martedì 27 agosto 2013

Fëdor M. Dostoevskij - Ricordi dal sottosuolo

Scritti e pubblicati in due puntate sulla rivista “Epoca” nella prima metà del 1864, I ricordi dal sottosuolo di Fëdor Dostoevskij ci introducono in uno spazio peculiare e destinato ad assumere, nel corso degli anni, un ruolo di primo piano in ambito sociale, quindi, letterario. Condividendo in modo estemporaneo, e forse inconsapevole, l’esperienza del protagonista, nel libro si arriva a riconoscere il sottosuolo come habitat naturale dell’essere umano adibito all'espressione e alla rivendicazione autonoma e individuale della propria libertà e del proprio istinto naturale ad essere altro rispetto a ciò che il mondo vorrebbe.

Il libro è diviso in due parti: la prima è un monologo del protagonista, la seconda è un racconto in prima persona intitolato A proposito della neve fradicia. Non si tratta di una suddivisione rigorosa ma, piuttosto, di un’interruzione volontaria attraverso cui l’autore ci accompagna ad esplorare sempre più da vicino una dimensione che, pagina dopo pagina, ci risulterà sempre più familiare.
 
L’aspra critica al razionalismo positivista, riassunto dalla classica formula del «due più due fa quattro», domina imperterrita in ogni pagina nel contrastare lo schiavismo della logica, e della sistematicità matematica, che tiene in gabbia l’essere umano alle estremità di un mondo che sente non appartenergli. 
Nel sottosuolo, infatti, egli  arriva a scoprirsi e a viversi perché nella solitudine e nell'allontanamento dall'altro riesce ad esprimere la sua vera natura, anche la più cruda, anche la più scomoda. 
Lontano dalla convenzione sociale di chi agisce, l’uomo del sottosuolo pensa, forse troppo, a quanto la ricerca di una propria affermazione risponda all'imperativo categorico, ma omesso, che quotidianamente ci guida nella ricerca di una affermazione e di un apprezzamento da parte degli altri.
La società del benessere, e di quella che oggi chiamiamo l’American way of life, incastra i nostri istinti più crudi in una bolla pronta ad esplodere alla prima tentazione, al primo sussurro di sofferenza travestito da piacere che ci si palesa davanti. Se, di contro, l’uomo decide di rispondere primariamente a se stesso e poi agli altri, opponendosi a quanto viene definito impossibile dal muro della normalità, incappa nella sofferenza drastica di chi è solo, nell'inettitudine e nell'incapacità di vivere le relazioni inter personali.

Questa la testimonianza che il protagonista della seconda parte ci lascia; un uomo tormentato dalla sua incapacità di agire che si trova a fare i conti con sé stesso nel momento in cui, guardando da lontano le sue azioni passate, si rende conto di quanto anche lui abbia contribuito a fornire testimonianza palpabile della viltà e dell’obbedienza al piacere, da parte dell’uomo.
La ricerca della vendetta, il tentativo di emergere nella società e infine, la caduta di stile nella lussuria sfrenata e irrispettosa, sottoposte a bilancio critico dall'animo irragionevolmente cosciente, sono immagine di una volontà di riscatto, l’immagine di una confessione che racconta come anche la più candida e la più pura delle manifestazioni naturali riesca a mostrarsi “fradicia” sporca e macchiata di un irrimediabile verità: quella che ci spinge ad essere sempre qualcos'altro e che, in mancanza di punti di riferimento saldi, di valori e di sentimenti profondi, non può che condurre al peccato, alla solitudine e ad una sofferenza che, per quanto possa essere vissuta in senso intellettuale, non smetterà di colpire, di far male e di abbassare le nostre difese e la nostra fiducia nel mondo.

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