martedì 6 agosto 2013

Amos Oz, "La vita fa rima con la morte"

La vita fa rima con la morte
di Amos Oz



Traduzione di Elena Loewenthal



Feltrinelli, 2008, 106 pp.



Una mela è caduta ai piedi dell'albero.
L'albero resta al capezzale della mela.
L'albero ingiallisce. La mela è schiacciata.
L'albero ha perduto le foglie gialle.
Le foglie coprono la mela che avvizzisce.
Il freddo vento le scompiglia.
Arriva l'inverno finisce l'autunno.
L'albero è spoglio la mela marcita.
Fra poco arriverà. E quasi non farà male.


L'ineluttabile trascorrere del tempo, l'onnipresente timore di aver sprecato la vita eppure una fondamentale serenità, forse velata di rassegnazione ma che lascia in pace con se stessi. Ecco la sensazione più profonda che lascia questo racconto di Amoz Oz, che si svolge in una Tel Aviv notturna nella quale lo scrittore, distratto e annoiato, passa il tempo creando un mondo a sé, donando una vita parallela alle persone incrociate in un bar, per strada o a una conferenza cui è stato invitato come relatore.



I personaggi dunque (ri)prendono vita grazie alla capacità creativa e alla fantasia dello scrittore, che, partendo da un dettaglio minimo e insignificante, disegna per ognuno di essi un'identità e una storia personale, svolgendo una serie di fili narrativi destinati a ricongiungersi gli uni con gli altri al termine della storia.
Anzi, delle storie, poiché diverse sono le prospettive da cui si guarda il mondo, e questo spostare il punto di vista ("l'occhio che cammina",come lo ha definito Gianni Turchetta) dà al racconto un sapore particolarmente enigmatico.



Già, perché non sapremo mai quanto ciò che leggiamo sia reale o piuttosto una sorta di "metapensiero", frutto delle menti di personaggi che a loro volta sono proiezione della fantasia dello scrittore. Di ognuno di essi veniamo a conoscere il passato e le vicende personali, che a un certo punto scompaiono nel nulla donde provengono, quando il senso della realtà ci richiama all'ordine.



Una cameriera, un giovane poeta, una lettrice, una signora grassa, due tipi loschi, un vecchio sul letto di morte e altri ancora sono i veri protagonisti del racconto, che ricordano le "mele contorte", i grotesque, ovvero i personaggi della "Winesburg, Ohio" di Sherwood Anderson: individui soli, alle prese con tutti i problemi legati ad alienazione, spersonalizzazione, nevrosi, isolamento, i "non conformi", le mele scartate dai frutteti di Winesburg perché non perfette per la raccolta e l'esposizione nelle vetrine, il cui aspetto sgradevole tuttavia nasconde una inaspettata dolcezza.



Il vagare meditabondo dello scrittore, perso nella creazione di personaggi che non solo agiscono ma pensano e sembra acquistino vita propria, dà luogo a profonde riflessioni che tradiscono un remoto senso di insoddisfazione e incompiutezza, di rimpianto per occasioni perdute e vita non vissuta appieno.



Amos Oz (1939), scrittore, saggista, giornalista e docente di letteratura all'Università di Be'er Sheva, ci propone, con questo "La vita fa rima con la morte", una riflessione sul confronto realtà-finzione, estremizzandolo sino alla giustapposizione dell'eterna coppia vita-morte, senza tuttavia dare risposte o interpretazioni, anzi, quasi invitando il lettore a cercare le proprie, pur sapendo che probabilmente si tratta di un'impresa impossibile.

Stefano Crivelli

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