lunedì 19 agosto 2013

Gil Scott-Heron: L'ultima vacanza. Il memoir di un artista tra musica e parole


L'ultima vacanza. A memoir
di Gil Scott-Heron
Traduzione di Daniela Liucci

LiberAria, 2013


Se non sapete chi fosse Gil Scott-Heron, se non conoscete la musica jazz e nello specifico quella che ha infiammato la scena artistica statunitense degli anni Settanta, se non avete mai sentito parlare di spoken word e poco o nulla sapete della letteratura nera, ecco in fondo questo libro, questo memoir poco ortodosso, sarà la vostra guida. Del tutto soggettiva, non cronologicamente ordinata e volutamente disorganica, ma senza dubbio il mezzo ideale per avvicinarsi a quel mondo accompagnati da uno dei suoi protagonisti. E allo stesso modo se conoscete l’autore di questa particolarissima autobiografia vi godrete il viaggio nell’America degli anni ’60-80, un mondo che non esiste più rievocato dalle parole di un artista a tutto tondo, scrittore, poeta e musicista tra le voci più interessanti della cultura black di quel periodo, un uomo che dove non sia stato protagonista della Storia ne ha senza dubbio assunto il ruolo di testimone. Da qualunque angolatura decidiate di osservare Scott-Heron, lo scrittore o il musicista, l’insegnante di scrittura creativa o il militante per i diritti civili, quella di Gil è in fondo sempre la storia di un uomo, un nero, di umili origini che dal Tennessee si è fatto strada grazie al proprio talento, alla tenacia e all’incoraggiamento di coloro che hanno visto in lui del potenziale. Prima fra tutti la nonna materna, Lily Scott, con la quale trascorre l’infanzia a Jackson:

  “Era prevedibile, paziente, perspicace, tenace, orgogliosa, riservata e pratica. Aveva un rispetto salutare per il duro lavoro e non aveva paura di dedicarvi il tempo necessario. Era una sopravvissuta sensata, sensibile, stabile, seria, solida e decisa. Ed era una donna religiosa e timorata di Dio con alti ideali, principi forti e, soprattutto, fede nel potere dell’istruzione. Anche se lei non aveva una grande cultura scolastica ufficiale, aveva preteso che i suoi figli avessero un’istruzione” 

Una donna forte e risoluta, per nulla intimidita dai bianchi e dalle loro leggi, una figura materna che sarà difficile da sostituire quando nel novembre del 1960 la donna muore e Gil deve adattarsi alla nuova vita insieme alla madre, a New York:

