giovedì 26 settembre 2013

Il Salotto - Intervista a Valerio Monti

Ho avuto il piacere di intervistare Valerio Monti, giovane scrittore all'esordio con il suo primo romanzo "Io esisto?" pubblicato come e-book da Lettere Animate Editore (leggi la recensione). Al talento multiforme (ha studiato pianoforte per 10 anni e possiede una laurea in ingegneria informatica) unisce una sensibilità e una profondità di pensiero non comuni. Con lui, ho cercato di sviscerare le dinamiche salienti che ruotano intorno all'unico protagonista di questo racconto.

"Io esisto?" è liberamente ispirato ad una vicenda realmente accaduta in un contesto metropolitano, terreno privilegiato per antonomasia di quell'individualismo sfrenato che non esita a triturare chiunque fatichi ad adeguarsi alle sue leggi più o meno tacite, vuoi per scelta vuoi, come nel caso del protagonista, per un insieme di situazioni poco felici che hanno segnato la sua indole particolarmente sensibile. Lui ha scelto di rifuggire gli esseri umani e lo spazio circostante, da cui si sente umiliato e rifiutato, perdendo progressivamente il contatto con la propria identità. Dunque lo sguardo degli altri (inteso soprattutto come amorevole accettazione) ha un ruolo cruciale sul nostro senso di appartenenza, a dispetto di questa realtà sempre più autoreferenziale?
Premetto che le mie risposte provengono esclusivamente dalla mia sensibilità e non da studi approfonditi, e che quindi non pretendo di possedere alcuna verità o autorità, anzi.
Detto ciò, credo che il desiderio di accettazione sia insito nell'uomo immerso all'interno di una società. Forse è semplice dire, e anch'io lo sostengo, che conti di più ciò che percepiamo di come siamo percepiti, tuttavia trovo semplicemente umano e che non vi sia alcuna ammissione di debolezza nel ricercare l'accettazione e l'approvazione quanto meno di chi ci sta più vicino, e tramite di esse trovare la propria realizzazione e autostima. Una società incomprensibile, o che rifiuta e frustra l'individuo, può portare ad una risposta simile a quella del mio personaggio, l'isolamento dell'individuo che non si riconosce e rifugge lo sguardo altrui, una sfida che non può vincere. Dopotutto, la vicenda narrata si ispira ad un fatto di cronaca per nulla inventato e, forse, da un certo punto di vista, anche più estremo di quello narrato nel mio romanzo.
Si potrebbe inoltre aggiungere che molte persone vivono letteralmente per lo sguardo degli altri, ma questo è un altro discorso.

Colpisce molto l'assenza di nomi e di riferimenti geografici e cronologici. Presumo che non sia una semplice strategia (peraltro azzeccatissima) per tenere viva l'attenzione del lettore...
Nonostante quanto appena detto, era mia intenzione attribuire all'intera storia una connotazione umana e non solo attuale, offrendo varie possibilità di lettura della vicenda e del romanzo stesso. Il non collocare esplicitamente (non dico esattamente, perché nella mia mente i luoghi e gli anni sono definiti in maniera precisa) il mio racconto sia a livello temporale che geografico, come il non assegnare nomi ai personaggi, è un tentativo di rendere la vicenda più universale e umana, meno legata al singolo individuo. Il disagio del protagonista non è solo adolescenziale, non è solo dei nostri anni o di quei luoghi, ma vorrei che fosse percepito come un disagio umano, più o meno latente in ognuno di noi. Questo disagio deriva infatti non solo da una condizione sociale e famigliare, per quanto essa sia la miccia che innesca la vicenda, ma anche dall'infima condizione umana tutta, all'interno della quale poi egli non riesce a trovare il proprio posto. In questo senso, la crisi e la sensazione di non-vita (il passo successivo alla non appartenenza) non sono solo la conseguenza della società, ma anche del tempo e dello spazio infiniti, rispetto ai quali il singolo individuo non ha dimensioni né possibilità di affermarsi o confermare la propria esistenza. Credo che il brano del libro, che tu hai selezionato nella (bella) recensione, sia molto azzeccato e indicativo di ciò che voglio dire; sostanzialmente, il mio personaggio parla e scrive meglio di me.
Per quanto riguarda i luoghi e i tempi, nonostante il tentativo di renderla universale, ho volutamente lasciato indizi per poterla collocare nel tempo e nello spazio, poiché mi piace l'idea di concedere qualcosa di più a un lettore attento, esigendo e giocando un po' con lui. Un discorso simile vale per le letture citate nel libro.

