venerdì 18 ottobre 2013

Cosa fare delle nostre ferite?

Cosa fare delle nostre ferite? La fiducia e l’accettazione dell’altro 
di Michela Marzano
traduzione e cura di Riccardo Mazzeo
Trento, Erickson, 2012

pp. 100.

La fiducia è legata alla natura medesima dell’esistenza umana, al fatto che non siamo mai completamente indipendenti dagli altri e autosufficienti, neanche quando abbiamo la possibilità di raggiungere un certo grado di autonomia morale.[…] La fiducia in se stessi prima di tutto, perché di fronte alle reazioni spesso imprevedibili degli altri bisogna potersi appoggiare su di sé, su un nocciolo duro, su un certo numero di risorse interiori capaci di garantire un minimo di coesione interna.[1]

    Michela Marzano è attualmente direttore del dipartimento di scienze umane e docente di filosofia morale all’Università di Parigi Descartes; è una donna che è riuscita a trasformare alcune sofferenze personali del proprio cammino di crescita (in parte raccolte in questo volume) in esperienze da cui ricavare risposte concrete alle innumerevoli richieste e aspettative che ci provengono dal mondo esterno: come possiamo contrastare l’estrema fragilità della nostra condizione umana? La sofferenza serve?
È possibile affrontare da soli la condizione tormentosa  provocata a tratti dall’assiduità del dolore?
Il volume, suddiviso in tre capitoli, affronta in modo semplice, diretto e concreto questi dubbi.
     L’uomo è un agente razionale ed è oggi portato a non tollerare troppo la vulnerabilità degli altri, è un individuo che può essere ferito perché si presta ad essere criticato, smentito a causa della propria fragilità interiore o attaccato per l’insufficienza dei mezzi di difesa.
Nel mondo odierno prevale il mito della perfezione e della automatica fiducia in se stessi. Senza andare a scandagliare il mondo dei social network, dei media, della vita sociale e culturale di oggi, è innegabile che viviamo in un’epoca di forte, ma anche di effimero individualismo, egocentrismo e di assolute certezze estetiche che abbondano in qualsiasi ambiente di vita. Anche il corpo rappresenta la quintessenza della riuscita sociale, del raggiungimento della felicità e del grado qualitativo della vita più alto.
Ma sono proprio invece queste illusorie sicurezze a dimostrare come nel corso della vita e soprattutto degli accadimenti odierni, l’essere umano attraversi momenti di discontinuità, che accanto ai risultati favorevoli ce ne siano altri che possiamo definire fallimentari, e come il proprio io necessiti della seria e affidabile fiducia nell’altro.
 Ma è ancora possibile la fiducia nell’alterità? La fiducia è un elemento costante o è una variabile che dipende da una serie di fattori? E soprattutto, siamo pronti ad accettare il tradimento dell’altro? Michela Marzano, nel secondo capitolo del volume, spiega come lei stessa sia riuscita nell’intento di imparare ad accettare le differenze e i mutamenti altrui,  grazie ad un cammino interiore arricchito dallo studio sull’etica contemporanea e da un’attenta riflessione morale.
      È importante saper accettare la propria alterità per poter accogliere quella degli altri: ogni giorno abbiamo a che fare con il giudizio altrui e non serve eludere certe categorie di persone o costruirsi un falso sé per “star bene.”
L’accettazione di se stessi è, per la scrittrice, un processo lungo ma necessario, che si  gestisce imparando a convivere in una società pluralista come la nostra; «senza la fiducia sarebbero impensabili le relazioni umane, la fiducia è una scommessa umana e reca in sé la possibilità di un non ritorno».[2]
Le abitudini si possono e si debbono rompere per poter cambiare. Una delle regole importanti per sopravvivere in questa società è la capacità di filtrare il mondo in modo da permeare le “sofferenze” della vita, per aprire spiragli di vita nuova.
L’impegno costante nel proprio ambiente di riferimento dovrebbe riuscire a dare qualche garanzia di riuscita; non sempre accade questo perché inevitabilmente dobbiamo fare i conti con chi ci sta accanto, con coloro ai quali abbiamo affidato la nostra fiducia, in termini di amicizia, di solidità lavorativa, di sentimenti personali sul piano affettivo e relazionale.
     Michela Marzano ci fa riflettere soprattutto sull’imprevisto, sul cambiamento di vedute dell’altro, cambiamento inaspettato e soprattutto spesso troppo rapido. Si tratta di qualcosa che ci fa paura e che scombina le nostre certezze di vita:

Sullo sfondo è necessario ritrovare l’idea dell’impegno reciproco: in un posto di lavoro, quando si opera all’interno di un team, di un’istituzione o di un’organizzazione, non ci si può limitare a pianificare le proprie azioni; bisogna lasciarsene coinvolgere nella consapevolezza che ci si espone sempre a circostanze e conseguenze che non è possibile specificare o prevedere interamente. Ciascuno ha capacità e risorse su cui fare affidamento, ma l’imprevisto esiste e non è sempre padroneggiabile.[3]
Come uscirne? Il saggio di Michela non dà risposte assolute ma aiuta a prendere consapevolezza di questo rischio. Ritrovando entusiasmo per i propri obiettivi, cercando di comprendere il desiderio di solitudine altrui e dell’improvviso o definitivo allontanamento, accettando i propri limiti, proiettandosi nella ricerca di un miglioramento e di un’accettazione di se stessi che non vada a prevaricare gli altri a volte inconsapevolmente, credendo comunque che se è impensabile una comunità senza relazioni umane, è pur vero che ci sarà sempre qualcuno che, vivendo le nostre stesse esperienze, attende di essere ascoltato.





Anche Giuseppe Savarino si è occupato dell'opera: leggi cosa ne pensa




[1] Michela Marzano, Cosa fare delle nostre ferite? La fiducia e l’accettazione dell’altro, Trento, Erickson, 2012, pp. 24-28
[2] Ivi, p. 71.
[3] Ivi, p. 94.

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