domenica 20 ottobre 2013

Pillole di Autore - Dino Buzzati e il suo preciso momento


Con In quel preciso momento di Buzzati siamo nello stesso 1963 del Permesso di vivere di Sanminiatelli, ma il movente diaristico è totalmente diverso, più vicino al Rien va di Landolfi: qui il diario è decostruito internamente, lo scrittore bellunese riprende in chiave parodica i temi tradizionali, come vediamo fin dall’incipit sul binomio di autenticità e sincerità, tipico del diario, sotto il titolo irridente e distanziante di “La formula”. Inoltre, il lettore futuro è presente fin dalla prima frase, spauracchio per l’io timoroso dell’autore, che merita fin da subito un attacco frontale:
La formula. Di chi hai paura, imbecille? Della gente che sta a guardare? Dei poteri, per strano caso? Basterebbe una cosa da niente: riuscire a essere te stesso, con tutte le stupidità attinenti, ma autentico, indiscutibile. La sincerità assoluta sarebbe di per se stessa un documento tale! Chi potrebbe muovere obiezioni? Questo è l’uomo, uno dei tanti se volete, ma uno. Per l’eternità gli altri sarebbero costretti a tenerne conto, stupefatti. (p. 7)
E anche il secondo frammento è in realtà la propaggine del primo: “Non siamo più giovani” pone Buzzati e gli amici (dunque scardinando la centralità dell’io isolato) a confronto con le nuove generazioni. Il punto di vista sarà allora totalmente mutato, e il diario sembrerà l’unico luogo per l’esplorazione:
[…] Nudi e crudi come si è partiti, pressappoco, i signori possono salire sul palcoscenico a controllare coi loro occhi. Non siamo più giovani, perdio, ci verrà lasciata, spero, questa consolazione. Ciò che ci riuscirà di fare sarà dunque al netto. I migliori utensili abbiamo dovuto passarli ai nuovi arrivati, ormai lavoriamo soltanto con le nostre vecchie mani, col fiato nostro, col sangue.Col sangue che tenevamo da conto per esplorare i deserti e l’Imalaia ma che oggi possiamo consumare. Non spaventarsi però per quello che ne potrà uscire. Non dire: ah, ma con questo sistema sono buoni tutti. Non dire: bella scoperta! Ci è tolta ormai la possibilità di fare gli eleganti. Dunque, con la ingrata volgarità nostra quotidiana passiamo, o signori, a incominciare (p.8).
L’inizio e la fine dell’anno sono per loro stessa natura uno dei momenti in cui si concentrano i bilanci, sia personali che storico-sociali. All’inizio del 1944, Buzzati fronteggia la proiezione di sé stesso (marcata dall’uso insistente della seconda persona singolare) andando a rimestare nel passato di un ricordo a lungo accantonato. L’effetto è quello di un’inquisizione narrativizzata, in cui non sono fatti sconti:  
Gennaio 1944. Un giorno lontano, ti ricordi?, hai aperto una porta che sapevi di non dover aprire. Una questione di pochi secondi. Poi hai continuato la tua vita tranquilla e quel fatterello da niente è scomparso dietro di te con altre infinite cose che si possono dimenticare senza pericolo. Un niente insomma concedesti al demonio, proprio una sciocchezza, poco più di un pensiero. Tuttavia apristi una porta che sapevi non era bene aprire. E ti sei rovinata la vita. (p. 12)
Così, non sono ammesse apologie («Con questi e altri pretesti cerchi ora di giustificarti ma intanto sei impallidito e balbetti»): il demonio torna a chiedere i conti anche «mentre l’uomo preme ancora la polvere di questa terra». La conclusione è totalmente negativa, senza possibilità di ripensamenti: 
In un giorno lontano tu hai aperto una porticina sapendo che era vietato. E hai firmato la tua condanna. Per quella inezia? Per quella stupidaggine? dici tu. Bastava. (p. 13)
D'altra parte basta guardare all'anno per capire l'ansia di Buzzati: nel 1944 riflette sulla sua generazione, sull’idea di «svegliarsi» alla fine di «questa maledetta faccenda» e da «questo schifoso sogno» e accorgersi improvvisamente del tempo trascorso: «ci accorgeremo di avere già percorso la più parte della vita e che il buono è pressoché esaurito rimanendo solo il posto per la conclusione» (pp. 19-20). «Riprendere ciascuno la rispettiva storia» è allora complesso e forse impossibile («il tempo del sogno, bello o brutto che fosse, contava come la vita, e peggio per noi se non lo sapevamo»): si saranno dimenticati i discorsi interrotti a metà, e così l’unica via sarebbe ricominciare. Ma come mettersi in gara con i giovani? L’unica via aperta pare quella della contemplazione e, dunque, della sostanziale inattività, in una concezione totalmente negativa e senza speranza per questi uomini di mezza età che si son visti troncare la giovinezza dal conflitto mondiale. La vita dei figli sarà osservata e invidiata, «appoggiati in silenzio sul davanzale», mentre martella una domanda: «e perché a noi no?», contemplando la propria inutilità. Il tutto termina con un sogno cinico di ritorno al passato, cosparso di umorismo amarissimo:
Quel giorno, ripercorrendo la sfortunata strada di anno in anno, giù per il mondo della memoria, chissà che non ritroveremo alla fine, lontano lontano, diventato estremamente piccolo, il nostro vecchio paradiso, la stagione remota di quando eravamo ragazzi e forse di mai. Dove non c’era probabilmente niente di straordinario eppure a pensarci adesso sembra un sogno meraviglioso. In questo segreto esilio quasi con dispettosa acredine, ecco, ci chiuderemo, immaginandoci beatitudini che non c’erano state. E la gente ci chiederà, con accento d’ironia: “Buona sera signore. Perché quella faccia triste?”. “Faccia triste?” diremo. “Noi faccia triste, volete scherzare? Noi che abbiamo vissuto gli anni buoni che mai torneranno, veramente l’età d’oro, noi beniamini del Cielo? Noi che sempre benessere libertà e pace, mai fatica né angoscia dell’animo né paura né sangue né morte, né maledizioni, mai sentiti nominare per tutta la vita. Noi sì che…” “Voi sì che cosa?” “Noi sì, dico, altro  che voi. Noi stati veramente felici al paragone di voi, poveri vermi”. Eccetera, eccetera. Così amaramente simulando, per il gusto di avvelenarci. (pp. 22-23)