Nel suo lungo periodo di isolamento dal mondo, il protagonista tenta di riannodare le fila con la sua identità, leggendo avidamente i libri di suo padre, che ha perso quando aveva solo 5 anni e che dunque non ha mai conosciuto davvero, se non attraverso i racconti della madre, che ha forgiato l'immagine molto idealizzata di un uomo inarrivabile. Sembra quasi un tentativo estremo di farsi accettare dal suo defunto genitore, per sentirsi autorizzato a ritornare nel mondo. E' evidente che, da solo, non riesce ad accettarsi. Il suo tormento scaturisce esclusivamente dall'impossibilità di confrontarsi in modo tangibile con la figura paterna, e magari smitizzarla?
Esclusivamente non direi. Questo è un aspetto presente e fondato senza dubbio ma, come dicevo prima, la mia aspirazione, forse un po' troppo ambiziosa, era di toccare tasti del malessere umano tutto, tramite il mio personaggio connotato attraverso le sue peculiarità. Il suo legame con i genitori (i conti in sospeso del protagonista non sono solo con il padre, visto a chi sono rivolte le sue lettere o i suoi sfoghi che dir si voglia) è complicato, adolescenziale forse (dopotutto quella è l'età da superare per il protagonista, nonostante quella biologica avanzi), ma solo una tessera, per quanto importante, del mosaico della sua inquietudine, il suo non sapersi definire e riconoscere, in definitiva accettare e realizzare.
I libri sono certamente l'eredità del padre, attraverso cui il figlio tenta di scoprire e comprendere il genitore mai conosciuto realmente, cercando anche la sua approvazione (anche in questo senso vorrei far notare il suo fallimento, in quanto non riuscirà mai a leggerli tutti, come non supererà mai l'età del padre), ma hanno anche altre funzioni, a seconda della lettura che si vuole dare del romanzo. Forse i libri stessi sono coloro che aiutano il protagonista ad evolvere, a muoversi dallo stallo mentale in cui vive e compiere quel piccolo grande passo che lo condurrà poi al finale. Vorrei infatti che, vista la quantità e la varietà di libri citati, il mio romanzo fosse anche un piccolo inno alla lettura (oltre che alla scrittura come realizzazione del sé e dell'inconscio, ma di questo parlo nella prossima risposta).

Negli ultimi decenni, in cui si fa un gran parlare dell'importanza di coltivare un'alta autostima e di attingere in noi stessi la forza per accettarci così come siamo (cosa peraltro verissima), il tuo racconto stimola una nuova riflessione: non sempre è scontato riuscire a compiere questo percorso interiore da soli e, come spesso vediamo, non sempre basta il supporto di un terapeuta o di un coach motivazionale, per poterci riconoscere nei nostri simili. Ognuno di noi dovrebbe fare la sua parte, privilegiando l'ascolto empatico all'indifferenza, l'assenza di giudizio al pregiudizio. E' così?
Per me, certamente sì. Ovviamente non è facile, e io non sono troppo fiducioso sulla predisposizione umana all'ascolto empatico. Piuttosto vedo l'indifferenza e la distanza come triste e cruda, a volte mi viene da pensare inevitabile, realtà. Ciò non toglie che non si possa ciascuno fare uno sforzo per muovere un piccolo passo verso la comprensione del prossimo. Come accennavo sopra, la terapia del mio personaggio, in assenza di persone con cui rapportarsi, fondamentalmente consta nel leggere e scrivere, dove la lettura va intesa come una forma di avvicinamento ad altre realtà e personalità, oltre che come ricerca del padre, e dove la scrittura delinea la creatività dell'inconscio, unica ancora di salvezza dell'uomo nei confronti di una società e una realtà che non può accettare. Tuttavia, come ben sappiamo (noi che abbiamo letto il libro), il protagonista nell'ultima sua disperata azione fallisce. Questo forse perché non era pronto e non lo sarebbe mai stato, forse perché la lettura e la scrittura sono stati grandi fonti di cambiamento e maturazione, ma non sufficienti senza un qualsiasi rapporto esterno, forse perché l'essere umano tutto è destinato a fallire, non ci è dato sapere.

