domenica 17 novembre 2013

¡Que viva Sheherazade!

#vivasheherazade


Nell’articolo del 1979 Le temps des femmes Julia Kristeva scriveva che sono tre i momenti storici che hanno segnato il progresso delle donne nella presa di coscienza della loro soggettività. Il primo è quello in cui le donne cercano di inserirsi nel tempo lineare della Storia, quello della lotta politica per i diritti, segnata dalle battaglie delle suffragettes; la seconda fase è quella post-sessantottina, in cui le rivendicazioni femminili hanno implicato un’inevitabile elaborazione culturale su problemi come la sessualità, la riproduzione, la violenza domestica; la terza fase è, infine, rappresentata dalla coesione di entrambe entrambe le attitudini: “l’inserimento nella storia e il rifiuto radicale delle limitazioni imposte dal tempo della storia a un’esperienza condotta nel nome dell’irriducibile differenza”. [1]

Differenza: termine chiave della riflessione femminista che, dagli anni Settanta, si concentra su questioni identitarie. Quale dovrebbe essere per le donne il modello a cui potersi rispecchiare per affrancarsi dalla tradizione patriarcale? Può il soggetto maschile rappresentare correttamente la donna?
La prima a dare una risposta è la filosofa belga Luce Irigaray che, fin dalla pubblicazione del suo primo libro Speculum. L’altra donna (1974),  è stata considerata una delle principali rappresentanti della teoria della differenza sessuale. Le donne, secondo la Irigaray, non possono essere correttamente descritte da una società dove perfino la lingua che usiamo quotidianamente è connotata sessualmente. Ad esempio, dicendo “l’uomo è mortale” saremmo tutti d’accordo che con la parola “uomo” si intenda “l’umanità”. Ma se diciamo “la donna è mortale”, arriveremo alla logica conclusione che l’uomo è, invece, immortale. Il soggetto maschile, quindi, porta con sé sia il segno a lui proprio sia un segno universale, mentre invece la soggettività sessuata della donna è negata dal linguaggio.
Conseguenza del linguaggio maschile, neutro solo in apparenza, è un maschilissimo ordine simbolico proprio alla società a cui apparteniamo. Come scrive la filosofa e accademica Adriana Cavarero nello splendido Nonstante Platone (1990):
Nel vasto campionario della tradizione nessuna figura può risultare adeguata alla soggettività femminile che ne fa richiesta, proprio perché in questa tradizione è appunto tale soggettività femminile ad essere occultata nelle maschilissime figure di uomini e nelle figure di donne pensate dagli uomini. [2] 
Immenso il catalogo delle figure femminili nascoste dalle immagini dei loro ipertrofici compagni. Penelope accanto a Ulisse, Era accanto a Zeus, Margherita accanto a Faust. Mai da sole nella loro piena e autonoma soggettività di donne.
Almeno due domande sorgono a questo punto. Cosa può fare la donna per affrancarsi da tali retaggi della tradizione patriarcale? E poi, ha veramente senso parlare di questi retaggi? Vado ancora oltre e mi chiedo: di chi è il problema oggi, se esiste? E, ancora più genericamente, cosa vuol dire parlare di femminismo?

