domenica 18 agosto 2013

Pillole d'Autore: "Un dramma borghese" di Guido Morselli


Di Guido Morselli il romanzo più conosciuto è senza dubbio Dissipatio H.G. C’è però un altro libro, differente e ugualmente denso, scritto nei primi anni Sessanta e pubblicato – sempre da Adelphi – per la prima volta nel 1978. Un dramma borghese racconta la storia di un padre e una figlia che poco si conoscono e che si ritrovano a convivere in un albergo di Lugano. L’uomo è un giornalista, vedovo, di grande acume e erudizione, che pone estrema fiducia nella razionalità analitica; la figlia – Mimmina – è una diciottenne che ha vissuto in collegio dopo la morte della madre e che non conosce il mondo, al quale si approccia con ingenui slanci di puro istinto, guidata da un’emozionalità elettrica. I due, relegati in albergo anche per curare piccoli acciacchi, generano gradatamente dinamiche di attrazione oppresse da un sempre più pesante alito di incesto. Soprattutto la ragazza sviluppa nei confronti del genitore un affetto invasivo, proprio di una moglie che desidera più accudire che amare. L’uomo imbastisce una resistenza ma è lacerato dal conflitto tra attrazione e repulsione, e tenta una fuga gettandosi nella storia con un’amica di Mimmina; tale episodio non farà altro che accendere la miccia di un dramma che oramai attendeva solo di concretarsi. 
Romanzo che vive con pochi personaggi in un’ambientazione ristretta, Un dramma borghese è un libro violentemente psicologico – e al contempo pregno di morbosa sensualità – in cui lo scandaglio delle interiorità, le ambiguità dei piccoli gesti e delle allusioni, la potenzialità sovversiva di sguardi mancati e di contatti inattesi gettano padre e figlia – e lettore – in una nebbiosa atmosfera da crepuscolo dell’amore.


Edizione di riferimento: Guido Morselli, Un dramma borghese, in Romanzi, a cura di Elena Borsa e Sara D'Arienzo, I, pp. 605-924.

