venerdì 1 novembre 2013

Scrivere o vivere

Una specie di solitudine
(The Journals of John Cheever)
di John Cheever
Feltrinelli, 2012 (1991)

pp. 504
cartaceo € 20


A volte c’è da disquisire sulle traduzioni italiane dei titoli stranieri. Soprattutto anglosassoni. Il massimo, probabilmente, è “Il giovane Holden”, The Catcher in the Rye nell’originale di Salinger. In tale caso, tuttavia, l’edizione Einaudi, almeno quella che possiedo, si preoccupa di spiegare perché dalla strofa tratta da una nota canzone di Robert Burns, Comin’ Through the Rye, si passa a quel titolo in italiano. Lasciando intendere che non mancano delle buone ragioni.
Qui però grandi voli pindarici non sembravano ammessi: I diari di John Cheever. Punto. E di diari si tratta. Di merce viva, di un cuore che batte, di un uomo che si consuma d’amore per la vita e per la letteratura. Dagli anni Quaranta fino alla sua morte nel 1982, Cheever annota tantissime emozioni e umori in modo brutalmente onesto. Sogni, difficoltà, povertà, dubbi e incertezze. Cose innocenti, fanciullesche, dispettose, come il piacere di pattinare sul ghiaccio, tagliare l’erba del proprio giardino o umiliare a tavola una figlia, quella che poi seguirà le sue orme e diventerà scrittrice: Susan. Personalmente si vede come un infiltrato:
Non sono nato in una vera e propria classe sociale e ho preso la decisione, presto nella vita, di infiltrarmi nella classe media, come una spia, in modo da avere una posizione d’attacco vantaggiosa, ma ogni tanto sembro aver dimenticato che sono in missione e prendo sul serio il camuffamento.

Diamo adesso noi qualche indizio in più. Intanto Cheever è un credente. Partirei da questo particolare: partecipa alle cerimonie religiose, non salta una festa comandata, per lui il cristianesimo è un umanesimo, ha parole positive anche per Giovanni Paolo II nei suoi primi anni di pontificato, quando le critiche non mancavano e di beatificazione non si parlava. Piuttosto puritano, nel corso della sua vita, sposato con Mary da cui ha tre figli, scopre la sua natura omosessuale. Una lacerazione non da poco. Chiaramente manifestare questa predisposizione sarebbe già stato difficile in una società conformista come quella statunitense degli anni Cinquanta, figuriamoci appartenendo a un credo che ancora oggi vede, in alcuni esponenti, l’omosessualità come una malattia. Capito che clima propone questo libro?

Poi c’è l’ulteriore conflitto di natura chimico-sentimentale, nato dall’incapacità di restare fedele alla moglie. I comandamenti religiosi immagino abbiano acuito la sofferenza interiore. L’andamento sinusoidale tra la volontà di recupero almeno di un quieto vivere e le continue scappatelle coinvolge anche il più fedele dei lettori.

Infine, l’alcolismo. L’aspetto più devastante della vita di quest’uomo che prima del 1958, anno in cui riceve il National Book Award per il primo romanzo, “Cronache della famiglia Wapshot”, non sa neanche se riuscirà a mantenere la famiglia. Il gin in particolare. Qui, con Cheever scendiamo veramente agli inferi. Recentemente mi è capitato di leggere l’inquietante “Sotto il vulcano”, la «divina commedia ubriaca» di Malcolm Lowry, un altro grandissimo scrittore distrutto dal bere. Ebbene, ciò che il protagonista di Lowry sperimenta nella fiction, mi è parso che Cheever lo abbia realmente vissuto. Il che è tutto dire.
Ma senza temere il giudizio e la condanna dei posteri, per ognuna di queste tre profonde angosce, Cheever ci confessa ogni più intimo pensiero, si mette a nudo e allora cogliamo che tra la sua anima tormentata e il mondo ci sono soltanto le parole, che la sua è una lotta spietata tra lo scrivere e il vivere, una lotta dalla quale è difficile vedere emergere un vincitore: se la vita o la letteratura.

La spregevole piccolezza, la mediocrità del mio lavoro, il disordine delle mie giornate, queste sono le cose che mi rendono difficile, per usare un eufemismo, alzarmi la mattina. Quando parlo con la gente, quando sono in treno, la vita sembra possedere una bontà apparente, di superficie, che non ha bisogno di essere messa in discussione. Quando passo sei o sette ore al giorno alla macchina da scrivere, quando cerco di farmi passare il mal di testa etilico dormendo su una poltrona rotta, finisco col mettere tutto in discussione, me compreso. Arrivo a conclusioni insopportabili, morbose, per la metà del tempo vorrei morire. Devo trovare un equilibrio tra lo scrivere e il vivere.

La ricerca di questo equilibrio viene condotta, e torniamo allo spunto di partenza, in modo volutamente appartato, trovando comunque scampoli di fiducia anche dinanzi a dure disintossicazioni o cancri incurabili, e instaurando con l’esistenza un dialogo, spesso litigioso ma filtrato, attutito, catartizzato tramite l’arte di energiche pennellate e flash di frasi condensate. E questo, uno scrittore autentico lo fa senza il sostegno di nessuno, forse sì… in una specie di solitudine.

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