  “Fino al quel giorno di novembre del 1960, mia madre mi era sembrata più una zia, proprio come le sue sorelle […]. Ma in quel mattino misero e grigio io e la mamma eravamo stati uniti come piatti nel climax sferragliante di una banda mal coordinata. Non era solo l’essere impreparati a venir uniti in quel momento, era che entrambi avevamo appena perso nostra madre”
 Dal Tennessee il giovane Gil si ritrova quindi catapultato nel Bronx, e l’approccio con la grande città all’inizio è tutt’altro che semplice, porta con sé paure e sfide da affrontare:
  “L’iscrizione ai corsi della Clinton portò alla luce la mia più grande paura su New York: essere inghiottito vivo. Nella testa mi ero visto come una delle migliaia di persone che fuggono disordinatamente su un viale come un’ondata di marea umana, incapace di rompere l’andatura, che corre sia un passo avanti che uno indietro alla persona accanto. L’aspetto peggiore della cosa era che non si trattava nemmeno di una situazione di emergenza, né di una fuga in qualche posto per sfuggire a qualcosa. Era solo sopravvivenza quotidiana”
 New York è anche il luogo delle possibilità, dove viene concesso ad un ragazzino dai mezzi limitati ma dal notevole potenziale di conquistarsi un’istruzione al pari di ogni altro ragazzo bianco della città, e dopo la scuola privata potersi iscrivere alla Lincoln University con il progetto di diventare scrittore. Per la prima parte della sua vita in effetti Scott-Heron è soprattutto uno scrittore e un poeta, che durante il primo anno di università pubblica il primo romanzo “The Vulture” a cui si accompagna l’attività poetica e il desiderio di proseguire gli studi con la laurea specialistica in scrittura creativa alla John Hopkins, all’epoca sotto la guida del poeta Elliot Coleman. L’attività di scrittore lo impegna profondamente e molte possibilità fino a quel momento soltanto sognate diventano realtà e permettono a Scott-Heron di inserirsi con successo nel panorama culturale afroamericano degli anni ’60-70. Parallelamente sviluppa quella coscienza civile che lo porta ad organizzare manifestazioni e scioperi durante gli anni universitari e che in seguito lo avvicinerà profondamente a Stevie Wonder, con il quale condividerà la battaglia per l’istituzione di una festa nazionale in onore di Martin Luther King promossa durante il memorabile tour del 1980, fulcro di questo memoir. Se infatti Scott-Heron ha raccolto in queste pagine molti ricordi personali della sua infanzia e adolescenza, della costruzione del successo come scrittore prima e come leader di un gruppo in seguito, il punto centrale e il motivo più importante per cui ha scelto di raccontare la propria vita è stato soprattutto rendere merito all’amico Stevie Wonder nel ruolo da lui giocato nell’istituzione del Martin Luther King day, festa nazionale per celebrare un uomo che ha dato la propria vita nel nome della libertà e del rispetto di tutti gli esseri umani. È la Storia quindi, insieme al jazz e alle parole, la grande protagonista della narrazione, con i suoi eventi che scandiscono momenti della vita del giovane Gil e ne segnano inevitabilmente la strada. I tre assassinii che hanno sconvolto l’America della sua generazione: la morte del presidente Kennedy, l’uccisione del Dottor King e molti anni dopo quella di John Lennon; le piccole grandi lotte quotidiane di un ragazzo che da sempre fa parte di una minoranza maltrattata e in qualche misura ancora vittima della segregazione che rendono naturale interessarsi di politica e del mondo intorno:
  “La politica non era il mio argomento preferito […] Ma se vivevate sul pianeta terra ed eravate neri, in particolare neri-americani, nella più complicata e scomoda situazione immaginabile, quella di cittadini certificati e che pagano le tasse, con radici nella terra intorno a voi che risalivano a trecento anni, ancora avevate la peggio in ogni situazione soprattutto quando c’era di mezzo un manganello e, maledizione, era quasi impossibile non avere addosso pressione politica e di conseguenza opinioni politiche. Eravate gli intrusi”
 L’incontro con il grande mito Stevie Wonder che lo coinvolge nel progetto di un tour grandioso nel momento in cui Scott-Heron è soprattutto musicista di successo e attivista per i diritti civili rappresenta una sorta di punto d’arrivo di tutta l’esperienza accumulata fino a quel momento, come una lunga preparazione e presa di coscienza grazie alla quale è stato possibile compiere qualcosa di davvero significativo grazie alla musica e alle parole. Stevie, viene evocato in queste pagine per il suo straordinario talento sul palcoscenico ma soprattutto quello che rivive nel racconto di Scott-Heron è il personaggio carismatico capace di radunare intorno a sé gli artisti afroamericani più influenti dell’epoca impegnati in una causa comune, l’uomo privato che si diverte a fare scherzi e giocare con la propria menomazione, il tutto raccontato nelle parole di quello che nonostante il successo personale rimane in fondo sempre un grande fan:
  “Quando trascorrevi del tempo con Stevie, lo straordinario diventava ordinario, l’insolito era irrilevante e su ciò che in precedenza era travolgente si poteva sorvolare. Le cose che me lo facevano sembrare straordinario non erano legate solo al palcoscenico. In effetti, non avevano nulla a che fare con la sua presenza scenica [...]. Era un uomo la cui umanità e compassione erano reali, visibili e certe come le lacrime che filtravano da sotto gli occhiali neri e gli scorrevano libere sul viso e sui vestiti. Lacrime che non si curò mai di asciugare. Le parole di Stevie erano come un assolo di jazz, spontanee e immediate, un’espressione tanto onesta da essere quasi imbarazzante”
 Gil Scott-Heron rivive quindi in queste pagine caotiche ed intense in un disegno sfaccettato che va dall’uomo privato allo scrittore e musicista di successo, sorvolando su alcuni dei momenti più oscuri della propria vicenda personale e lavorativa ma lasciando comunque al lettore l’impressione di osservare la Storia vicino ad un testimone attivo. Un personaggio che in Italia è senza dubbio più noto per il contributo musicale che per la valenza letteraria: i suoi testi infatti ad oggi non sono mai stati tradotti in italiano, ma la scelta di una casa editrice giovane e fresca come LiberAria di pubblicare questo memoir chissà, potrebbe essere l’occasione di riscoprire un artista completo e lo stimolo per occuparsi un giorno della sua produzione letteraria.

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