Il diario non è però il solo resoconto dell'io a confronto con la Storia. Ci sono molti aneddoti, prove di racconto che con la loro stringatezza richiamano il Buzzati-narratore della Boutique del mistero e dei Racconti. E poi c'è l'amore, che si affaccia rivolgendosi a un "tu" mai precisato, implicito ma chiarissimo nella mente del diarista, come vuole la tradizione. Allora il frammento si ibrida con la lettera mai spedita: 
Ringraziamento e addio. Per le cose gentili che mi hai detto erroneamente nei lontani giorni, per gli scherzi innocenti e fanciulleschi con cui tu rallegravi, chissà con che recondito scopo, la nostra vita, per le musiche che tu cantavi con tanta semplicità e abbandono, così da lasciare immaginare in te un’anima pura, per il modo commovente con cui mi chiamavi, come se veramente la voce provenisse dal cuore, per il cammino al sole, tra gli alberi, così spesso compiuto al tuo fianco, per il braccio che mi chiedevi lungo la via come se tu avessi paura di essere lasciata sola, per il sorriso che rivolgevi alle innocenti creature di Dio, cani, uccelli, gattini, quasi tu incontrassi dei fratelli, per l’insistenza con cui la notte mi chiamavi accanto a te proprio come se mi volessi bene, per le ore di gioia che senza volerlo mi hai dato, per i mesi felici che senza saperlo ho passato con te, per le ore, i mesi, gli anni che adesso mi sembrano felici, per tutto questo pezzo ultimo di giovinezza che non ritornerà mai più, per l’amore tenero e sincero giorno e notte speso per te come fosse dovuto durare eterno, per questa favola che favola non è stata, però così bella che adesso per scontarla mi occorre tanto dolore, no, no, Dio mio, che nessuno mi senta. (pp. 26-27) 
L'irrisione è però connaturata, e il diario offre anche l'occasione di mettere per iscritto un'apologia irosa, giocata sui toni del sarcasmo spinto. Ad esempio, Buzzati vuole affrancarsi dall'accusa di scrivere solo piacevoli ma vacue "novellette", e attacca Sua Eccellenza Lettore, fingendo un incontro e un dialogo:
Miele e veleno. “Sa che lei è proprio bravo? Io letto tutto quello che scrive lei. Sempre interessante. E la sua cosa che mi è piaciuta di più? Aspetti… era un racconto… parlava di una vecchia casa abbandonata…”.
A questo punto capisco. Si tratta di una novella scritta novant’anni fa, quand’ero ancora bambino.
Molta gente, nel complimentare un artista, ha questa cattiveria: di lodare non le sue opere recenti, che sono veramente sue, ma lavori vecchissimi il cui vero autore non esiste più. Perché l’io di vent’anni fa è per me un estraneo, col quale ho ben poco in comune. E se ha scritto qualcosa di veramente bello, quasi mi fa rabbia. L’io a cui voglio bene è quello di oggi, tutt’al più di ieri, dell’altro ieri. Più in là, è uno straniero sconosciuto i cui meriti non mi fanno né caldo né freddo. (p. 263)
E ancora proseguono gli attacchi alle istanze tradizionali, come l'uso del "nulla dies sine linea" tipico dei diaristi:
26 ottobre 1957. Scrivi, ti prego. Due righe sole, almeno, anche se l’animo è sconvolto e i nervi non tengono più. Ma ogni giorno. A denti stretti, magari delle cretinate senza senso, ma scrivi. Lo scrivere è una delle più ridicole e patetiche delle nostre illusioni. Crediamo di fare cosa importante tracciando delle contorte linee nere sopra la carta bianca. Comunque, questo è il tuo mestiere, che non ti sei scelto tu, ma ti è venuto dalla sorte, solo questa è la porta da cui, se mai, potrai trovare scampo. Scrivi, scrivi. Alla fine, fra tonnellate di carta da buttare via, una riga si potrà salvare. (Forse.) (p. 268)
o l'abitudine di utilizzare il diario come luogo per bilanci sul tempo e sulla vita del diarista. Qui Buzzati ricorre a un dialogo immaginario con un intervistatore anonimo, spalla per mettere in scena un cortocircuito solo apparente: 
Storico e stupendo. “Signore, il 1960 per te è stato un anno felice?”
“No”.
“Ti ha dato pene più che gioie?”
“Sì”.
“Dunque una schifezza d’anno, nel complesso?”
“Esatto”. […]
“Sarai contento che se ne vada, immagino”.
“No”.
“Tu sei un uomo assurdo, signore. Chi ti ha fatto del male se ne va, e tu non ne gioisci”.
“Mi ha fatto del male, è vero. Ma questo male è rimasto dentro di me, in questo preciso posto, e mi nutre”.
“Ti nutre?”
“Sì. E poi, per brutto che sia stato, per dispiaceri che mi abbia portato, il 1960 è finito per sempre, non tornerà più, passassero pure diciassette miliardi di sestiquilioni di secoli, le cose di cui era fatto il 1960 non si ripeteranno più, con rigorosa e categorica matematica più non si ripeteranno, erano uniche e perfette nella loro miseria e perciò sono già diventate lontanissime, piene di una loro misteriosa e romanzesca fatalità (che al momento mi sfuggiva). Capisci?”
“Mica tanto, a dir la verità”.
“Sì. Il 1960, con tutti i suoi guai, è stato un anno bellissimo, qualcosa di storico e stupendo,  che per tutta la vita ricorderò con amore”. (pp. 278-279)
E non possono mancare le riflessioni metaletterarie e metagrammaticali sull'uso verbale: 
Imprudenza grammaticale. Che strana voce grammaticale la prima persona del tempo futuro. Io farò, io partirò, io conquisterò. Chi fu il pazzo a inventarla? Quell’o accentato finale, che ridicolo, con quella sicurezza di sé. Io comprerò, io costruirò, io scriverò. E se non ce ne fosse il tempo? Non l’ha calcolata, il padre ignoto della lingua, questa tenue possibilità? Più decente l’inglese: I shall do, I will do, c’è una intenzione, una volontà, niente di più, non si intende ipotecare il futuro. Mentre noi! Poveri diavoli, che marciamo con il petto in fuori, gli occhi fissi alle lontananze, e magari a mezzo metro c’è la buca. (pp. 287-288)

