lunedì 2 settembre 2013

#SpecialeSCUOLA - "Non c'è cuore - Cinico ritratto di scuola", di Antonella Caprio e Franco Caprio

Non c'è Cuore - Cinico ritratto di scuola
di Antonella Caprio e Franco Caprio (con il contributo di Don Antonio Mazzi)
Betelgeuse Editore, 2013

pp. 263
€ 14

Anno scolastico 2011/2012: Silvia Marini, giovane insegnante precaria, ha ricevuto il suo primo incarico annuale. A questa notizia apparentemente positiva fa da contrappunto l'ansia di doversi confrontare con una classe quarta della scuola primaria Edmondo De Amicis (che esiste davvero, ma che non ha nulla a che vedere con quella descritta nel romanzo), una struttura che sorge in un quartiere periferico di Torino, e che non gode di buona fama. In particolare, la quarta classe che Silvia, in qualità di insegnante di ambito linguistico e antropologico, dovrà condividere con la collega di ruolo Enrica Barale (insegnante di ambito logico-matematico e scientifico), è una delle più turbolente dell'intero istituto, una sorta di microcosmo in cui si riverberano le molteplici sfaccettature di un male di vivere che non è solo appannaggio dei ceti meno abbienti e socialmente più svantaggiati. Forse, come spesso accade, il disagio di chi è povero fa più rumore nella sua cruda evidenza, ma non è detto che i suoi effetti siano meno devastanti del tormento più impalpabile e silente di colui che, apparentemente baciato dalla fortuna, si ritrova a fare i conti con una solitudine alienante, figlia di quell'assenza di valori che ha preso in ostaggio la coscienza umana.

Silvia è una giovane donna del nostro tempo che, seppur avvezza a quella precarietà non solo lavorativa che aleggia soprattutto sulle ultime generazioni, non ha perso la speranza di conquistarsi un minimo di solidità in previsione del futuro. Anche per questo, si appresta ad affrontare questa difficile sfida professionale con un certo entusiasmo, quantunque l'ansia faccia capolino qua e là. Ma, quando questo accade, Silvia può sempre contare sulle parole di conforto e sui saggi consigli di Mirella, insegnante alle soglie della pensione, la cui esistenza poggia su alcune granitiche certezze (un lavoro per nulla precario che sta per giungere serenamente all'epilogo, una famiglia unita e un discreto benessere economico), che contribuiscono a infonderle un che di pacato e rasserenante nelle loro assidue comunicazioni via e-mail.
Il primo giorno di scuola si palesa in tutta la sua brutale verità, strappando a Silvia gli ultimi brandelli di illusione: la classe, che dovrà co-gestire fino a giugno, somiglia a un branco di belve indomabili capeggiate da Alessandro detto Ale, leader non sempre incontrastato ma certamente dotato di grande carisma. Sarà lui infatti a far zittire i compagni su richiesta di una Silvia allo stremo delle forze e pressoché sul punto di alzare bandiera bianca. Forse, come le ha suggerito Mirella, la tattica dell'approccio "democratico" con tanto di look giovanilistico della serie "abbiate fiducia in me perché sono una di voi" ha avuto un esito fallimentare dato che in questi casi non è il senso di vicinanza (comunicato attraverso l'età anagrafica, l'abbigliamento e l'atteggiamento sbarazzino) a placare gli animi bensì l'esatto contrario. In buona sostanza, perlomeno all'inizio, vale il motto "confidenza toglie riverenza". Se è vero infatti che inculcare i principi dell'autorità ai bambini provenienti da un retroterra "normale" rappresenta uno dei compiti in assoluto più ingrati e complessi, proviamo ad immaginare come ci si possa sentire al cospetto di una classe che trasuda disagio da tutti i pori e soprattutto una rabbia malamente repressa, pronta a esplodere al minimo segnale di ostracismo.
Silvia non tarderà a comprendere che i 21 alunni della sua classe rappresentano un'allegoria in miniatura del cinismo devastante che permea la società in cui viviamo. Il fatto che a riprodurla siano bambini di 9-10 anni suscita un immane sconforto, ma soprattutto ferisce e causa sconcerto come uno schiaffo in pieno volto giunto in modo del tutto inaspettato. Più di un terzo della classe è composta da figli di immigrati di varie etnie, alle prese anche con le difficoltà di apprendimento della lingua italiana. Alle difficoltà di interazione con gli alunni, si aggiungono le difficoltà di tener testa a genitori che negano l'evidenza dei fatti, a volte per indifferenza e a volte solo per ignavia, forse perché è più comodo difendere (o fingere di difendere) le malefatte dei propri figli, che non sono altro che il riflesso dei loro stessi comportamenti: così facendo, è più facile tacitare la coscienza, evitando di innescare una spirale di conflitto e di ricattabilità morale con la loro progenie.

