sabato 16 novembre 2013

CriticaLibera: Parigi




In viaggio non cerco la libertà ma la cattura e la prigionia. Se si presenta un’occasione da fuorilegge, quella è la mia. Una volta dentro, ai luoghi s’intende, erigo muraglie da cui il tempo resta fuori senza trascorrere. Non mi metto a scavare gallerie per evadere. Al più, un cunicolo tra cella e cella. Come Edmond Dantes, ma lui era a Marsiglia mentre io a Parigi.

C’è bisogno di ricordare Victor Hugo e il suo capitolo di “Notre-Dame de Paris”? Sì, c’è bisogno: Parigi a volo d’uccello, «dall’alto delle sue torri», «ancora divisa in tre città del tutto distinte e separate… la Cité, l’Université, la Ville», frammenti di un unico corpo, tessuto di strade «curiosamente intrecciate». La Senna bagnava cinque isole: pare d’essere ai tropici. Di notte si sbarrava il fiume ai due estremi e la città dormiva tranquilla. Poi i ponti e i tetti. E le soffitte dove si affermava lo stile bohémien, si fumava oppio, si passavano notti in compagnia di prostitute e si scrivevano versi immortali. Vale la pena rileggerlo.

La rive gauche. Me ne innamoro ogni volta che pronuncio questo nome. E lì, hai voglia giocare agli artisti: Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir, un amore che ha del mitico, con il primo che, a forza di sbuffare la pipa, rifiuta il Nobel perché «nessun uomo merita di essere consacrato finché è in vita» e la seconda che afferma «donne non si nasce, si diventa», un motto che è già una riflessione potentissima. “Le deux magot”, il Quartiere Latino dove c’è una sala da tè che ancora si chiama “I giacobini”. Anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio… cantava Fabrizio De Andrè. Barricate e cariche, Cohn-Bendit che occupa la Sorbona e oggi vi tiene conferenze. Nessuna condanna, la comodità attrae, i lacrimogeni molto meno, anche se sbandierarlo ai quattro venti non è politically correct.
Ormai che ci sono, confesso che mi affascina più la droite. La rive, sia chiaro. Il Marais, Place de Vosges. Conosco due ristorantini niente male: “Le petit Marcel” a due passi dal Forum des Halles e “Ave Maria” a Oberkampf. Bazzico volentieri il centro, né sinistra né destra, l’Ile de la Cité, in mezzo alla Senna, anzi la stradina che la taglia esattamente a metà, Rou Saint Louis con un meraviglioso odore di brie che esce dalle botteghe. So essere molto salomonico. Arrivate da qui ai gargoyles di Notre Dame, c’è solo un piccolo ponte sulla Senna da attraversare.
Un giorno ho fatto una passeggiata dalla casa natale di Edith Piaf, a Belleville, fino a Château Rouge e sono passato da Israele, mondo islamico, canal Saint Martin – che è traffico turistico ma non a lume di candela come nel bateau mouche – India, Bangladesh, Pakistan, Turchia, Camerun, Senegal e Haiti, nello spazio di pochi isolati, per tuffarmi infine dentro i magazzini Taty a comprare un guardaroba a buon mercato. Una Parigi proletaria e multietnica, giudei bellicosi e caraibici per nulla raccomandabili, molto viva e ribelle dove abbondare di Nikon. Attenzione però a puntare l’obiettivo verso le bellissime stoffe multicolori dei negozianti provenienti dall’Africa equatoriale. Magari pensano tu voglia imprigionare chissà quale chakra ed escono minacciandoti esplicitamente. Belleville è l’ambientazione dei romanzi di Daniel Pennac, dove articola l’esistenza la sciamannata famiglia Malaussène, e soprattutto di quel capolavoro assoluto che è “La vita davanti a sé” (La vie devant soi) di Romain Gary, con gli emarginati, la Francia multietnica e i suoi problemi, narrati ben prima di Jean Claude Izzo, Fred Vargas e, appunto, Daniel Pennac.
Periferia degradata? D’accordo, ma è la Parigi che amo, le strade piene di razze, colori, lingue e religioni. È questo scambio umano che considero il suo motore. Ai piedi di Montmartre può apparire un Ti amo scritto in tutte le lingue del mondo proprio perché il modello francese prevede la convivenza dei personaggi che Gary ha immortalato: madame Rosa, un’ex prostituta ebrea che gestisce una pensione; Hamil, il vecchio venditore di tappeti musulmano; Madame Lola, un generoso trans senegalese ex campione di boxe; N’Da Amédée, il protettore nigeriano che gira con le guardie del corpo e va da Madame Rosa affinché lei gli scriva delle lettere alla sua famiglia, visto che è analfabeta; il signor Walumba, con la sua tribù, il mangiatore di fuoco della stanza al quinto piano; il dottor Katz che cura Madame Rosa; Momò, un «figlio di puttana», sia detto senza offesa, affidato a Madame Rosa perché in Francia una legge vieta alle prostitute di allevare i figli. Qui Parigi non luccica, non ci sono la Tour Eiffel e Les Invalides, anzi ci si disperde per grandi palazzi dove gli immigrati coltivano la loro esistenza. È un mondo tuttavia che lascia scovare bellezza in mezzo al degrado, che una certa innocenza rende ancora vivibile anche se pare esploso e non più ricomposto a seguito della rivolta delle banlieue.

