mercoledì 25 settembre 2013

Una pedina sulla scacchiera, di Irène Némirovsky

Una pedina sulla scacchiera
di Irène Nemirovsky

Adelphi edizioni
pp.173

La crisi economica, una generazione di padri costretta a mantenere quella dei figli, un amore fiaccato dalla mancanza di soldi e prospettive. Basterebbero questi pochi elementi per raccontare uno dei libri più intensi di Irene Nemirovsky, Una pedina sulla scacchiera, nell'edizione pubblicata da Adelphi. Pagine che, a rileggerle oggi, interpretano al meglio i nostri giorni, sottofondo drammatico alle statistiche quotidiane sulla disoccupazione giovanile e al disfacimento di una società sempre più corrotta e autarchica.

Ambientato negli anni Trenta della Francia in piena depressione economica, il romanzo racconta le vicende di Christophe, figlio di un ricco imprenditore in rovina, assunto grazie alle pressioni paterne in quella che prima era la società di famiglia. Dipendente fiaccato dalla continua mancanza di soldi e dalla presenza ingombrante del padre moribondo, Christophe trascorre le sue giornate tentando di sfuggire gli obblighi di un lavoro monotòno, ascoltando la risacca sempre più flebile della sua coscienza che inaridisce, avvizzisce ai sentimenti: tutto è subordinato al denaro, capace di vietare e sbiadire anche le emozioni. Sullo sfondo, case e appartamenti sempre infausti, mura che conservano angosce mute di sorrisi, matrimoni nemici, lontananze abissali coperte dalla formalità fredda del rapporto di coppia, un meccanismo per cui nessuno si confessa all'altro, fino al naufragio.

Come anche ne La preda - uno dei romanzi più riusciti della Nemirovsky - al centro della narrazione di Una pedina sulla scacchiera c'è la critica forte al capitalismo, capace di far trionfare i prevaricatori e i corrotti senza scrupoli, lasciando indietro i più. "Figli perduti del capitalismo - esclama a un certo punto Christophe, preda di un tremendo senso di inutilità, in uno dei rari discorsi con la moglie - ecco che cosa siamo! Mi manca tutto, perché la vita è fatta in modo che, togliendomi il denaro, ti viene tolto tutto", un leitmotiv che Nemirovsky sintetizza in un secco botta e risposta: "Perché si continua a vivere?" "Per abitudine, suppongo". E poi ancora: "Che cosa vorresti?" "Un'esistenza umana, che non si consumi tutta nella preoccupazione per i soldi, per il pane quotidiano, per il lavoro". E' l'urlo quotidiano di una vita consumata nella ricerca di una stabilità economica che non arriva. Una condizione di sofferenza che torna anche nelle prime pagine del La preda, quando Nemirovsky scrive: “Cos’altro offriva ai giovani il mondo di quegli anni? Non c’era lavoro, non c’erano ambizioni, ancorché modeste, realizzabili, tutto era immobile. Restava solo questo… La crudele e fredda passione di far carriera, camuffata con ogni sorta di nomi e di etichette ideologiche". Le corde pizzicate ne Una pedina sulla scacchiera, sono le stesse.

A fare da controcanto, una serie di personaggi minori - tra cui la stessa moglie di Christophe - che come folate di vento ricordano al lettore che in fondo sono i rapporti umani gli unici a contare in questa vita, mentre il denaro è solo uno strumento. Nessuna parola riesce però a scalfire l'animo del protagonista che - scrive Nemirovsky - "aveva superato da tempo la fase dei ricordi. Aveva sete e freddo". Eppure è proprio Christophe che, in un baluginare improvviso di vita e coscienza, esclama: "Vorrei tanto riaccendere l'amore in me, anche soltanto per un giorno, per un'ora. Almeno penserei a qualcos'altro, al di là della vita quotidiana, ma è solo una bolla, i conti non tornano...eppure l'ho amata...l'ho amata". Ma sono momenti, combattivi attimi di nostalgia per una vita vissuta un tempo e ormai sfumata quasi fosse un sogno altrui.

Sullo sfondo, la natura. Unico elemento tutto positivo, immune al fascino e all'azione corrosiva della ricerca del denaro: ed è qui, fuori dal mondo civile che Christophe ama perdersi, vagare, spingendosi fino a paesini sconosciuti, lungo vie poco battute, mentre la pioggia scroscia copiosa. La natura incontaminata dalle perversioni umane è ormai l'unico rifugio in cui tenta di nascondersi per sentirsi vivo un'ultima volta, partecipe del mondo nonostante tutto.

Ma la ricerca del denaro, le vessazioni quotidiane, il matrimonio ormai rancido avranno la meglio e non saranno che una strada chiusa, una via senza uscita contro cui - inevitabilmente - il protagonista andrà a schiantarsi. In uno scivolare continuo di riflessioni, a Christophe non resteranno alternative. La tragedia si compirà, sbocco folle e drammatico di un'esistenza senza scampo.


1 commenti:

Anonimo

Mi è piaciuta molto questa critica, amara e dolente analisi di una vita priva di gioia, fredda e vuota.
Gianna