lunedì 23 settembre 2013

Pordenonelegge 2013: incontro con Jussi Adler- Olsen



Pordenone in questi giorni si è paludata di giallo, il giallo intenso dei tuorli d'uovo all'occhio di bue che ti guardavano dalle vetrine, dai bar e dagli stendardi a ricordare a qualunque passante che la città si trovava nel pieno del festival Pordenonelegge 2013.
Tra gli incontri previsti nel programma c'è stata la presentazione dell'ultimo romanzo dell'autore danese Jussi Adler- Olsen “Il messaggio nella bottiglia”. A moderare e condurre Roberto Costantini (autore di “Tu sei il male” edito da Marsilio nel 2011). Dopo l'incontro con il pubblico, ho avuto il piacere di poter fare qualche domanda allo scrittore. Un incontro piacevolissimo e molto divertente che ha ancor più completato e ampliato l'apprezzamento per il suo lavoro.
Jussi Adler- Olsen si è immediatamente presentato come autore scandinavo, ma, precisa, danese: “E' un po' come dire che sono un latino della zona scandinava. Di sicuro andremo d'accordo”. La presentazione è così partita con una risata, soprattutto da parte dell'unica signora svedese presente tra il pubblico.

D: Parliamo dei personaggi, tutti a loro modo particolari e strani. Ci racconti qualcosa di loro.
R: Carl Mørck, il protagonista, deve il suo cognome ad un omicida che è stato in cura da mio padre quando ero piccolo (Ndr il padre dell'autore era psichiatra). Carl invece è il mio primo nome: potremmo dire che questa figura ha in sé dell'eccezionale (si indica con aria modesta) e del cattivo. Assad, l'assistente siriano, è nato ispirato dai tassisti mediorientali. Tutte le volte che salgo in taxi mi trovo immancabilmente a confronto con uomini molto più istruiti di me. Come fare a non odiarli? (fa una smorfia comica). Assad poi può essere sintetizzato da una frase detta dal mio traduttore americano. Un giorno l'ho chiamato, era un po' che non ci sentivamo e gli ho detto “Ti ho pensato spesso ultimamente” e lui ha risposto “Curioso: anch'io penso spesso a me stesso negli ultimi tempi”.
Quello che importa è che tutti loro hanno delle stranezze, qualcosa di fuori dall'ordinario. Potrei scrivere anche di gente normale, ma poi chi se ne ricorderebbe?

D: Come mai ha scelto di raccontare, con la saga della Sezione Q, dei cold cases?
R: Ho avuto anche modo di studiare medicina in passato. Volevo capire se fosse possibile raccontare e risolvere un caso tramite analisi del DNA o del sangue trovato su un documento.

D: Dopo l'uscita dei romanzi di Larsson, gli scaffali si sono riempiti di noir e thriller a marchio scandinavo. Cosa pensa della diffusione di questo genere?
R: Ammetto di non aver mai letto altri autori come Larsson o Nesbo. Temo che la lettura di genere possa influenzare il mio lavoro. Tra alcuni anni mi metterò in pari e li leggerò tutti. Però, a proposito del thriller e del noir, posso dire che sono generi che sono sempre esistiti. Pensiamo alla tensione narrativa che Dumas riesce a infiltrare ne “Il conte di Montecristo” o, andando più indietro, quando noir possa essere la Bibbia. Mosè ce la farà a scappare dal faraone? Il mare si aprirà davanti a lui? E' un genere che ha radici antichissime e che consente di inserire moltissimi elementi dall'avventura alla storia d'amore. Poi, e forse questo si può dire, noi nordici siamo più portati al genere noir: in fondo discendiamo dai vichinghi che ammazzavano solo per riscaldarsi durante l'inverno.

D: Quali sono allora i suoi genere i autori preferiti?
R: Leggo molta letteratura dell'assurdo, il genere di Samuel Beckett per intenderci.