Buzzati ammicca spesso al lettore, fin dal principio del suo In quel preciso momento. Le strategie per coinvolgere nei frammenti sono varie: possono spaziare dal richiamo diretto, fino all’uso insistito del “voi”. Se qualche volta ha una funzione distanziante, altre volte è una richiesta di condivisione: si parte da un «Anche a voi, almeno una volta, sarà capitato. Una volta tornate a casa e vi dicono che c’è stata una persona a cercarvi […]» (p. 23), che culmina con la prima persona plurale, accogliendo anche il diarista: «Questo forse il motivo perché certe scampanellate alla porta, esattamente identiche alle altre, ci fanno battere il cuore» (p. 24). Le tappe della scrittura alla rilettura e quindi alla pubblicazione sono raccolte ironicamente in un altro frammento di Buzzati, in cui si noti come la presenza di un lettore, seppure implicito, influenzi i contenuti:
Marzo 1946. Si scrive un giorno una riga così, perché viene spontaneo. Così come si direbbe ahi per una botta. Passa del tempo e la si rilegge. Perdio, ma questo è bello. La si fa rileggere a un amico (e qui comincia il tradimento). “Bello” dice “perché non lo fai pubblicare?” “Dici sul serio?” “Ma certo, io me ne intendo”. “E come vuoi che faccia?” “Così e così” lui spiega.
Si prova, si riesce. Lo leggono in giro. Dicono: buono, si farà. Farsi! Dopo quella riga se ne scrive un’altra, e poi un’altra ancora, tante, tante. Le pubblicano, le pagano, che bellezza. Solo che adesso non è più come dire ahi per una botta. In certo modo è una cosa calcolata. Ogni volta che la punta della penna tocca la carta, in fondo c’è il pensiero di chi domani leggerà. È come un’ombra, costui, che ci guarda da dietro le spalle mentre scriviamo. E l’idea che sogghigni ci spaventa. Ora mi chiedo: se questo pensiero scomparisse, se sapessi che nessuno leggerà mai quello che faccio, che cosa scriverei? Le stesse cose d’oggi? Forza, abbi il coraggio di essere sincero. No: simili, ma non proprio queste. Oppure niente? Oppure è tramontato il tempo in cui si scriveva per assoluto bisogno personale? Oppure, vogliamo dire, non si farebbe più niente e tutto ciò che noi facciamo è falso? (pp. 55-56)
Alla fine di In questo preciso momento, Buzzati si adira con il suo lettore, che non si sforza di capire il «significato arcano» dei suoi scritti, ridotti a «novellette», nonostante «sotto l’innocente allegoria traspaia una specie di massima, di considerazione, di legge etica» ci sia «un significato più sottile» (pp. 294-295). Lo scrittore risponde all’incomprensione con tutta la sua delusione mista a sarcasmo, in un crescendo di acredine. Si riporta qui il solo passo finale, ancor più interessante se si pensa che occupa la posizione di penultimo frammento del diario:
[…] “Novellette” le chiama, e mi ha chiesto quando ne avrei scritta una nuova. Eccola qui, per servirla, Eccellenza. Né si direbbe che io l’abbia inventata per i Suoi riposi. Perché qui, in queste poche righe, coperto solo da un tenue velo, c’è abbastanza per riempirLa di veleno. Basta poco, glielo assicuro, per riconsocere il senso recondito. Non ho adoperato stavolta infingimenti complessi, indicazioni false, paragoni scorretti. Basta poco. E se Lei ci arrivasse, per la rabbia Le si attorciglierebbe il fegato come una banderuola.
Ma è inutile, non ci riuscirà, nobile Eccellenza, né Lei né alcuno dei suoi seguaci coadiutori. (pp. 295-296)
I pedestri lettori di Buzzati sono destinati a girare come «scarafaggi matti» in cerca di una chiave di lettura per entrare nel libro, ma sarà vano («Non ci riuscirete, o figli di cani»), dal momento che anni di menzogna hanno ottuso la mente. Dunque, un iroso sadismo muove Buzzati a creare un «regalino», un «cadeau», ovvero un testo impenetrabile che sarà scambiato per la solita “novelletta”, pur nascondendo ben altri significati. La direzione è quindi contraria a quella consueta: lo scrittore non vuole mettersi in contatto col lettore e di comunicare, ma oscura il messaggio per astiosa vendetta.

