giovedì 28 novembre 2013

"Tre camerati" di Erich Maria Remarque


Tre camerati
di Erich Maria Remarque
Neri Pozza, 2013

1^ edizione: 1936

15 € cartaceo
7,99 € ebook


Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque fu un romanzo di grande successo (il primo dell’autore) e una testimonianza storico-letteraria di valore da parte di un giovane che quella prima terribile guerra mondiale l’aveva combattuta al fianco dei molti compagni morti per quella Germania che sarà sconfitta e pesantemente penalizzata. Con Tre camerati, Remarque ci immerge nella tragedia post bellica dei sopravvissuti, che hanno i cadaveri dei compagni morti nel loro cuore e nelle vene e sempre li vedono davanti ai loro occhi.

I tre camerati del romanzo sono Gottfried Lenz, Otto Köster  e Robert Lohkamp che racconta questa sua fetta di vita in prima persona. Sono stati compagni di battaglia e, finita la guerra, hanno dovuto ricostruirsi una vita con quel tragico fardello che è la consapevolezza di essersi salvati. Tutti e tre gestiscono un’officina grazie alla quale sopravvivono e possono pagarsi l’affitto delle loro stanze (i vecchi camerati vivono in case diverse) e le bevute all’International e in altri caffè dove si ritrovano ridenti prostitute e ubriaconi che festeggiano  perchè ancora vivi, reduci da quella terribile guerra di trincea e bottiglia.
Un bere europeo più tragico di quello di Addio alle armi e che non lascia spazio alla poesia, ma che si rifugia piuttosto nelle capacità di fare affari nella compravendita di automobili e nel far sopravvivere e vincere quel relitto di Karl, una vecchia auto sgangherata messa a nuovo da Otto e pronta per gareggiare contro le fuoriserie del suo tempo.

L’ossessione per l’alcol e la difficoltà a dare un senso alla propria vita e al proprio tempo sono il sottofondo ossessionante della quotidianità dei tre ragazzi, studenti interrotti di Lettere e Medicina. Una generazione, la stessa del primo romanzo di Remarque, che viene raccontata da molti altri romanzieri e artisti arruolati, travolti dalle propagande militariste dei loro paesi e dalla convinzione della partecipazione necessaria per coscienza e dignità. Come se andare al fronte fosse l’unico modo per sentirsi realmente partecipi e consapevoli del proprio tempo, una passaggio fondamentale nella vita dei giovani dell’epoca.
Rimasi lì seduto a lungo, pensando alle cose più disparate; per esempio a come eravamo tornati dalla guerra, giovani, senza fede, quasi dei minatori usciti da una galleria crollata. Avevamo voluto marciare contro la menzogna, l’egoismo, l’avidità, l’aridità di cuore, giustificazioni a tutto ciò che ci eravamo lasciati dietro le spalle. Eravamo stati duri senza altra fiducia che quella nei camerati al nostro fianco e quella, che non ci aveva mai traditi, nelle cose: il cielo, il tabacco, gli alberi, il pane e la terra. Ma che cosa ne era sortito? Tutto era andato in pezzi, falsato e dimenticato.  A chi non riusciva a dimenticare non rimaneva altro che lo stordimento, incredulità, l’indifferenza e l’alcol.  Il tempo dei grandi sogni umani e virili era finito per sempre. I più furbi e intraprendenti trionfavano. La corruzione, la miseria.

Tra le solenni abbuffate e sbronze, con brindisi a denti stretti dedicati a battaglie perse, strimpellate al pianoforte per far ballare le prostitute e i loro clienti, Robert Lohkamp riesce a trovare qualcosa che dia un senso alla sua vita, oltre al continuo dissipato, logorante e spettrale festeggiamento per una salvezza postuma: l’amore. «Dio mio, pensavo, credo di essere felice» dice il protagonista passeggiando sotto casa di Patrice, una stupenda ragazza conosciuta da poco, dalla vita misteriosa.
Strizza-uomini in abito da sera, Pat entra nella vita di Robert Lohkamp come una cometa e lo travolge. All’inizio sembra un gioco pericoloso dove qualcuno può farsi male investendo troppi sentimenti, ma Robby (il protagonista) riuscirà a conquistarla nonostante i suoi modi maldestri e le sue sbronze perenni, ma con sincerità e semplicità, caratteristiche distinguevano dai ricchi boriosi amanti di Pat.
«Sei triste?» domandò.«No. Anzi, al contrario. In questo momento ho deciso che ci vestiamo e andiamo a mangiare fuori: e solo cose che ti piacciono. E poi ci  prenderemo una piccola sbornia».«Benissimo» approvò lei [Pat]. «Anche questo fa parte del nostro grande fallimento?».
«Precisamente».

In questo romanzo Remarque non mantiene sempre la narrazione a un alto livello e molto spesso sembra passare inosservato. Paradossalmente  è un narratore migliore quando racconta le sue imprese da venditore automobilistico invece del suo amore per Pat, tanto che a tratti la narrazione è meno sincera del suo protagonista. Il romanzo è comunque cosparso di gemme lirico-tragiche di grandissimo valore, soprattutto nei riferimenti all’esperienza bellica, che appaiono e scompaiono come dei flash-back riflessivi di un paio di righe. Come quando Robert, Lenz e Pat in un parco divertimenti fanno tiro al bersaglio lanciando anelli di caucciù su degli uncini: il proprietario del baraccone loda Lenz per la fortuna e non per la bravura e Robert ricorda come il suo camerata «era stato il migliore della compagnia nel lancio del bombe a mano».

Nella grande gioia amorosa, come scoperta della gioia di vivere, il romanzo lascia aperti interrogativi sulla natura stessa di un amore come risposta alla crisi generazionale, poiché anche con i più vivi e vitali sentimenti («[…]e lei mi venne incontro e io la [Pat] strinsi fra le braccia come la vita e più che la vita») la tragedia governa le piccole vicende umane e non solo quelle epocali come la guerra. Prendono quindi il sopravvento l’ombra del nazismo nelle ultime pagine del romanzo («Adesso, Otto, capisco che cosa vogliono questi qui […] Non vogliono la politica, vogliono un surrogato della religione». Köster si girò: «Certo. Vogliono credere di nuovo in qualcosa. In che cosa gli è indifferente, e appunto per questo sono così fanatici»), e soprattutto la morte che quasi non sembra la morte perché arriva senza la guerra e senza il fronte: come si può morire di malattia? Come si può morire per strada dopo essere sopravvissuti alla guerra? Si dovrebbe solo  brindare ma invece si continua a morire.
Gottfried sorrise compiaciuto, mentre Ferdinand scuoteva la testa leonina. «Cari fratelli, la vita è una malattia e la morte inizia già con la nascita. Ogni respiro e ogni battito del cuore significano un po’ morire, sono un piccolo passo verso la fine».

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