Poiché contare sulla collaborazione delle famiglie risulta pressoché impossibile, Silvia cerca di conoscere meglio i suoi ragazzi attraverso i temi regolarmente svolti in classe. Si scopre dunque che Nicoletta (l'unica bambina ricca e apparentemente fortunata in quel piccolo esercito di infelici) ha un'agenda densa di impegni quanto quella di un manager d'assalto: oltre alla scuola, ci sono le lezioni di pianoforte e di nuoto, oltre alle gare di sci alle quali partecipa regolarmente nella stagione invernale, salvo poi intravedere, dietro quel sottile strato di vernice dorata, il tormento per l'imminente separazione dei genitori. Quanta differenza rispetto a Janete, figlia di due immigrati brasiliani, che oltre a impegnarsi nello studio, si occupa dell'andamento della casa, badando alla sorellina, cucinando, lavando i piatti e facendo le pulizie perché i genitori lavorano tutto il giorno e, quando rientrano, sono troppo stanchi anche solo per muovere un dito. Quella della solitudine domestica è una condizione che accomuna buona parte di questi bambini che, a parte la scuola, conoscono pochi altri momenti di aggregazione e condivisione, e finiscono per crescere in un clima di responsabilizzazione precoce (come Janete), o di ozio e trascuratezza (come il romeno Bogdan) conditi dagli stimoli violenti che giungono da televisione e videogiochi.

E poi c'è Pamela: sin dal primo giorno, a Silvia non è sfuggito il comportamento un tantino anomalo di questa bambina grassottella e dall'aspetto trasandato, che se ne sta in disparte senza socializzare con nessuno. Come da copione, è diventata lo zimbello della classe, continuamente bersagliata da commenti perfidi e irriverenti. Eppure Pamela non sembra scomporsi, avvinta ad una sorta di catatonia che la rende pressoché impermeabile alle provocazioni. Durante l'intervallo, non prende parte alle attività ludiche dei compagni, preferendo scrivere quello che sembrerebbe un diario a tutti gli effetti. Enrica, l'insegnante di matematica, spiega a Silvia che Pamela vive con la madre, che si mantiene facendo la cubista, e con la sorella maggiore. Le due bambine sono nate da padri diversi. Nei componimenti, così come nel diario di Pamela, si scopre una dimensione esistenziale dominata dalla solitudine e da un senso di abbandono a dir poco straziante. Dopo la scuola, Pamela trascorre lunghe ore aggirandosi per i giardini pubblici tappezzati di siringhe e di escrementi di cane, prima di rincasare mestamente e vedersi spesso costretta a stazionare sulle scale o seduta davanti al portone del palazzo, fra i rimbrotti dei condomini che la accusano di intralciare il passaggio. La sorella Stefania non riesce a celare l'insofferenza che le suscita questa situazione di degrado familiare, ma anche quella sorta di ingenua e rassegnata abulia in cui si è barricata Pamela. Ma i suoi rimproveri spesso sgarbati riescono solo a farla scivolare di più in quell'abulia, trovando un apparente conforto nel mondo di fantasticherie in cui si rifugia sempre più spesso per sopravvivere, dove l'unica creatura disposta ad accettarla e ad amarla così com'è è "Stiven", una specie di principe azzurro che vive in uno sfarzoso castello, e che presto - così le ha promesso - la porterà a vivere con sé. Forse Pamela non è così ingenua e sprovveduta, ma sta semplicemente cercando di proteggersi come può da un mondo troppo brutale, che l'ha aggredita troppo precocemente. Forse non vuole diventare come i suoi compagni che sembrano le fedeli caricature degli adulti (e dunque per questo le appaiono ancora più inquietanti), senza neppure una traccia di quel candore infantile in cui si ravvisa la metafora dell'armonia e della bellezza. Del resto anche Silvia, la sua maestra, è rimasta a dir poco sconcertata dinanzi al gusto dell'orrido e del macabro dei suoi scolari, che si divertono a mimare stupri di gruppo, a fare razzia di gessetti che riducono in polvere, per poi fingere di iniettarseli in vena alla stregua di consumati tossicodipendenti, o che scelgono di commentare solo articoli di cronaca nera in cui a farla da padrone sono i crimini più efferati e raccapriccianti.
Pamela è troppo sola e troppo fragile per opporsi vigorosamente a questa realtà che considera inaccettabile, e dunque preferisce rifugiarsi in un mondo tutto suo, che la aiuta a tirare avanti e a sopportare il fatto che sua madre spende tutti i suoi guadagni per vestirsi all'ultima moda, a costo di mandarla a scuola vestita di stracci. Quella stessa madre che fa credere a Silvia, che ha deciso di affrontarla per parlarle del comportamento disadattato della sua secondogenita, di avere un tumore quando invece si è rifatta il seno per poter meglio svolgere il suo "lavoro".