Cosparsa di ironia è la nota che chiude In quel preciso momento: è palese la scusa della fine del supporto materiale per porre fine a quasi vent’anni di diario. Il titolo spiazzante "La segretaria" segnala l’inizio di una concatenazione degli eventi che hanno portato alla scelta di smettere:
La segretaria. La segretaria a cui dettavo i miei poemi di è sposata e ha due figli, quando la incontro mi saluta, ecco che cos’è rimasto dell’amore.La mia macchina da scrivere l’ho prestata a un amico, addio addio. Che simpatico ragazzo (parlava però con l’erre) da cinque anni è lontano, avremo mai più sue notizie?La mia stilografica si è rotta. L’ho lasciata cadere per sbaglio, il pennino d’oro si è fessurato. A uno di quei banchetti specializzati che posteggiano sulle piacce mi hanno detto che non c’è niente da fare.
E la antica mia penna che adoperavo da bambino – ci deve essere ancora – chi è più capace di trovarla? Avevo anche per scuola, un piccolo calamaio tascabile, vi ricordate? Ma miliardi di uomini nel frattempo sono morti e nati, e con essi deve essere stato sepolto.Perciò scrivo con la matita. Un mozzicone veramente, trovato in una vecchia scatola, per caso. Gli ho fatto la punta, amici miei, e sulla poca carta bianca che rimane stasera io scrivo. (p. 296) 
Il congedo di Buzzati, tutto in minore, ha perso l’asprezza del penultimo frammento, in cui si scaglia contro i lettori, che anzi chiama «amici miei». Si concentra piuttosto su una professione di modestia che riduce la scrittura diaristica ad “avanzo”, come è stato spesso fatto. In quel preciso momento raccoglie quasi vent'anni (1944-1962) di scritti, e l'impressione è quella di uno scrittore che si misura costantemente con i suoi tempi, a volte per irriderli, a volte per romanzarli, a volte per prenderne le distanze con un sorriso.


Gloria M. Ghioni


Edizione di riferimento: Dino Buzzati, In quel preciso momento [1963], Mondadori, Milano 1974.

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