D: Niente di più leggero o rilassante? Gli scrittori non ammettono mai di leggere cose poco impegnate.
R: Mi creda! Sul serio, leggo principalmente quel genere. Posso aggiungere che adoro Steinbeck e non sopporto Hemingway. Però sono appassionato di film: con mia moglie ne guardo almeno uno al giorno. E sono assolutamente patito delle serie TV americane come Breaking Bad o i Soprano.



D: Visto che ha parlato di film, a breve dovrebbe uscire la riduzione cinematografica del suo primo romanzo “La donna in gabbia”. Ha partecipato alla sceneggiatura? Se si come pensa sia riuscito il lavoro?
R: (appoggiando la testa alla scrivania in una parodia di disperazione) No. Non mi hanno permesso di lavorarci. Quindi non sono poi così interessato al risultato sullo schermo. Sa però cosa mi hanno proposto un mese fa? Una serie TV. Lo sapeva?

D: No, questo da internet non era ancora trapelato. Si può sapere qualcosa di più?
R: Un giorno suona il telefono, rispondo e dall'altra parte del filo parla Scott Frank (Ndr sceneggiatore, tra gli altri film, di Minority Report). Non volevo crederci. Mi ha proposto di realizzare tre serie ciascuna di dieci puntate: una serie per ogni libro. L'idea mi entusiasma: in un film devi tagliare troppo per poter realizzare le scene. Una serie permette di allungare, come un elastico, la storia e di entrare veramente nel profondo.

D: Lei prima era editor di fumetti e lavorava nel mondo dell'editoria anche come correttore di bozze. Quando è stato, se c'è stato, il momento in cui ha deciso: “Ora basta! Faccio lo scrittore”?
R: Erano anni che mi capitavano sotto mano dei manoscritti pessimi e pensavo “Io potrei fare molto meglio!” ma c'è stato un momento molto preciso in cui ho smesso di fare l'editore. Ero a Roma nel 1992, seduto al tavolo con i dirigenti della Philips che volevano acquistare i diritti di alcuni fumetti. Nascevano, in quegli anni, i CDI e questi grossi manager volevano realizzare dei giochi interattivi: il bambino avrebbe potuto scegliere come montare le vignette e creare nuove storie e finali alternativi. Fin lì tutto bene. Poi ho pensato che, una volta ottenuti i diritti, avrebbero riversato sul mercato quel prodotto e tanti bambini, come mio figlio, avrebbero avuto un'infanzia dietro al pc. E la cosa non mi è stata più tanto bene. La mia carriera come manager è finita quel giorno e sono tornato a casa a fare il papà che cucina pancake e gioca a football con il proprio figlio. Ora faccio il lavoro più bello del mondo: mi sa dire quante altre persone posso permettersi il lusso di lavorare in pigiama?

D: Domanda semiseria: nel romanzo, oggi stesso all'inizio della presentazione, non ha perso occasione per punzecchiare la Svezia. Come mai?
R: Sul serio? Faccio battute sulla Svezia? (Ride). Va premesso che noi Scandinavi ci sentiamo tutti parte di una grande famiglia. Siamo molto uniti, abbiamo radici comuni e parliamo una lingua molto simile. Io stesso ho delle case in Svezia. Ma se i Norvegesi sono i bambini cattivi e i Danesi i ragazzi scapestrati, gli Svedesi sono come la sorella maggiore che punta il dito e ti dice sempre cosa puoi e non puoi fare. Si prendono sempre troppo sul serio, pretendono rispetto, non hanno senso dell'umorismo e ci guardano dall'alto in basso: dimenticano che noi abbiamo la Groenlandia e, tecnicamente, siamo lo stato più grande d'Europa. Mi permetto di prenderli in giro proprio come farei con le mie tre sorelle.

Un incontro frizzante. Molte domande sono state poste da Costantini, il pubblico ha alzato in continuazione la mano bruciando anche alcune delle mie curiosità. Di sicuro, tra tutti, abbiamo dato parecchio lavoro da fare all'interprete.


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