Forse la differenza fra lei e suoi compagni di classe risiede nel fatto che loro si sono arresi ai modelli intrisi di violenza, intolleranza, crudeltà e perversione di cui sono stati inconsapevoli testimoni fra le mura domestiche, e se ne sono appropriati, mentre lei ha preferito fare un passo indietro, in un estremo tentativo di lasciare che la sua anima volteggiasse libera in quella dimensione ideale dove lei avrebbe tanto voluto vivere.
E' il 17 maggio 2012 quando, su segnalazione della dirigenza scolastica, ma anche in seguito alla denuncia per abusi sessuali sporta da Stefania contro un "amico" di famiglia, i servizi sociali sottraggono le due ragazze alla potestà della loro madre, ufficialmente disoccupata ma in realtà prostituta, che non esitava ad abbandonare le figlie sulle scale o ai giardini pubblici, talvolta anche a tarda notte, per poter ricevere indisturbata i suoi clienti.
Nell'ultima pagina del suo diario, Pamela, ospite da soli due giorni di una casa-famiglia, scrive che sta aspettando Stiven, che fra poco la verrà a prendere per portarla a vivere nel suo castello, lontano da quell'ambiente in cui non si trova bene, anche perché Stefania non è lì con lei. Forse, convinta che stesse per arrivare, Pamela ha spiccato il volo verso quel mondo in cui da sempre sognava di fuggire.

Una tragedia annunciata che, come sottolinea Don Antonio Mazzi nella sua postfazione, si è consumata fra le mura di una di quelle tante case-famiglia che "sono la tragica caricatura di una casa che non è una casa e di una famiglia che è tutto tranne che una famiglia". E sempre Don Mazzi ci invita a riflettere sulla scuola, eletta troppo spesso a capro espiatorio dei disagi che hanno incancrenito il tessuto vitale della nostra società, dimenticando che altri fattori come le famiglie sgangherate, i figli unici e soli, l'infanzia spesso poco serena, che induce a crescere troppo in fretta complice anche il massiccio bombardamento di stimoli provenienti da Internet e dalla TV, sono stati scaricati sulla scuola, in un improbabile tentativo di autoassoluzione della famiglia che da troppo tempo ha abdicato al suo ruolo educativo foriero di esempi e di valori "sani" e positivi.
Il cuore trafitto da un pugnale, che campeggia sulla copertina di questo libro, a mo' di sofferta rilettura di quel cuore di deamicisiana memoria, rappresenta il cuore degli allievi, emuli a tratti irrecuperabili degli esempi deleteri che assorbono fra le mura domestiche, ma anche  di quegli insegnanti che, come Silvia, cercano disperatamente di strappare quei bambini non più innocenti a quel giogo devastante, dove ormai non c'è più cuore né coscienza.

Cristina Luisa Coronelli











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