mercoledì 11 settembre 2013

Il falò delle vanità di Tom Wolfe


Il falò delle vanità 
di Tom Wolfe
Mondadori, 2010


11€
pp. 780


Nel Bronx gira voce che il povero Henry Lamb sia morto per una stupida ragazzata della quale non sarebbe mai stato capace se non fosse che quel Roland Auburn l’avesse incontrato per strada, per caso, mentre andava a mangiarsi una frittura. La gente mormora che Auburn – spacciatore di crack vanitoso con le Reebook sempre nuove di scatola – si prenda spesso gioco del povero Henry – un ragazzo per bene, uno che studia e vuole andare all’Università, un ragazzo con un futuro insomma – e quel giorno incontrandolo per strada cerca di coinvolgerlo in una rapina che però è un gioco e che si trasforma in tragedia. Auburn gli vuole dimostrare come si fa una rapina, magari senza rapinare nessuno, e blocca una macchina per strada, una bella Mercedes. La situazione degenera perché il padrone dell’auto, sentendosi aggredito gli tira addosso una ruota e poi nel fuggire urta con l’auto proprio Henry.
Lamb non sta un granché e va all’ospedale per farsi curare. Dice che gli fa male il polso e non racconta niente di niente, perché ha paura, perché è stato coinvolto in una rapina. Gli curano il polso e lo mandano a casa. Il giorno dopo è in coma e scoppia il caso Lamb che ben presto diventerà il caso McCoy.
Sherman McCoy è uno dei Padroni dell’Universo, uno di quelli di Wall Street, uno di quei ragazzotti impostati al successo che nemmeno trentenni guadagnano cifre da capogiro e vivono in appartamenti da sogno. Ma sono gente perbene, hanno moglie e una figlia piccola e a tutte e due vogliono un bene sconfinato. Salvo qualche flirt più o meno importante con ragazze dal buffo accento del sud, sposate con vecchi ricchi ebrei. Capita che talvolta uno di questi flirt cambi la propria vita definitivamente. Soprattutto se si va in giro con la propria Mercedes nel Bronx, si viene rapinati (oppure no?) e al volante passa la giovane ragazza del sud, che un po’ spericolata investe uno dei ragazzi. Tok.

La vita di Sherman McCoy cambia quel giorno. Ma in fondo lui cosa ha fatto? Ha solo cercato di difendersi da quella che aveva l’aria di essere un’aggressione. Hai lottato nella giungla, gli dice la sua ragazza del sud. Non è stato lui ad investire il ragazzo (ma è stato realmente investito?), ma sua era l’auto. E si sa che le auto devono avere un pilota altrimenti da sole non fanno nulla, e non era lui quello che guidava, ma la giovane ragazza del sud, Maria.
Mccoy scopre la realtà di quanto accaduto quel giorno solo vedendo la tv e leggendo il giornale. I protagonisti sono il reverendo Bacon che cavalca l’onda dei diritti dei neri, e Peter Fallow un giornalista alcolizzato che sa osservare le cose, cogliere di qua e di là, scrivere i suoi pezzi. Il povero Henry Lamb che intanto è in coma, viene usato un po’ da tutti per raggiungere i propri risultati. Perché i reverendo non pensa solo ai diritti, e il giornalista pensa soprattutto alla sua carriera, e i procuratore Kramer pensa alla sua e pensa a far bella figura con quella meraviglia della ragazza con il rossetto marrone. In fondo, ognuno, a modo suo, è un McCoy nel suo campo. E, chissà com’è, tutti odiano quel McCoy, perché Wasp (si ma esistono ancora i Wasp?), perché ricco, perché di Wall Street. Ma in fondo lui non ha commesso nessun peccato se non quello di tradire la moglie. E di negarle che tipo di rapporto aveva con Maria. E così tradire anche sua figlia. E poi non confessare cosa è successo quel giorno, per paura? Per non coinvolgere quella donna che sembra amasse (o soltanto che lo aveva inebriato?). Una questione etica, non strettamente connessa alla vita e morte di Henry Lamb. Ma d’un tratto, tutta la sua vita è connessa con quella del povero ragazzo nero del Bronx.
Basta questo perché tutti in città (ovvero tutti i protagonisti del libro) trovino il modo per affermarsi sulle spalle e le disgrazie del ragazzo di Park Avenue?

Tom Wolfe, maestro di giornalismo, ci fa comprendere tutto ciò che si nasconde dietro ai meccanismi dell’informazione spettacolo, nostro pasto quotidiano. E come questa si intrecci con la politica, con i personaggi mondani, con i loro interessi, con i centri del potere e con la gente comune.
Ci mostra come nasce la notizia, con quale cinismo a volte viene messa insieme e portata avanti, quanta difficoltà ha il dubbio a insinuarsi nella mente e nell’odio comune che nasce nelle strade fomentato da chi dovrebbe difendere, portare ragione, assicurare giustizia. E come invece questa venga tradita nella aule dei tribunali e travisata dalla stampa, per strada, nelle case.

A chi appartiene la vanità che brucia in questo romanzo? Certo, quella di Sherman McCoy che credeva di poter fare di tutto solo perché poteva permettersi di comprare tutto, non rendendosi conto del caso – nonostante la sua professione avrebbe dovuto insegnarglielo – di tutto l’imprevedibile che lui non sarebbe stato in grado di controllare perché non ne aveva mai tenuto conto.
E con questo fuoco si mescola la vanità di poliziotti, politici in vista di elezioni, uomini di chiesa, arredatori e arrivisti, giornalisti, avvocati, … e anche quando sappiamo dei loro successi, siamo consapevoli che questo è stato solo il romanzo di Sherman McCoy e che potrebbe seguire il loro, che potrebbe magari iniziare da un premio Pulitzer vinto grazie a una storia falsificata.
E brucia anche la nostra vanità che giudichiamo le persone e i fatti, basandoci sui nostri odi e sul nostro rancore.

Due momenti sono assolutamente memorabili. La morte di Mr. Ruskin (ebreo traghettatore di arabi a La Mecca e marito di Maria) e la scena dell’arresto di Sherman McCoy, quando entra nell’auto della polizia e ai suoi abiti si appiccicano delle fastidiose palline di polistirolo: questa è veramente una trovata narrativa geniale. Il romanzo: un capolavoro.


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