho evocato sopra, dovrebbe essere Point de Côté (Male al fianco): è davvero tutto quello che succede prima, fra Pierre e R.
Ma non posso non pensare anche al romanzo uscito in Francia nel 2011 Le Premier été (La prima estate). Vi si ritrovano temi che mi sono molto cari, il tema dell'ipersensibilità, i ricordi d'infanzia, il desiderio e la discriminazione (il rifiuto della “diversità”). È un libro molto grazioso e delicato, all'inizio, quasi lezioso, che diventa duro, disturbante nel prosieguo. Il testo è stato adattato per la televisione francese e il film-tv verrà trasmesso presto in Francia.

Tra le voci della narrativa contemporanea francese c’è qualcuno che segui con interesse, del quale corri sempre a comprare i libri?

Oh, ti devo deludere, mi spiace. Ma sono come il protagonista di Felicità perduta, adoro il XIX secolo! Gli unici autori francesi di cui ho letto tutte - proprio tutte - le opere sono morti da molto tempo. Fra i contemporanei,  voglio citare i nomi di Olivier Adam, Michel Houellebecq, Emmanuel Carrère, Mathias Enard e Annie Ernaux. E poi, visto che vive a Parigi, ma è autrice franco-canadese, la grande Nancy Houston, che avvicino alle americane Joyce Carol Oates e Siri Hustvedt, per le quali provo una grande ammirazione. Leggo molto gli americani in questo momento, Philip Roth, Russel Banks.


Intervista a cura di Claudia Consoli 

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