martedì 24 settembre 2013

Aracoeli: i Discorsi sacri della Morante, ma senza i conforti della religione

Aracoeli
di Elsa Morante

Einaudi, 1982


Ogni creatura, sulla terra, si offre. Patetica, ingenua, si offre: «sono nato! eccomi qua, con questa faccia, questo corpo e quest'odore. Vi piaccio? mi volete?» Da Napoleone, a Lenin e a Stalin, all'ultima battona, al bambino mongoloide, a Greta Garbo e a Picasso e al cane randagio, questa in realtà è l'unica perpetua domanda di ogni vivente agli altri viventi.

Tra gli ultimi anni cinquanta (dopo lo Strega a L'isola di Arturo) e il sessanta, Elsa Morante lavora a un progetto di romanzo intitolato Senza i conforti della religione, un canovaccio sulle forme della religiosità contemporanea che non vedrà mai la luce ma che inseminerà due successivi ovuli letterari: l'uno, La Storia (1974), di struttura narrativa entropica eppure corale – di un'umanità travagliata e pure generosa; l'altro, Aracoeli (Einaudi, 1982), l'ultimo romanzo – l'ovulo cieco.
Nel 1976 (l'anno prima moriva tragicamente Pier Paolo Pasolini), inizia la gestazione di Aracoeli, che durerà cinque anni. Il tempo della storia è risicatissimo: nel giro di pochi giorni si esaurisce il viaggio di Manuele, 43 anni brutto impiegato di un'angusta aziendina editoriale (carattere degno di un Kafka!), a El Almendral – Andalusia, sulle tracce dei luoghi nativi di sua madre Aracoeli, anzi sulle tracce di Aracoeli stessa che coincidono con quelle del séstesso. Il tempo della narrazione, invece, si snoda – complice una lunga serie di flashback – attraverso l'infanzia del protagonista, il cui epicentro è l'amore terribile per sua madre, ovvero l'atavica categoria esistenziale dell'esser-bello-per-lei.
L'intera confessione, omodiegetica e a tratti lamentosa, è una sorta di “poesia alla mia balia”, puntellata dalle alterne vicende storiche riemergenti dalla memoria favolistica di Manuel Manuelito Manuelino. L'indagine introspettiva del narratore – mi verrebbe da dire con le parole che Auerbach riservò a Virginia Woolf – è un riflesso della sua coscienza; e non un'elucubrazione, come è apparsa sovente a molti.
(ma chi potrà dire le vere cause, spesso disperate, di certe fissazioni?)
Il Lettore della Morante, si sa, subodora a ogni rigo l'elemento autobiografico, specie laddove stringe la reiterata dialettica genitrice/tore-figlio. Citerò, exempli gratia, il dato più evidente: come per Manuele da Totetaco (Montesacro nella percezione fonetica del bambino) ai Quartieri Alti, anche l'infanzia di Elsa Morante aveva migrato da Testaccio a Monteverde nuovo, un quartiere borghese. (A questo proposito, tra le morte ferite scandagliate dalla Morante, quella sociale, del sentirsi un paria perché nato nella snaturata borghesia romana, è una delle più incidenti e subdole.)

Attenzione: quella di Aracoeli non è la storia di una deificazione. Delle volte, infatti, Aracoeli assomiglia più a un animale:
Ma tu, mamita, aiutami. Come fanno le gatte coi loro piccoli nati male, tu rimàngiami. Accogli la mia deformità nella tua voragine pietosa.
Il sugo della storia è l'esatto contraltare, lo svelamento del padre come l'anello debole, che è poi la blasonata perdita dei punti di riferimento della letteratura novecentesca, lo strappo nel cielo di carta:
Fino dalla mia nascita, per me paternità significava assenza; e si sa che l'assenza è una legge ordinaria dei numi.
Elsa Morante ha dedicato a se stessa un vangelo estremo, guardandosi negli occhi a pochi passi dalla fine:
Raramente ci si guarda, con se stessi, negli occhi, e pare che in certi casi questo valga per un esercizio estremo. Dicono che, immergendosi allo specchio dei propri occhi – con attenzione cruciale e al tempo stesso con abbandono – si arrivi a distinguere finalmente in fondo alla pupilla l'ultimo Altro, anzi l'unico e vero Sestesso, il centro di ogni esistenza e della nostra, insomma quel punto che avrebbe nome Dio. Invece, nello stagno acquoso dei miei occhi, io non ho scorto altro che la piccola ombra diluita (quasi naufraga) di quel solito niño tardivo che vegeta segregato dentro di me. Sempre il medesimo, con la sua domanda d'amore ormai scaduta e inservibile, ma ostinata fino all'indecenza.
Elsa Morante riuscì nell'intento di essere intanto scrittrice; il bisogno di cui moriva però era quello di essere maschio (come del resto molte della sua generazione, Natalia Ginzburg ad esempio). Guardandomi bene dal procedere sul facile terreno degli psicologismi, mi limito ad osservare che nel limbo di Elsa Morante abitavano le figure emaciate di Francesco Lo Monaco (il padre naturale), Moravia, Bill Morrow e Pasolini prossimo nostro, tutti padri finiti e finti che avevano deluso la sua domanda d'amore. A chi avesse contezza dell'universo narrativo della M. non sfugge che il compimento pessimistico dello Scialle andaluso (1963) è quindi Aracoeli. L'immaginario onirico di Manuele è assediato dalle trame di una natura maligna. Lo protegge da lei, il forte difetto della vista nella cui torbidezza subito si rifugia, levandosi gli occhiali per non potere vedere.
Ribaltare lo schema genetico di Procida forse basta a svelare il segreto di Elsa Morante, la sua agnizione. Vilèlm il bastardo è Aracoeli la puttana (puttana come Rosaria nel capolavoro Menzognae sortilegio). Se c'era un mondo da salvare, i ragazzini da soli non potevano farcela. La simbologia celeste è, purtroppo, una simbologia dei ruoli familiari degenerati o fraintesi, in cui la maternità è solo un alibi, o un'ambiguità che ha molto a che vedere con l'idea biblica del “grembo” di Dio (lessico e immagini sono intrise di riferimenti vetero- e neotestamentari, di una religio contaminata da accenti di superstizione popolare o, in altri momenti, da moralismi di classe).
In verità – come insegna una legge antica – l'intelligenza contamina i misteri: violentarli è un lavoro disgraziato, che si conclude nel guasto e nella degradazione. (…) A costo di calunniarti e maledirti e rinnegarti, io non ho MAI voluto riconoscere la denunciata impossibile miseria del tuo ultimo segreto. La tua terribile ambiguità – tua buiezza e imbroglio, tuo scandalo tuo splendore – mi accompagnerà, giocando, al traguardo del vuoto. Che tu sia benedetta, mamita, per il tuo alibi.

Aracoeli è un romanzo difficile, e forse a tanti risulterà piuttosto indigesto. Ma vale la pena di farne esperienza, non foss'altro per il gusto-disgusto di riconoscersi, al di là di ogni possibile vizio di interpretazione.


Andrea Gatto



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