Quella che non sopporto è la Parigi delle boutique. Come faccio a spiegarlo? Ricorro a un campione che mi ha fatto sognare come te nessuno mai: Michel Platini. Capace di battute che di primo acchito appaiono ispirate da humour britannico e che invece suonano molto film francese. Non a caso. Noto con piacere che non ha perso invecchiando il gusto della sottile metafora, dispensato generosamente durante la carriera agonistica. Indice di benessere oltre che d’intelligenza. Ecco allora che quando si è profilato l’arrivo al Paris Saint Germain di David Beckham, icona della trasmutazione genetica del calcio da sport a can can mediatico protetto da bodyguard, un Platini imborghesito e con una perfida pancetta è riuscito comunque a commentare: «sarà un bene per lo… shopping». Come a ricordare a questo tipo da copertina di Vogue che quando giocava Michel una passeggiata al Musée Carnavalet aveva la stessa dignità di una American Express sventolata, spice girl e tatuaggi compresi, negli Champs-Élysées. Sintetico e crudele. Perfetto.
Se devo uscire da Parigi per la classica escursione di mezza giornata vado a Saint-Denis o Chartres. Lo so che c’è Versailles ma io vado a Saint-Denis e Chartres. La prima è conosciuta per ospitare lo Stade de France dove i transalpini si sono laureati per la prima volta campioni del mondo nel 1998 con un 3 a 0 sul Brasile che è rimasto nella storia per come Ronaldo è sceso zoppo dall’aereo dopo la scoppola. Bisogna andare alla basilica che è la necropoli dei re di Francia, da Filippo il bello, quello che schiaffeggiò il papa e distrusse i templari, a Maria Antonietta che… insomma, auspicava brioche quando la Bastiglia veniva abbattuta.
A Chartres il maestro che ha lavorato al portale settentrionale ha infuso vita a Melchisedec, Abramo e Mosè, affrontando il compito con spirito nuovo: le statue per lui non erano mobilio sacro da appoggiare sui portali e sui transetti ma figure dotate ciascuna di una propria individualità. Il drappeggio è governato con maestria, come se l’artista fosse orgoglioso di padroneggiare una tecnica che risaliva ai greci e che il romanico aveva trascurato. Con questa cattedrale comincia l’arte moderna.
Sono solo due chiacchiere, sia chiaro, su una città ospitata in innumerevoli pellicole e con una storia artistica incommensurabile. Ma visto che questa è Critica Letteraria, né pittorica né cinematografica, ci fermiamo. Solo un inciso: ogni volta che ho camminato di notte a Parigi, mi sono sempre ricordato i passi nell’oscurità di Jeanne Moreau in “Ascensore per il patibolo”. Si perché fra truffautiani e godardiani, lo ammetto, pure in questo caso ho una terza via da proporre: Louis Malle. Au Revoir.

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