domenica 28 luglio 2013

Pillole d'Autore: Le "canzuni" amorose di Antonio Veneziano



Antonio Veneziano, Libro delle rime siciliane, ed. critica a cura di Gaetana Maria Rinaldi, Palermo, Centro di studi filologici e linguistici siciliani, 2012.

La pubblicazione dell’attesa edizione critica del canzoniere di Antonio Veneziano (Monreale 1543 – Palermo 1593), curata da Gaetana Maria Rinaldi, consegna ai lettori l’opera di «un grande poeta, finora pressoché sconosciuto, del Rinascimento europeo», prima presentata soltanto in raccolte antologiche «nella falsa luce di una poetica popolare o popolareggiante» (Di Girolamo). L’edizione, cui la studiosa aveva lavorato per oltre trent’anni, è stata resa possibile grazie all’individuazione di un autografo: una scoperta che ha permesso di fissare un testo critico sicuro, e di escludere, sulla base di importanti elementi, componimenti apocrifi infiltratisi nel corpus autentico nel corso dei secoli, che risulta così finalmente scremato di una «ingombrante farcitura» che ha finora compromesso la ricezione dell’opera di Veneziano. Fine petrarchista di solida formazione umanistica, Antonio Veneziano fu ammirato dal Cervantes, incontrato durante la prigionia ad Algeri; quest’ultimo gli dedicò delle octavas reales nel 1579. Il canzoniere di Veneziano, paragonabile per estensioni ai Rerum vulgarium fragmenta di Petrarca, si compone di 807 canzuni e di cinque componimenti lunghi, e sembra delineare il progetto di una stampa che l’autore non poté mai realizzare a causa dell’improvvisa morte, causata dall’esplosione del carcere-polveriera di Castello a Mare, dove il poeta era detenuto.

dal Libru primu [Celia]

11.
Cui facissi d'iłłu notomia in ogni parti ci truviria a N.
Quandu, tiranna, a casu ti placissi
di fari di mia stissu notomia,
e carni e sangu et ossa mi vidissi
per satisfazioni tua e mia,
iu letu e tu contenti ristirissi
e satisfatta la tua chirurgia,
perchì di parti in parti scopririssi
chi tu sì ngrata e iu moru per tia.

traduzione: Se qualcuno vivisezionasse il poeta, / troverebbe l'amata in ogni parte. Tiranna, se per caso ti venisse voglia / di notomizzarmi, / e con mia e tua soddisfazione / vedessi la mia carne, il mio sangue e le mie ossa, / io ne sarei lieto e tu contenta, / e soddisfatta la tua operazione chirurgica, / perché da parte a parte scopriresti / che tu sei ingrata, e io muoio per te.

63.
La memoria lu siłłya
È la memoria mia la mia nimica,
e pari di li cari amici stritti;
mai non mi lassa senza pena e dica
quandu intra l'alma ogn'autra doghia zitti.
Iłła è chi xhiuxha lu focu e nutrica,
ricordandumi l'occhi in cui mi vitti;
e nd'ha raxuni, forza è chi lu dica,
chi giustamenti amai, ma fausu critti.
traduzione: La memoria gli dà noia. / È la memoria mia la mia nemica, / e, così pare, degli amici più cari; / non mi lascia mai senza dolore e senz'affanno, / anche quando dentro l'anima tace ogni altro dolore. / È lei che soffia sul fuoco e lo nutre, / ricordandomi gli occhi in cui mi vidi; / e ne ha ragione, è mio dovere dirlo, / che amai giustamente ma credetti il falso.

180.
N. fa d'iłłu zo chi voli
S’iu mutai modu, stilu, abitu e forma,
dati la culpa a la nimica mia,
chi mi s’ha fattu so e, vigghia o dorma,
comu un camaleonti mi varia.
ła è regula mia, iłła è mia norma
E cu la vista affettuosa o ria
Mi muta e smuta, mi forma e trasforma,
e quantu voli vali e fa di mia.
traduzione: N. fa del poeta quel che vuole / Se ho cambiato modo di fare, abito e aspetto / date la colpa alla mia nemica / che mi ha fatto suo e, dorma o vegli, / mi trasforma come un camaleonte. / È lei la mia regola, lei è la mia legge / e col suo sguardo affettuoso o crudele / mi muta e smuta, mi forma e trasforma / fa di me ciò che vuole.
186.
Si consuma freneticandu
Mi rudu, mi minuzzu, anzi mi stendu,
com’oru per trafilu assuttigghiandu
e non m’avvinciu mai, né mai mi rendu,
sempri chiù disiusi l’ali spandu.
Timu chi, comu diventau chiangendu
Egeria xiumi e vuci Ecu gridandu,
iu, mentri pensu e pensari pretendu,
non mi risolva in penseri pensandu.
traduzione: Si consuma farneticando / Mi rodo, mi sminuzzo, di più, mi assottiglio / come l'oro affilato per trafilatura / e non mi lego mai, né mi lascio andare / e stendo le ali sempre più animate dal desiderio. / Temo che, come si trasformò per pianto /  Egeria in fiume ed Eco in voce per le sue grida / io, mentre penso e pretendo di pensare / pensando non mi dissolva in un pensiero.

dal Libru secundu

97. L'ursa devoratrici di li petti
m'invita ogn'ura a l'amurusa danza,
e poi cu novu genu di rispetti
di mia si yoca e paxi com'è usanza.
Hora s'arrassa ed hora mi scummetti,
hora s'accosta un pocu, hora si scanza,
tantu chi cu sti duci e finti effetti
mi fa campari sempri cu speranza.

99. Si scrivi d'una sorti d'animali,
chi chiamanu l'effimera li dotti,
ch'un yornu sulu campa ed è vitali,
poi senti di la morti l'aspri botti.
Iu per vui, vita mia, fui fattu tali
chi sulamenti vita haviri potti
quandu un yornu vi vitti, e per miu mali;
poi chiusi l'occhi in sempiterna notti.

intervento, selezione e traduzione a cura di Laura Ingallinella 

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