lunedì 13 maggio 2013

Se Lindbergh avesse vinto le elezioni del 1940 negli Stati Uniti

Il complotto contro l’America
(The Plot Against America)

Einaudi 2004
pp. 412


Cosa sarebbe successo se l’eroe dell’aviazione Lindbergh, colui che nel 1927 aveva fatto il primo volo transatlantico in solitario, colui che più avanti aveva manifestato apprezzamento per Hitler e dal führer stesso era stato decorato, avesse vinto le presidenziali del 1940 contro Roosevelt? In questa finzione Lindbergh non solo vince ma lo fa con una valanga di voti e firma un trattato di non aggressione sia con la Germania che con il Giappone.


Attenzione: la società si massifica alla svelta e il pensiero unico è sempre in agguato. Perfino nell’America di Tocqueville, dei checks and balances. Così l’intero paese acclama Lindbergh, lo ama fino a venerarlo. Tutti, con una significativa eccezione: gli ebrei, che non sono felici di un presidente che fa affari coi nazisti. E Philip Roth, narratore in prima persona di questo romanzo ucronico è ebreo. Roth si vede come un bambino di sei anni del ghetto di Newark, in New Jersey. E racconta del padre Herman, della madre Bess e del fratello Sandy. La storia ovviamente si tinge di angosce collettive perché un microcosmo come quello dell’ebraismo deve reagire all’ascesa dell’antisemitismo dove non te lo saresti mai immaginato: gli Stati Uniti.

Ma con Roth è vietato aspettarsi tratti lineari e colori chiari: la sua narrativa, lo sappiamo, è molto profonda e complessa, in tutto il libro è difficile stabilire se l’antisemitismo costituisca una minaccia oggettiva o se invece sia qualcosa covato nella testa degli ebrei stessi. In maniera un po’ paranoica. Poi ti tuffi dentro questa famiglia e ne scopri i tratti sociologici: il padre pessimista e molto duro riguardo a Lindbergh reclama i suoi diritti civili. La madre Bess è più pratica e cerca di mantenere l’equilibrio della casa. Per il fratello, Roth dipinge un ruolo molto interessante. D’estate infatti scompare per un apprendistato da un coltivatore di tabacco del Kentucky e più tardi parteciperà a uno dei programmi di integrazione per gli ebrei incoraggiati dal rabbino Bengelsdorf, fiancheggiatore di Lindbergh. Sandy se la cava bene e alla fine viene invitato alla Casa Bianca. Per Hermann questo è davvero troppo. Considera il presidente americano democraticamente eletto nient’altro che un nemico degli ebrei e si rifiuta di dare il permesso a suo figlio per andare a Washington, a un ricevimento dov’è prevista la presenza nientemeno che di Von Ribbentrop.

Siamo ovviamente in un non tempo dai contorni quasi fantascientifici. Dove a un certo punto Lindbergh scompare senza lasciare traccia con il suo aereo privato i cui resti non vengono trovati e le conclusioni sono che sia lui sia la moglie non erano altro che pedine di Hitler, che aveva rapito il loro figlio. Qui c’è il collegamento con la vicenda tragica che coinvolse realmente il figlio di Lindbergh, Charles August che scomparve prima di essere ucciso e rinvenuto. Ma è solo un accenno di reale: le elezioni del 1940 le vinse FDR e Lindbergh nemmeno era candidato. Tuttavia Roth costruisce uno scenario terribilmente verosimile dove a risaltare sono la degenerazione dell’intolleranza, sempre in agguato nelle società moderne, e la storia di una famiglia, che è la storia di ogni comunità minoritaria posta di fronte alle proprie angosce. Che esistono anche prima di un campo rieducativo nel Kentucky. Le due cose fuse assieme danno l’incubo peggiore: ovvero che la maggioranza, democraticamente, decida in ogni momento di dare a un Lindbergh libero accesso alla stanza dei bottoni. Se ne esce comunque male.

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