martedì 3 settembre 2013

#SpecialeSCUOLA - Educatori senza frontiere. Diari di esperienze erranti.

Educatori senza frontiere Diari di esperienze erranti
 a cura di don Antonio Mazzi, Cristina Mazza, Elisa Frezza e Gabriella Ballarini
Erikson, 2013

€ 14
pp. 162


      L’educazione è l’arte di cogliere le sfumature di una persona, carica di esplosioni vitali per aiutarla a interpretarle, contaminarle e radicarle nell’avventura. L’educazione crea unicità, anticonformismo «disidentità» personalizzante, storie uniche di anormalità alternative. Fotocopie, cartoni animati e iniziative cariche di colori artificiali e dipinte con pennarelli psicologici prossimi alla scadenza non fanno parte della pedagogia creativa. Teorie malcopiate e maldigerite buttano sul mercato caricature e personaggi precari e senza profondità. L’educatore non può adattarsi ad un sistema che produce uomini giocattolo.[1]

        Ogni persona è ricca di potenzialità inespresse, di risorse che hanno bisogno di essere manifestate: aiutare a «interpretarle, contaminarle e radicarle» nella società attuale significa innanzitutto comprendere ciò che spesso non viene accolto.
Le esperienze raccolte in questo bellissimo volume partono tutte da un elemento imprescindibile: l’unicità dell’altra persona, la sua diversità è intesa come individualità portatrice di carattere, di una sensibilità specifica e di un’intensa particolarità di vita vissuta con cui l’educatore cerca e trova principalmente un dialogo.
       Qual è il significato di educazione? È possibile educare l’altro? Ma soprattutto, chi è l’educatore e con quale atteggiamento si pone per entrare in comunicazione con persone che provengono da situazioni familiari, sociali e culturali differenti dalle proprie e profondamente disagiate? Non è rilevante conoscere l’appartenenza di queste persone a minoranze o gruppi che hanno una loro identità sociale che va innanzitutto rispettata e capita, ma il volume vuole essere innanzitutto una testimonianza concreta di come si possano intraprendere dei viaggi, degli itinerari erranti a tratti anche estremamente difficili da attuare, all’interno di situazioni sociali complesse, e di come la figura dell’educatore sia prima di tutto scandagliata con quella che può sembrare al lettore un’attenta severità di giudizio iniziale.
          L’educatore non è un eroe che deve a tutti i costi compiere una missione, o qualcuno che desidera realizzare un progetto magari con la speranza di ottenerne qualche vantaggio: è una persona che sceglie volontariamente di intraprendere un itinerario di vita che si incrocia con il destino di altre persone, che instaura un dialogo anche nelle situazioni più improbabili, difficili e che, giorno dopo giorno, soprattutto, si predispone a intravedere  un percorso di riconoscimento dell’altro; un viaggio che diventa un mezzo per comprendere e ridare il sorriso nel viso degli altri, un itinerario anche connotato a tratti di inevitabili momenti di difficile gestione psicologica personale.
           Il volume è suddiviso in due sezioni: nei capitoli della prima sezione intitolata, Storie di un metodo folle, si delinea la nascita dell’associazione ESF, l’ampio significato del concetto di educazione, lo scopo e il ruolo dell’educatore; si tracciano alcuni orizzonti di riferimento: l’attenzione e la riflessione riguardanti i problemi educativi, le idee e i disegni  per conoscere e affrontare le realtà e le loro problematiche attinenti, i progetti che riguardano  la formazione degli educatori, gli interventi nei casi di emergenza e l’elaborazione di strategie d’intervento opportune che partono dalle realtà esistenti: «gli educatori senza frontiere seminano, ma non costruiscono»[2] e quindi «donano, ricevono e restituiscono: l’educazione è una restituzione continua»[3], un viaggio in cui la transitorietà, l’incertezza e la fragilità propria e del movimento rappresentano un mezzo attraverso cui si riconoscono le fragilità e le debolezze altrui.
      L’educazione è un processo continuo, instabile, fatto di andirivieni costanti, è una battaglia che inizia da se stessi; è l’educatore stesso ad essere definito ad un certo punto della narrazione «un folle» perché crede che l’impossibilità di raggiungimento di alcuni obiettivi sia invece concreta e  possibile, perché egli è spinto e promosso da una visione positiva della realtà anche quando spesso risulta essere deformata o travisata.
        Come ha ben evidenziato don Mazzi nel capitolo intitolato Genesi di un metodo folle «che non crede ai metodi, alla burocrazia, ai programmi e alle organizzazioni di tutti i tipi» perché dove «vince l’organizzazione muoiono gli organismi, la poesia, l’amore, l’umanesimo, la follia, le relazioni genuine, la creatività e la felicità», l’educatore deve affrontare metaforicamente un percorso che ricorda molto lo scenario apocalittico di Cormac Mc Carthy in La strada:[4] qui un padre si ritrova, dopo una catastrofe che ha distrutto interi paesaggi, a percorrere un tratto di strada assieme al figlio, in una situazione di annientamento totale e il protagonista assoluto del racconto sarà il dialogo tra padre e figlio. Un padre e un figlio (entrambi senza nome) percorrono una lunga via asfaltata verso il sud America per sfuggire al freddo invernale, in un paese sopravvissuto e con la consapevolezza che gli accadimenti hanno spazzato via ogni essere vivente, dando ancora possibilità d’uscita solo agli uomini.
 In La strada le parole che il bambino pronuncia costantemente verso il padre: «Ce la caveremo, vero, papà? Sì. Ce la caveremo. E non ci succederà niente di male. Esatto. Perché noi portiamo il fuoco. Sì. Perché noi portiamo il fuoco» rinviano a situazioni che in qualche modo ritroviamo in alcuni episodi narrati nel libro. È metaforicamente proprio il “fuoco” d’azione, l’ardore e l’entusiasmo che devono portare l’educatore alla vicinanza e al servizio dell’altro, in scenari, luoghi e momenti attraversati da situazioni ed eventi che appaiono distanti dalla nostra normalità sociale. 

