martedì 8 ottobre 2013

La storia di una bottega

La storia di una bottega
di Amy Levy
Jo March, 2013

pp. 224

Siamo superbamente – ed erroneamente – convinti di conoscere un buon numero di autori e testi ottocenteschi che denominiamo classici, entrati mediante quanto più possibili oggettivi criteri estetici nel canone del periodo, i quali quindi ci prendiamo la briga di leggere e riporre nell’adeguato ripiano della nostra libreria. Dickens, Austen, Bronte, Thackeray e Hawthorne, Melville, Twain, solo per citare pochi nomi ed entro soltanto due confini geografici come esempio. Ma è inevitabile che nella prolifera tradizione del romanzo moderno e solo considerando la produzione letteraria di Ottocento e primo Novecento, i testi che resistono all’oblio siano ovviamente solo una parte (e nemmeno la più consistente) del panorama entro cui si sono sviluppati. Nomi ed opere che come a volte capita vengono riscoperti (a volte con un entusiasmo di critica e lettori che ha davvero un fascino commovente, come nel caso recente di Stoner di John Williams) e sottratti all’oscurità, altri meno noti al grande pubblico ma ben presenti ad un lettore un poco più specialista o avvezzo alla ricerca di una lettura di qualità lontana dai dettami di mercato, altri ancora considerati come opere minori di un autore sulle quali non valga troppo la pena soffermarsi. E poi c’è un nutrito gruppo di testi che, per limitarci solo all’area anglosassone, sono notoriamente considerati classici ed oggetto di studio per un lettore anglofono ma purtroppo non accessibili in una lingua diversa da quella originale, costretti per questo ad una ricezione minore.
Panoramica ovviamente non esaustiva dell’universo letterario e delle problematiche ad esso collegate, ma che vuole essere semplicemente un modo per metterci di fronte all’evidenza: possediamo un patrimonio immenso, di cui quello che salviamo dalla polvere del tempo è spesso solo la punta dell’ iceberg; certo, esistono testi abbandonati all’oblio per pure ragioni estetiche la cui scarsa notorietà in fondo appare meritata, ma fortunatamente tra gli altri si celano anche piccoli tesori.
Quando una casa editrice-agenzia letteraria relativamente piccola (ma dall’indubbia qualità nelle scelte, sulla quale torneremo) sceglie oggi di riscoprire tali perle nascoste e metterle a disposizione di un nuovo pubblico è a mio personalissimo parere un atto di puro amore per la letteratura, sentimento che non può tenere conto di mere questioni economiche come la ricerca di opere più facilmente vendibili grazie all’appartenenza ad un filone in voga in un dato momento, o al nome di un qualche personaggio sulla copertina. Jo March, agenzia letteraria e casa editrice appunto, si è occupa con la collana "Atlantide" di compiere proprio questo atto d’amore, ridando la luce a libri dimenticati, ad autori poco noti per la maggior parte del pubblico italiano, oppure fino a quel momento accessibili solo in lingua inglese. 

Di questa collana fanno parte per ora tre storie inglesi, diverse tra loro: La casa sfitta (recensione), Nord e Sud (di cui ci occuperemo prossimamente sempre qui su Critica Letteraria) e La storia di una bottega, il romanzo in questione. Primo romanzo di Amy Levy, scrittrice e poetessa nell’Inghilterra vittoriana del secondo Ottocento, che viene appunto pubblicato per la prima volta in italiano. Il lettore va innanzitutto avvertito: non è il testo più esemplare della Levy, né il più innovativo, ma – sperando anche nella prossima traduzione di altri lavori della stessa autrice- porta in sé insieme ad una storia godibilissima alcuni spunti piuttosto interessanti, che valgono di diritto all’autrice la menzione di anticipatrice della New Women di lì a poco pronta a svilupparsi. In primo luogo siamo di fronte ad un romance, come leggiamo nel titolo originale “The romance of a shop”: sostantivo che rimanda alla contrapposizione anglosassone romance/novel (ereditata da quella francese tra roman/nouvelle, ma soprattutto dalla diatriba classica tra poesia e storia) che investe la discussione sul genere fin dalle sue origini, placandosi solo tra fine Settecento ed inizio Ottocento mediante una più precisa definizione delle caratteristiche che indicano l’uno o l’altro. Il romance (che va ricordato non sarà il genere egemone, ruolo che spetterà invece al novel) finisce quindi per designare storie avventurose, in cui l’amore ha un posto piuttosto rilevante, ambientate in uno spazio diverso da quello ordinario (tipico del novel appunto), sulla scia del romanzo eroico barocco. 