«Mi volto, butto un’occhiata sull’immagine che mi rimanda lo specchio dell’armadio, quel viso teso e segnato, grigio, quei capelli che si diradano. Penso alla figlia diciottenne che attende di là da quell’uscio; e mi ripeto che con questa mia mortificata maturità l’impaziente guerriero del 1943 non può avere niente in comune. Nello spazio di quarantott’ore, un banale attacco reumatico ha fatto di me un anziano, un quasi paralitico. Il braccio mi tormenta, come prima di addormentarmi, come stamane, anche se è un male versatile, che non colpisce mai alla stessa maniera. Mutevole come uno stato d’animo; difatti, in ragguardevole misura, è nient’altro che uno stato anomalo e vizioso del mio animo, senza essere in nessun modo un male immaginario.»
«Ma è Mimmina che mi ha parlato, e era già lì da qualche minuto, a un passo dalla mia poltrona. Avevo creduto a uno sdoppiarsi della mia ambigua coscienza febbricitante e era la voce della mia giovane figlia. Che questa recente acquisizione della mia stessa sfera emotiva ci sia già tanto penetrata da confondersi con le sue espressioni liminari? Direi proprio di no. Lei mi aggiusta il plaid sulle gambe:
– Torna a letto – le dico. – Non sei ammalata anche tu?
Quello che mi meraviglia, con lei, è la pazienza che le dimostro. Una pazienza rassegnata ma che si rinnova tenacemente nella misura in cui si vede inutile. Oggi non meno di tre volte le ho ripetuto che non deve alzarsi e l’ho rimandata in camera sua.
Mi infila sotto l’ascella il termometro. Mi prende il viso tra le mani e mi guarda. Nei suoi occhi c’è una pietà consapevole che mi commuove e m’infastidisce.
– Dammi il caffè. Ce ne dev’essere ancora.
– Te ne preparo uno io; questo dell’albergo non è buono. Non vuoi inaugurare la caffettiera elettrica? È nuova. Anche la mia vita, adesso, è nuova.
– Cioè?
– Mi sembra che sono venuta al mondo adesso, nel momento che ho cominciato a stare col mio papà.»
«La fisso a mia volta, la esamino cercando di dare al mio sguardo una espressione ilare e affettuosa. La fronte, sotto i capelli scomposti, è stretta e piuttosto convessa, come in tutte le donne. Né la fronte né gli occhi testimoniano di un’intelligenza acuta, esigente. Le labbra sottili, il naso fine, l’arco sopracciliare molto rilevato sono quelli di sua madre, tratti che significano dolcezza ma anche ostinazione. Da quanti anni non guardavo questo viso, o non lo osservavo? Sono letteralmente alla scoperta di mia figlia.
A lei il mio pensiero non è sfuggito:
– Ho fatto il conto, – dice – che da quando avevo sette anni a oggi, siamo stati insieme cinquecento ore. In tutto, venti giornate.»
«Adesso, Mimmina vuole che mi infili sotto il lenzuolo. La accontento. Era fatale che ci si arrivasse; e eccomi una buona volta a giacere con questa diciottenne, ansiosa di dedizione e perciò devotamente dispotica, legata inestricabilmente alla mia carne, e che, per fortuna, è soltanto mia figlia. Mi accoglie con una gratitudine concentrata degli occhi radiosi, teneri. Il letto è molto largo, io sono molto magro, sicché le posso proibire di avvicinarsi e di toccarmi. Ma forse è vero che bisogna coricarsi con una donna per sapere di lei qualche cosa, anche come entità fisica. Mia figlia non è affatto magra. Il calore che viene dalla sua persona m’investe come una vampa, e mi sento attrarre nel solco che il suo peso scava. Non per il naso, ché cerco di non agitare le coltri e io stesso di non muovermi, direi attraverso la mia pelle inavvezza e sensibile, mi penetra l’odore delle sue carni.»
«Aveva ragione. Mi sento riconfortare anch’io; aveva ragione, coi suoi argomenti poco razionali. Per poco che si dia affinità fisica tra i due, la coppia umana comunque assortita, l’uomo con la donna che dividono il silenzio di una camera e il caldo di un giaciglio, formano una società primordiale e conclusa, la sola in cui si dia complementarità piena e spontanea, dunque la condizione, almeno, della stabilità. Mimmina non dorme; sento il suo sopracciglio che si muove e mi vellica il mento. A me invece sta venendo sonno; da tanto tempo ho nei muscoli, nei nervi un sedimento di stanchezza da sciogliere, e ogni occasione è buona.»
«Mimmina non è più così impetuosa nelle sue manifestazioni d’affetto come qualche giorno fa. In cambio, non mi lascia un minuto. Le sue espressioni si sono fatte più profonde, più composte in un certo modo, quasi assorte. Tira la poltroncina vicino al mio letto, ci si siede il viso tra le mani, e mi contempla. (Paziente, io dormicchio, o guardo il soffitto – mai fuori della finestra –, offrendomi a quella investigazione adorante). Allunga la mano, infila le dita tra i miei capelli, ve le lascia, lusingata dalla mia immobilità. Questa devozione filiale, alla lunga diventa un assedio, umiliante come tutti gli assedi. Faccio per grattarmi la spalla, una gamba, qualcos’altro; «Vuoi che te lo faccia io?» mi sento dire.
– Se tu seguiti a fissarmi, Mimmina, io cado in catalessi.»
«Avevo ragione, appena sveglio, di non voler cominciare la giornata. È stata per me, sempre solo per me, una giornata densa, pesante, lunga, come un riassunto di quelle che l’hanno preceduta. Per Mimmina che si accontenta di vivere, incosciente, isolata nel suo opaco egoismo, un giorno identico agli altri.
Si agitava; il suo calore, ventilato dal lenzuolo, alitava non piacevolmente, con un misto effluvio di sentori organici. Pure, dal respiro avevo la certezza che non si era svegliata. Teneva la destra aperta sul petto, tra le due meduse, lei le chiama; l’altro braccio era coperto. E la mano nascosta si posava, sollevando le coltri, al centro della sua persona. Vedevo che si abbassava, si alzava, si abbassava ancora; vedevo le ginocchia flettersi e divaricarsi. La testa si chinava da un lato, dall’altro, sul cuscino, come accennasse una sofferenza. Ma che ha?
Io non lascio il mio posto, non oso avvicinarmi. Più che il moto che va accelerandosi, della mano nascosta, è quello scuotersi della testa che guida il mio istinto di capire, e la tensione di quel viso. Le si disegna sul viso una concentrazione ottusa, senz’anima, e non la smentisce il mezzo sorriso delle labbra dischiuse, fra cui sporge un poco la lingua; e guizza, per di più, invereconda.»
«È in piedi, ferma, appoggiata al muro, la testa china. Mi volge la schiena e non mi vede. Non ha posa, dunque. Sfugge anche me, e d’altra parte non sa dove andare, che fare. Cerca un rifugio, come stamane, un angolo dove nascondersi. Ha l’anima piena di incertezza. Di paura, magari. Mi accorgo che non piange; muove adagio le mani, senza pensare, forse le gingilla col fiocco che è alla cintura della vestaglina, la povera vestaglina verde che la copre. Non sente nemmeno l’impulso di parlarmi, di starmi vicino. È stanca. Anche alla sua età la stanchezza, quella di dentro, può vincere. Mimmina come tutte le nature non infette da una coscienza razionale, si trova nella condizione di essere sola con ciò che la fa soffrire. Soffre, semplicemente e senza diversivi, elementarmente, come sarebbe in grado di godere senza ombre, al pari delle creature sue simili. Ma la realtà è questa, intanto, che il trauma del distacco non è superato. Ci siamo, in pieno.
Torno, in punta di piedi, al mio tavolino.
Domani sera quando resterà sola, a Pegli o a Rapallo, dopo la partenza del dottore, come si comporterà? Si ricorderà di ordinarsi da mangiare, se sarà in un albergo, o di andar giù all’ora di cena? Bisognerà che disfaccia la sua valigia, che provveda alle piccole cose importanti che occorrono e per le quali si deve avere la mente disponibile. O se ne rimarrà al buio, immobile come adesso nella sua stanza, a dirsi: sono sola al mondo, mamma mia, per me non c’è più nessuno?»

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