Cercherò di rispondere partendo dalla fine.
Prendiamo una donna bianca, occidentale e mediamente benestante  e postuliamo i suoi ormai da tempo acquisiti diritti al voto, al divorzio, all’aborto (se poi quest’ultimo in Italia sembra essere garantito da una legge che si applica arbitrariamente è un altro problema). La donna in questione sembra godere in tutto e per tutto degli stessi diritti dell’uomo. Tuttavia, mentre l’uomo può tranquillamente decidere di dedicarsi ai suoi studi e alla sua carriera fino ai quarant’anni e oltre, e solo in seguito – eventualmente – formare una famiglia e fare dei figli, la donna vive oggi uno scardinamento temporale tra cultura e natura. Se deciderà di soddisfare il suo bisogno di maternità dovrà farlo entro i tempi biologici che le sono propri e non senza sacrifici, perché la società consumista e capitalista ci chiede di farlo a discapito della carriera. Le disgraziate difficoltà imposte dalla crisi economica trovano terreno fertile nella malcelata tradizione patriarcale, che impregna la società ancora oggi e che non prevede che la donna venga gratificata dal proprio lavoro e diventi autonoma grazie a esso. Il retaggio di una cultura maschilista è evidente, la donna è posta di fronte a una scelta. Può succedere allora –  e non è raro – che la donna tiri fuori le unghie, che cerchi di farsi valere in tutti i modi, che si divida tra casa e lavoro. Nonostante le lettere di dimissioni da firmare in bianco prima dell’assunzione, nonostante il continuo scoramento da parte di una società televisiva, che la asfissia con immagini di veline meno colte di lei, ma molto più ricche e più elogiate.
Wonderwomen, insomma. Donne complesse queste donne che – nonostante tutto – non perdono la loro femminilità. Portiamo i soldi a casa, cresciamo i figli, ma “vogliamo anche le rose”, come dice il bel documentario di Alina Marazzi. Non siamo uomini, anche se la società ci chiede di fare come loro se davvero vogliamo sopravvivere ai tempi impostici: siamo donne. E di fronte a tale poliedricità succede a volte che l’uomo si confonda, non sappia come confrontarsi con questa “nuova donna”. Negli ultimi trent’anni – ma soprattutto negli ultimi dieci direi – l’uomo ha dovuto fare i conti con se stesso per poterli fare anche con una donna multitasking, tecnologizzata, pronta a re-inventrarsi. È un processo lungo: la sua incomprensione può diventare disagio e malattia per l’uomo che non sa più gestire il rapporto con la donna, oggetto che un tempo gli apparteneva. E allora la vince dove sa di essere più forte per natura, e le fa del male fisicamente.


C’è chi dice che non ha senso parlare di femminicidio, perché l’omicidio di una donna non ha niente di diverso da quello di un uomo, tragico alla stessa maniera. Certamente, ma come non vedere nella morte violenta di una donna per mano di un uomo un crimine connotato sessualmente? Un retaggio della tradizione patriarcale?
Si potrebbero fare altri esempi, ma questi – i più lampanti purtroppo – mostrano già da soli come il femminismo sia una questione – politica – che riguarda l’intera società. Se un tempo le donne avevano giustamente bisogno dei loro spazi indipendenti, dei loro cerchi dove fare autocoscienza, era perché dovevano scoprirsi nella loro diversità. Per secoli gli uomini si erano riuniti tra di loro, toccava anche alle donne farlo. Ora è il momento per tutti di essere femministi, perché in ballo c’è la costruzione di una società dove vivranno le figlie e le nipoti di tutti, una società rispettosa delle differenze. Per farlo c’è ancora bisogno di tanta autocoscienza, di uno sforzo quotidiano che metta continuamente in discussione ciò che è dato per scontato nelle nostre relazioni di coppia e in famiglia (illuminante a tal proposito è la lettura di uno dei testi fondamentali del femminismo italiano La donna clitoridea e la donna vaginale, in cui Carla Lonzi dimostra la stretta relazione tra piacere privato e vita pubblica). E poi c’è bisogno di un reale supporto legislativo e di una corretta informazione (si potrebbe incominciare parlando seriamente del congedo di paternità, per esempio).

Ma questo è un blog letterario, e allora – dato che la letteratura insegna a pensare in modo complesso attraverso la scrittura e i suoi simboli – è leggendo la parola letteraria che si cercherà di investigare il problema in questa sede.
La parola: niente di più femminista della ricerca della parola che spieghi, che vivifichi il testo, che metta fine a millenni di silenzi.
Lo sapeva Hélène Cixous, e la promuoveva quesa écriture féminine nel suo celebre saggio Le rire de la Méduse:
È scrivendo da e verso la donna, e raccogliendo la sfida del discorso governato dal fallo che la donna affermerà la donna in un posto diverso da quello riservatole nel e dal simbolo, cioè il silenzio. [3]
Lo sapeva Penelope, il cui epiteto nell'Odissea non è “bella al pari delle dee”, come tante altre donne della mitologia, ma “saggia”. Una saggezza dimenticata da una tradizione troppo concentrata nell’iperesaltazione dell’astuto Ulisse, ma che non sfugge alla Cavarero: in Nonostante Platone, infatti, Penelope è al primo posto della lista di figure dell’antichità cariche di simbolicità femminista, e per questo da riscoprire e riabilitare.