Ora, quando nel 1888 viene pubblicato “La storia di una bottega”, queste nette distinzioni appaiono ormai inadeguate ad esprimere i testi dell’epoca e se la storia conserva alcuni caratteri del romance come l’avventura (seppur urbana e limitata), un certo gusto per il melodramma, le forti passioni del cuore e i colpi di scena, per altri versi il quadro di vita borghese entro il quale si muovono personaggi comuni in un contesto relativamente ordinario che ne emerge è piuttosto vicino al novel più tipico. Soprattutto non va tralasciato il destinatario ideale per cui questo romance è stato scritto, ossia un pubblico giovanile di fine secolo, che senza dubbio non aveva difficoltà ad immedesimarsi con le vicende della quattro sorelle protagoniste della storia, i loro tormenti sentimentali e non, la caparbia fiducia nelle loro capacità, il desiderio di costruire da sé il proprio destino (e qui di nuovo nell’ottica borghese del lavoro onesto e faticoso) cercando di liberarsi per quanto possibile dai rigidi codici vittoriani che iniziano ad essere anacronistici, ma al tempo stesso tenendo sempre bene a mente i pericoli in cui una giovane donna può incorrere (nello specifico cadere tra le braccia del libertino di turno e mettere a rischio la propria virtù). Veniamo un momento e per sommi capi alla trama, protagoniste si è detto quattro sorelle: Gertrude, la maggiore, protettiva e intenzionata a sfidare le convenzioni sociali per mantenere unita quel che resta della famiglia e vivere del proprio lavoro (mettendo da parte tuttavia le aspirazioni letterarie verso una carriera che giudica più sicura) ma costantemente in bilico tra vecchio e nuovo; Lucy bellissima e corteggiata, lavoratrice instancabile e appassionata; Phyllis, dalla salute cagionevole, coccolata e protetta da familiari e amici, sinceramente affezionata alle sorelle eppure fredda e distaccata con il mondo esterno; e Fanny, la sorellastra, la più grande del gruppo, «un vero anacronismo» per quanto ostinatamente legata al passato. Rimaste improvvisamente orfane e in una difficile situazione economica, scelgono di restare unite e sfidare difficoltà e pareri ostili di alcuni tra parenti e amici seguendo la strada del commercio e dell’indipendenza mediante l’apertura di uno studio fotografico nel cuore di Londra (al 20B di Baker Street, proprio la strada in cui nel mondo fittizio della narrazione A. C. Doyle ha collocato l’abitazione di Sherlock Holmes). 

Lo sguardo dell’autrice segue le giovani nell’avventura cittadina, tra fatica, ristrettezze economiche e critiche; ma soprattutto la scoperta di un nuovo universo entro cui si muovono, fatto di artisti e intellettuali, dove gli schemi sociali si fanno meno rigidi per una giovane nubile. A cavallo tra due secoli, tra due modi di concepire il mondo, le relazioni e le convenzioni sociali, il romanzo di Amy Levy rappresenta appunto quella difficile transizione tra vecchio e nuovo, dove innovazione e tradizione cercano in qualche modo di convivere: la vicenda urbana della ragazze Lorimer è sospesa infatti tra rifiuto per le costrizioni vittoriane, rigidi meccanismi sociali e rapporti convenzionali, ma allo stesso tempo turbamento di fronte alle inusuali situazioni nelle quali si trovano quattro donne nubili impegnate in un’attività poco usuale e soprattutto la visione ancora così tradizionale del matrimonio, coronamento ideale di ogni sforzo e tormento dell’animo perché solo nell’amore una ragazza in fondo scopre sé stessa e abbandona il grigiore della vita. È proprio nell’inevitabile happy ending che trapela l’adesione dell’autrice ai canoni tradizionali dell’epoca, ma tra le righe della storia non è difficile cogliere alcune spinte innovative cui si è poc’anzi accennato e di cui la nuova pratica della fotografia ne è emblematico esempio. Quello che resta quindi è una storia vivacemente tratteggiata, ancora oggi godibile, capace di coniugare tradizione e spinta verso il nuovo, con personaggi ben tratteggiati ognuno distinto dall’altro (qualcuno forse meno capace di altri di evolvere e mutare e in questo senso un poco stereotipato, basti pensare alla triste zitella Fanny o all’annoiata ricca amica Conny) e una sorprendente capacità di descrivere la vivacità dell’ambiente cittadino di fine secolo, tra mostre, nuovi mezzi di trasporto (la metropolitana, arditamente usata da Gertrude al posto della carrozza), riunioni tra amici e conoscenti.

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