Alcune persone, come il protagonista di questa storia, hanno una sensibilità oserei dire estrema, che li rende molto più permeabili agli stimoli esterni: un ambiente percepito come ostile, giudicante e anaffettivo potrebbe spingerle a chiudersi ulteriormente in se stesse e a cercare l'isolamento per proteggersi, poiché fondamentalmente non si amano e, dunque, un giudizio negativo proveniente dall'esterno confermerebbe il loro senso di inadeguatezza, e questo le ucciderebbe a poco a poco. Si tratta di uno schema comportamentale che esiste da sempre, ma che pare diffondersi sempre più nella nostra società. Mi piacerebbe conoscere la tua opinione al riguardo, anche prendendo spunto dalla vicenda che hai raccontato.
Personalmente, trovo la società odierna piuttosto alienante, a tratti feroce e surreale. Il fatto di cronaca a cui mi sono ispirato non è certo l'unico simile, per quanto mi abbia colpito molto a suo tempo per le sue caratteristiche. Per esempio, il fenomeno degli hikikomori (da Wikipedia, non saprei definirlo molto meglio e ne ho letto di recente, dopo la stesura del libro in realtà, per quanto forse anche il mio personaggio potrebbe essere definito in questa maniera: termine giapponese usato per riferirsi a coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento a causa di fattori personali e sociali di varia natura nelle loro vite) si è diffuso recentemente in Europa e negli USA, e lo vedo in qualche modo collegato allo stile di vita odierno. Non vorrei farne un discorso generazionale o prettamente adolescenziale, tuttavia a volte mi pare evidente come certe situazioni date per scontate per anni non possano venire accettate razionalmente se ci si sofferma un attimo a ragionarci sopra, e non tutti sono dei rivoluzionari pronti a scendere in piazza. Il mio personaggio, ad esempio, certamente non lo è. Cercare se stessi è molto costoso e doloroso a volte, e sono prezzi e tempi che spesso la nostra società non ci concede.

Un'ultima domanda: di cosa avrebbe bisogno il protagonista del tuo racconto per trasformare la domanda (io esisto?) in un'affermazione (io esisto!)?
Questa è la domanda più difficile, perché il mio protagonista è destinato a fallire. Lo è sia dal punto di vista letterario che umano. La storia non poteva concludersi che così, e non solo per fedeltà al fatto di cronaca. Io credo che la propria affermazione derivi da un percorso personale che nessuno può definire per il proprio prossimo, per quanto ci si possa aiutare come detto precedentemente, e neanch'io posso essere certo di cosa avrebbe potuto salvare il mio personaggio. Ammesso che possa essere salvato quando ciò che lo condanna è il suo essere umano.
Aggiunta metaletteraria (d'altronde il mio protagonista può essere facilmente visto come un personaggio metaletterario che vaga per la letteratura altrui, leggendo solo opere esistenti solo in un universo altro, puramente letterario appunto): l'intera vicenda si è sviluppata tramite le sue percezioni e parole e, per quanto ci siano stati momenti in cui sono stato tentato di lasciare un finale aperto (sostanzialmente omettendo la chiosa del cugino), mi sono reso conto che la conclusione poteva essere soltanto una. Così ho deciso di lasciare la possibilità al lettore di non leggere l'epilogo - lo interrompo prima - ma allo stesso tempo so già che, scrivendolo e includendolo nel testo, nessuno si accontenterà delle ultime righe scritte dalla mano del mio protagonista. Si potrebbe dire che questo è ciò che uccide il protagonista; a determinare la sua fine in qualche modo è la curiosità del lettore, la sua volontà di andare oltre. Allora invito qui e ora a diffidare di quelle ultime parole, se si crede realmente nel protagonista di questo libro e nella sua possibile salvezza, e di immaginarsele come scritte dal protagonista stesso, dal basso di un piccolo bar non troppo affollato, nell'intento di fuggire dalla responsabilità troppo grande di essere sopravvissuto alle proprie fobie.
Dopotutto, un indizio perché questa versione sia possibile c'è già nel libro (ho già detto che mi piace giocare col lettore?)


Cristina Luisa Coronelli

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