sabato 13 luglio 2013

CriticaLibera: il re è nudo sul colle dell'infinito






Cosa c’entra Gordiano Lupi, editore-scrittore piombinese, con Leopardi? Nulla, appunto. Se non fosse che la sottoscritta è in vacanza a Recanati e si è portata dietro una trilogia del suddetto Lupi (per altro un po’ datata ma ancora attuale) che parla di mondo editoriale e letteratura contemporanea e, qui sul colle dell’infinito, se l’è letta tutta.
La trilogia in questione è costituita da “Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura” (Stampa Alternativa 2003), “Nemici miei” (Stampa Alternativa, 2005 ) “Velina o calciatore, altro che scrittore” (Historica 2010). L’argomento è il mondo della scrittura e tutto ciò che vi ruota intorno, più per sciacallaggio che per condivisione. Si parla di editoria grande e piccola, di riviste letterarie cartacee e on line, di recensioni-marchette, di poteri forti che tutto ottengono a scapito della qualità, di autori incensati perché fa comodo gridare al fenomeno letterario, di scuole di scrittura creativa dove non s’insegna a scrivere ma a piegarsi al gusto del pubblico di bocca buona, e via discorrendo.
Il tono è acido e avvelenato, fa pensare a un trabocco di bile  - “se non lo dico sto male”, afferma l’autore, ed io ci credo. Certe valutazioni su alcuni scrittori non mi trovano d’accordo né nella sostanza né nei toni, tuttavia il fondo di verità è innegabile. Ma esso non costituisce, secondo me, l’interesse precipuo della trilogia, né il motivo per cui ne sto parlando qui sull’ermo colle, fra interminati spazi e sovrumani silenzi. Che il mondo editoriale non sia trasparente, che i pesci piccoli siano divorati dai grandi, che i bravi, se non famosi per altri motivi, non abbiano nessuna possibilità di farsi pubblicare e conoscere,  che alcuni scrittori producano cavolate ma vendano milioni di copie grazie al battage pubblicitario, che i casi letterari siano montati a tavolino, che i libri vengano direttamente commissionati dagli editori a personaggi di spicco e poi fatti scrivere dai ghost writers, ormai lo sappiamo tutti e chi non lo sa vuol dire che non ha la minima dimestichezza con questa realtà e vive ancora, beato lui, nel mondo dei sogni.

