giovedì 12 dicembre 2013

#PagineCritiche: "l'Italia non è la patria del romanzo"




A. Asor Rosa, La storia del “romanzo italiano”? Naturalmente, una storia anomala

in Il romanzo, a c. di F. Moretti, vol. III Storia e geografia
Torino, Einaudi, 2002, pp. 255-306

L'italia non è la patria del romanzo”. Pesa come un macigno l'affermazione di Asor Rosa nel suo saggio La storia del romanzo italiano? Naturalmente, una storia anomala”. Perché, se entriamo in libreria, l'offerta editoriale oggi è essenzialmente narrativa. Se poi si pensa al passato letterario dell'Italia i primi nomi che ci vengono alla memoria, scavalcando per un solo secondo Dante, sono sempre loro: i Promessi Sposi, i Malavoglia, il Fu Mattia Pascal, la Coscienza di Zeno.
In realtà le cose non sono andate esattamente così, e Asor Rosa lo dimostra con una precisione illuminante nel suo saggio.

Il romanzo innanzitutto non nasce in Italia, nasce in Inghilterra e in Francia, e anche quando la nostra penisola arriva a conoscere una propria fioritura romanzesca non se ne costituisce mai una tradizione. Attenzione, ciò non significa che in Italia non siano mai stati scritti romanzi: i nomi fatti prima lo dimostrano. Il nodo della questione è che ognuno di questi testi, che pure sono dei capolavori, è un caso a sé, un prodotto irripetibile che, appunto, non dà origine a una tradizione di testi a lui simile. Anzi, sono tutti fra loro diversi. Inoltre sono difficilmente collocabili in un contesto europeo, restano diversi e unici, e proprio per questo motivo di maggiore qualità.

Ma, a questo punto, verrebbe da domandarsi se esiste il narrativo italiano e la risposta non può che essere affermativa. Dalla notte dei tempi l'uomo ha bisogno di raccontare e di raccontarsi, e l'Italiano non si smentisce. Il narrativo italiano però, a differenza di molti altri stati europei, non si identifica con il romanzo, bensì con la novella, di cui certamente l'Italia è patria a tutti gli effetti. Boccaccio, il Novellino, Bandello e via dicendo esprimono il massimo della vocazione narrativa italiana, ma in una modalità di espressione pre-moderna. Se infatti “il romanzo è la modernità” (C. Magris) – perché è espressione del mondo borghese moderno, perché è la fine della società di Anciem Regime, perché si rivolge a un pubblico di massa – la novella è espressione di un mondo pre – moderno.

Altra modalità di espressione del narrativo italiano è il romanzo cavalleresco di Boiardo e Artiosto, dove emerge una narrativa fantastica e basata su una materia del tutto irreale, anch'essa pre-moderna.

E allora, cosa succede nella modernità, in Italia?
Manzoni dà il suo enorme contributo, con il primo grande romanzo moderno italiano, ma dopo i Promessi Sposi non scrive più nulla, sottolineando l'inconciliabilità di Invenzione e Storia.
Nievo scrive un romanzo interessante, che parla di patria, amore, sentimento, ma con una lingua debole, talvolta sciatta, talvolta gonfia e antiquata. L' esperimento fallisce.
Sorprendentemente tra il 1880 e il 1900 conosciamo il vero romanzo autentico italiano: con il Realismo di Verga, Capuana. Ma se pensiamo ai Malavoglia esso presenta vari aspetti che lo allontanano dal Realismo, primo fra tutti il fallimento del positivismo e del progresso. Insomma, non appena il romanzo italiano entra in scena, subito ne esce, superando il genere proprio col testo più rappresentativo.
L'unico strumento che pare adesso in grado di descrivere la realtà e cerca di darle un senso è il riso e l'ironia: stiamo parlando chiaramente di Pirandello, Svevo e Moravia.
Il successivo snodo è costituito dal Neorealismo e dalla letteratura resistenziale ma di nuovo qui il romanzo italiano si inabissa, poiché arriva ad avere toni epici: pensiamo a Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio.
Da qui in poi ci si avvicina ai giorni nostri. Si provano diverse vie: quella avanguardista del Gruppo 63, assolutamente anti-romanzesca, quella del romanzo magmatico di Arbasino e Volponi, massicci modelli letterari che vorrebbero riprodurre per intero la realtà, ma che di fatto non riescono e poi Calvino.

Il più grande narratore italiano degli ultimi tempi ci mette di fronte a un fatto paradossale: non ha mai scritto un romanzo (se non quello tutto particolare che è Il sentiero dei nidi di ragno). Ciò che fa Calvino è scrivere un romanzo sull'impossibilità di scrivere un romanzo: Se una notte d'inverno un viaggiatore, che è costituito da dieci incipit di romanzo collegati tra loro da una cornice, il cui tema centrale è la Lettura e la Scrittura (leggi le nostre recensioni: 1 - 2). Siamo tornati all'inizio: a qualcosa di troppo simile a delle novelle. Calvino si (e ci) chiede non tanto come scrivere un nuovo romanzo, ma se è possibile farlo. La risposta che si dà sembra essere negativa. Il fatto è che dopo di lui gli scrittori italiani hanno ripreso a scrivere romanzi. Ma perché hanno saputo rispondere alla sua domanda o perché l'hanno semplicemente ignorata?

Con questo interrogativo si chiude il saggio. Intanto noi che amiamo i libri non possiam fare altro che continuare a leggere e a scrivere. Certamente con qualche consapevolezza, e dubbio, in più.

3 commenti:

Alessio Piras

Con tutto il rispetto per Asor Rosa il romanzo moderno nasce in Spagna con il Don Quijote. Che poi anche la Spagna abbia una storia del romanzo anomala è un altro paio di maniche!

Alessio Piras

Con tutto il rispetto per Asor Rosa il romanzo moderno nasce in Spagna con il Don Quijote. Che poi anche la Spagna abbia una storia del romanzo anomala è un altro paio di maniche!

Anonimo

Mea culpa, hai ragione. Errata corrige: il romanzo moderno nasce in Spagna e poi in Inghilterra e Francia.
Alla prossima, Elena Sizana