             La seconda parte è intitolata Diario delle possibilità: qui vengono narrate alcune esperienze formative dei ragazzi che aderiscono  e collaborano al progetto di Educatori senza frontiere.
Alcuni diari di viaggio raccontano, in particolare, esperienze di formazione scolastica e professionale in luoghi sia italiani, Assisi, ed esteri come l’Angola e il Madagascar; esperienze collettive teatrali e di crescita in cui il laboratorio di teatro diventa un vero e proprio codice di comunicazione dove ognuno si riappropria del proprio spazio e della propria personalità, grazie ad una rigenerata simbiosi tra la gestualità del proprio corpo, la scrittura in qualche modo liberatoria e la narrazione collettiva; una conoscenza reciproca che si intreccia in modo spontaneo alla conoscenza e pratica della vita stessa, mediante il contatto con specifici settori della realtà rivelando ad ognuno potenzialità, piaceri e una rinnovata  apertura alla vita.
            Un libro veramente interessante che non ha nessuna pretesa pedagogica, ma che si pone all’attenzione del lettore perché vibra di esperienza umana, trasversale, di forte elargizione di se stessi e che insegna come sia importante  l’ascolto, il rispetto e la capacità d’azione anche quando «la solitudine fa deserto, la notte dispiega nel cielo costellazioni ignote» e in tanti luoghi del pianeta si «succedono in rapida sequenza le esperienze del mondo»:

Facendoci uscire dall’abituale e quindi dalle nostre abitudini, le parole nomadi ci espongono all’insolito dove è possibile scoprire, ma solo per una notte o per un giorno, come il cielo si stenda su quella terra, come la notte dispiega nel cielo costellazioni ignote, come la religione aduna le speranze, come la tradizione fa popolo, la solitudine fa deserto, l’iscrizione fa storia, il fiume fa ansa, la terra fa solco, la macchina fa tecnica, in quella rapida sequenza in cui si succedono le esperienze del mondo che sfuggono a qualsiasi tentativo che cerchi di fissarle e di disporle in successione ordinata.[5]

Mariangela Lando





[1] Educatori senza frontiere Diari di esperienze erranti a cura di don Antonio Mazzi, Cristina Mazza e Gabriella Ballerini, Trento, Edizioni Erickson, 2013.
[2] Ivi, p. 16.
[3] Ivi, p. 22.
[4] C. McCARTHY, La strada, Torino, Einaudi, 2010.
[5] Ivi, p. 112.

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