Lo sapeva, infine, Sheherazade, che riuscì a evitare la morte raccontando una storia diversa al sultano ogni notte per mille e una notte. Una parola salvifica, quindi, la parola femminile, che capovolge la realtà con l’astuzia, che vince sull'arroganza e sullo strapotere maschile.
È per tale motivo che con questo editoriale si dà il via allo speciale #vivasheherazade: un “evviva” alla parola femminile che rompe il silenzio, che è viva e che tiene in vita.

In realtà, CriticaLetteraria non è nuova al discorso femminista. Ne abbiamo parlato ogni qual volta abbiamo scritto di resistenza femminile, come nel caso di Azar Nafisi che legge Lolita a Teheran; in passato abbiamo già scritto di femminicidio, con le recensioni al Male che si deve raccontare di Simonetta Agnello Hornby e all’antologia Nessuna più; abbiamo trattato il tema della maternità secondo Laudomia Bonanni e il suo Bambino di pietra; siamo andati fino in Missisipi per conoscere le coraggiose donne di The Help.
La prossima tappa dello speciale sarà martedì 19, con la recensione a Dividua. Femminismo e cittadinanza, l’ultimo scritto della storica catanese Emma Baeri. Seguirà martedì 26 l'invito alla lettura a un classico del genere: Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf (scrittrice a cui abbiamo già dedicato vari post).
Il discorso sul femminismo non vuole certo esaurirsi qui: una completa indagine sulla letteratura di genere esula per ovvi motivi lo spazio e le intenzioni di questa introduzione. Si dovrebbe almeno accennare ad altre differenze e a quello che la critica considera il passo successivo ai gender studies, e cioè i queer studies (mi limito a rimandare qui a un #Criticalibera su letteratura e omosessualità). Ma lo scopo di questa sommaria bibliografia sarà comunque raggiunto se al lettore incuriosito venisse in mente di leggere uno o più dei titoli qui suggeriti, magari indagare e trovarne degli altri, magari anche criticarli. Chi si accosta al discorso femminista non tarda a capire che una delle sue bellezze più grandi è l’innata e totale propensione dialogica. Forse eredità delle pratiche di autocoscienza, in cui le compagne dialogavano e costruivano conoscenza a partire dalla propria esperienza, l’apertura alla critica, al dubbio, all’altro e all’altrove è una costante della scrittura femminista. Sedetevi in cerchio con noi, vi invitiamo ad ascoltare con critica attenzione le polifonie delle donne che vi presenteremo. Buona lettura y ¡que viva Sheherazade!


Serena Alessi






Bibliografia di riferimento:


  • J. Butler, Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell'identità, Bari, Laterza, 2013.
  • A. Cavarero et al., Diotima: il pensiero della differenza sessuale, Milano, La Tartaruga, 1987.
  • A.Cavarero, Nonostante Platone: figure femminili nella filosofia antica, Roma, Editori Riuniti, 1990. (seconda ed., Verona, Ombre Corte, 2009).
  • H. Cixous, Il riso della Medusa, trad. Catia Rizzati, in Critiche femministe e teorie letterarie, a cura di R. Baccolini, M. G. Fabi, V. Fortunati, R. Ponticelli, Bologna, CLUEB, 1997, pp. 221-245.
  • L. Irigaray, Etica della differenza sessuale , Milano: Feltrinelli, 1985.
  • L.  Irigaray, Parlare non è mai neutro, Roma: Editori Riuniti, 1991.
  • J. Kristeva, Le temps des femmes, «Cahiers de recherche de textes et documents», 1979, 5, 5-14.
  • C. Lonzi, Sputiamo su Hegel. E altri scritti, Milano, et al., 2010.





[1]J. Kristeva, Le temps des femmes, «Cahiers de recherche de textes et documents», 1979, 5, 5-14. Traduzione a cura di S. A.
[2]A.Cavarero, Nonostante Platone: figure femminili nella filosofia antica, Roma, Editori Riuniti, 1990, pp. 4-5.
[3] H. Cixous, Il riso della Medusa, trad. Catia Rizzati, in Critiche femministe e teorie letterarie, a cura di R. Baccolini, M. G. Fabi, V. Fortunati, R. Ponticelli, Bologna, CLUEB, 1997, pp. 221-245.

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