Ciò che ci colpisce, a dire il vero, nella trilogia di Lupi, è la sincerità dolorosa e crudele con cui grida il suo sfogo fino a farsi del male, fino a mostrarsi per quello che è senza cercare di imbellirsi nemmeno un poco – e in questo somiglia molto a chi vi parla – è l’innocenza del bambino che fa gridare: “Il re è nudo”.
Sì, perché, certe volte, il re è davvero nudo. E con questo non voglio riferirmi solo alle varie sfumature di grigio o ai metri sopra il cielo – ché, via, tutti sappiamo che non è arte, quella, ma la leggiamo lo stesso  - piuttosto alla cosiddetta letteratura italiana contemporanea.
Non voglio nemmeno parlare degli scrittori e delle scrittrici che pubblicano con stampatori a pagamento libri che nessuno ha riletto nemmeno una volta, stupidi di contenuto e sgrammaticati nella forma, infarciti di errori d’ortografia e sintassi. Una volta smascherati dai lettori– questi scrittori e queste scrittrici che si pavoneggiano alla sagra del caciocavallo, accanto all’assessore alla cultura che di culturale non ha nemmeno l’odore dei piedi - sono capaci addirittura di incolpare l’editor – se mai ne esistesse uno – di aver inserito gli errori nel testo a bella posta per screditarli. No, voglio parlare piuttosto della letteratura blasonata, quella che viene presentata sui quotidiani e in televisione, che fa bella mostra di sé sugli scaffali degli autogrill e degli uffici postali. In questo, l’autore della trilogia mi trova in sintonia, anche se non su tutti i nomi che cita, visto che lui farebbe tabula rasa mentre io salvo parecchio e sono più indulgente. Non credo che tali opere facciano tutte schifo, no. Però al pari di esse ce ne sono molte altre, magari addirittura più meritevoli, che  su quegli scaffali non compariranno mai perché dimenticate nel cassetto di qualche editor incapace di rispondere alle mail, perché incappate nel tritatutto scorciatoia della vanity  press maldistribuita o, magari, perché ammuffite nella vetrina on line di qualche piattaforma di autopubblicazione.
Più che scrittori sopravvalutati, noi abbiamo, direi, storie sopravvalutate, ché lo stile magari c'è, anche raffinato, ma non basta a fare il capolavoro. Avete presente, ad esempio, la macchina impressionante dei libri di Ian Pears, il perfetto congegno ad orologeria? C'è qualcuno qui da noi che possa eguagliarla? O la capacità narrativa di Rohinton Mistri? E il minimalismo, sì, ma quello di Anita Desai, non quello delle due parole con il punto a capo. E John Updike quello vero, non chi gli fa il verso americanizzandosi e fingendosi arrabbiato.  È evidente, a mio avviso, l’esilità di certi testi nostrali spacciati per opere d'arte, destinati invece a essere dimenticati nel giro di mezza generazione. Non faccio nomi perché non mi piace offendere, il mio giudizio è soggettivo e i nemici non mi servono. Però, quelle poche volte che mi lascio convincere a leggere un romanzo italiano contemporaneo, magari uno che è arrivato in finale al Campiello, allo Strega etc etc, mi scontro quasi sempre con la mancanza di sforzo, di spessore, d’impegno narrativo, persino di carta. È tutto gradevole, per carità, leggibile ma sottile, intimista, trito: fratelli e sorelle con qualche scontato problema d’infanzia, storie partigiane, fascismi e poco altro.
Recensendo testi, poi, m’imbatto in autobiografie, fatti di famiglia, gialli senza capo né coda e tanto tanto sesso volgarotto. Oppure, peggio, nella rivisitazione post mortem di avanguardie surreali di primo novecento, in deliranti manifesti destrutturalisti, in simboli spacciati per sublimazione dell’intelligenza, a scapito del contenuto, della razionalità, dell’emozione. A scapito del raccontare una storia interessante, avvincente.
Questa dell’essere avvincenti quando si scrive è una mia fissazione: la noia per me non è mai un valore. Cos’è il piacere della lettura se non curiosità, desiderio di sapere che accade nella pagina successiva? Cos’ altro si può inculcare in un bambino, se non la gioia di raggomitolarsi con un libro sulle ginocchia fino a che non gli bruciano gli occhi leggendo avventure, magie,  mondi sconosciuti? So di ragazzini obbligati a sorbirsi “La Certosa di Parma “ di Stendhal che hanno avuto un rifiuto a vita per tutto ciò che somigliasse anche da lontano a un libro.    
A costo di sembrare esterofila (e lo sono) dico che i libri vado a comprarmeli nella sezione “narrativa in lingua originale”, di solito anglofona,  perché qui da noi  - con le dovute eccezioni è ovvio - vedo solo storie brevi e magre, costruite sul niente, chiuse in un microcosmo di tempo e spazio, senza studio, profondità di sentire o impalcatura narrativa, senza sviluppo, senza trama e spesso noiose. Oppure parole in libertà scritte una accanto all’altra solo perché suonano bene, senza rispetto per la magica armonia di forma e contenuto che, a mio avviso, sta alla base di ogni opera d’arte.
A queste considerazioni che mi sorgono qui mentre mi sovvien l’eterno e le morte stagioni, devo aggiungere che Lupi è uno dei pochi che ha il coraggio di dire pane al pane e rivendicare il diritto sacrosanto a non essere intellettuali – anche quando si bazzicano libri e mondo editoriale - e a leggere cosa ci piace, pure le stupidaggini, ma considerandole per quello che sono, cioè evasione e non arte. Io, infatti, leggo cosa cavolo mi pare, non devo per forza conoscere tutti gli ultimi premiati e gli “stregatti” vari, non devo per forza dire che ho capito tutto se non ho capito nulla, per paura di apparire ignorante. Forse, se non ho capito, è anche perché l'autore non si è spiegato bene. E se un libro non mi prende, non mi dice niente, mi tedia, lo mollo, lo abbandono, anche se è considerato “cerebrale, simbolico e profondo”, anche se dietro ci sono “motivazioni filosofiche e psicanalitiche”. Se è una pizza è una pizza, e qualcuno lo deve pur dire, qualcuno deve dichiarare la nudità del re. E questo, aggiungo, vale anche per i mostri sacri, cosicché qui e ora, una volta e per tutte, confesso di non essere mai riuscita a finire alcuni romanzi di Tolstoj, di Hesse, di Conrad, di Proust (e di Stendhal!) con buona pace degli appassionati che mi toglieranno il saluto e di coloro che mi daranno dell'ignorante. Un libro mi piace se ha una motivazione di fondo, una trama ben costruita, un’atmosfera originale, uno stile non banale, e se emoziona, fa riflettere, vivere un’altra vita.  Quando la confezione è buona, qualsiasi contenuto acquista sapore.
E Lupi ha ragione quando parla di fenomeni gonfiati. Ho visto casi letterari ingrossati a tavolino sfruttando l’amicizia fra giornalisti ed editori, inventando finti passaparola della rete, ho visto l’eclatante caso del falso romanzo di successo (mai scritto e mai esistito) che tutti i personaggi  famosi intervistati fingevano di avere letto, apprezzato e persino recensito. Ho visto cose che voi umani.
Ora qui, affacciata alla finestra della meravigliosa biblioteca di Monaldo,  con lo sguardo che spazia sui campi e sulla piazzetta del sabato del villaggio, immagino Giacomo alzare gli occhi affaticati e cercare con lo sguardo Teresa Fattorini.

Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello  
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno

Ecco, se ci fosse bisogno di spiegazioni per capire che cos’è arte, letteratura e poesia vera basterebbero questi versi, basterebbero i rintocchi della Torre del Borgo, o il passero solitario annidato fra le merlature. Basterebbero perché l’arte non si spiega e non si definisce, non s’inquadra e non ha canoni fissi. E perché il poeta, come sta dicendo la gentile guida che mi accompagna a visitare la casa di Giacomo, “è colui che è emotivamente coinvolto in ciò che vede”. Non sa la gentile guida che questa frase mi sta scendendo dentro l’anima e mi rimane incisa nel cuore con la sua lapidaria, ineluttabile, verità. Leggete, dice Lupi, leggete quello che vi piace e non buttate i soldi nei corsi di scrittura creativa, leggete i classici. Leggete Leopardi, aggiungo io, che fa sempre bene.
Ed è forse per questo se il terzo libro della trilogia di Lupi– che con il sommo poeta, specifichiamo ancora, ci combina come il cavolo a merenda – ha uno stile diverso dagli altri due, permette al tessuto dell’invettiva pura e velenosa di lacerarsi per lasciare il posto alla nostalgia, al rimpianto, al vero nucleo della tematica dello scrittore/editore piombinese.


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