domenica 5 maggio 2013

PilloleDiAutore - André Gorz: storia di un amore


Molte, moltissime sono le lettere d’amore di cui la letteratura e gli scrittori ci hanno fatto dono, ma se la maggior parte di esse tende a descrivere i primi momenti, le esaltazioni proprie dell’innamoramento, poche tratteggiano un’intera esistenza di coppia come fa André Gorz nel suo “Lettera a D.”. 
Austriaco ed ebreo, laureatosi in ingegneria chimica, si trasforma ben presto in un filosofo, in un traduttore e in un giornalista, sospeso tra esistenzialismo e marxismo e con un forte desiderio di giustizia e libertà sociale che sfoceranno nel concetto di ecologia politica. Amico intimo di Herbert Marcuse ed estimatore di Sartre di cui diresse la rivista Les Temps Modernes, fu il fondatore del Nouvel observateur da cui sarà poi costretto ad allontanarsi a causa di una discrasia di idee con la redazione che lo rappresentava. 
Ma se la sua visione politica e sociale, la sua lotta per l’autonomia e per il rispetto dell’ambiente erano noti a molti e tutt’ora lo sono, più segreta è rimasta la sua vita privata, proprio quella che nella lettera a Dorine (l’inglese Doreen Keir) viene fuori con candore e sincerità. Gorz la scrive nel 2006, un anno prima di suicidarsi insieme alla moglie, affetta da una grave malattia degenerativa. Forse allora non covava già un simile pensiero, ma ben si leggono fra le righe l’angoscia, la nostalgia, e l’inevitabilità di una morte insieme. Eppure quello che Gorz vuole, sopra qualunque altra cosa, è chiedere perdono alla moglie e ricostruire la storia del loro amore “per coglierne tutto il senso”. A sette anni dal loro matrimonio aveva pubblicato il suo primo romanzo, Il traditore, e in esso Dorine, nascosta nel personaggio di Kay, veniva rappresentata come una donna fragile e incapace di vivere da sola. Vero era il contrario. Dorine viene descritta, nella realtà, come una donna indipendente, brillante, energica, capace di gestire tre lavori contemporaneamente per sopravvivere, ma non per questo amareggiata. André è più il debole, colui che privato di quella donna alata e meravigliosa, non avrebbe saputo mai prendere contatto con la realtà e con sé stesso, né divenire forse l’intellettuale che è divenuto. Solo con lei è in grado di scendere l’ultimo gradino e toccare il pavimento freddo del mondo: senza non potrebbe mai, e dalle cinquanta pagine di questo libro commovente si può capire il perché.


(Edizione di riferimento: Andrè Gorz, Lettera a D. Storia di un amore, Palermo, Sellerio Editore, 2008)
“Sono cinquantotto anni che viviamo insieme e ti amo più che mai. Porto di nuovo in fondo al petto un vuoto divorante che solo il calore del tuo corpo contro il mio riempie.”
“Hai diviso con me il vecchio divano sfondato che mi serviva da letto. Non era lungo che sessanta centimetri e dormivamo stretti l’uno all’altra. [...] Tu non ti stupivi del mio cenobitismo. Io non mi stupivo che tu l’accettassi. [...] Quel che mi appassionava con te, era che t mi facevi accedere a un altro mondo.”
“Potevamo essere profondamente dissimili, non di meno sentivo che qualcosa di fondamentale ci era comune, una specie di ferita originaria - poc’anzi parlavo di esperienza fondatrice: l’esperienza della insicurezza. La cui natura non era la stessa in me e in te. Poco importa: per te come per me significava che noi non avevamo un posto sicuro nel mondo. Non avremmo avuto che quello che ci saremmo costruito.”
“Con te potevo mettere la mia realtà in vacanza. Tu eri il complemento dell’irrealizzazione del reale, me compreso, verso cui procedevo da sette o otto anni attraverso la scrittura. [...] Per quanto mi ricordassi, avevo sempre cercato di non esistere. Tu hai dovuto lavorare per anni per farmi accettare la mia esistenza.”
“Non c’era alcun rimprovero nella tua voce. Mi piaceva che mi reclamassi lasciandomi tutto il tempo di cui avevo bisogno. Ti eri unita, dicevi, con qualcuno che non poteva vivere senza scrivere e tu sapevi che colui che vuole essere scrittore ha bisogno di potersi isolare, di prendere appunti in ogni ora del giorno e della notte.”
“Hai affrontato quasi allegramente un lungo anno di difficoltà. Eri la roccia sulla quale la nostra coppia poteva edificarsi. Non so come hai fatto a scovare lavoretti [...]. Eri te stessa in tutto quello che facevi. Le difficoltà ti davano le ali. Facevano cadere me nella depressione. [...] Mi domando se, con me, non ti sentissi più sola che se avessi vissuto da sola. Non ti ho mai detto all’epoca le ragioni del mio umore cupo. Me ne sarei vergognato.”
“Avevo la sensazione di non essere alla tua altezza: tu meritavi di meglio.”
“Tutto ci univa. Ma la tua vita era rovinata da alcune contratture e da mal di testa inspiegabili. Il tuo fisioterapista sospettava che fossi ipernervosa: il medico, dopo degli inutili esami, ti ha prescritto dei tranquillanti. I tranquillanti ti hanno depresso al punto che con tuo stesso stupore ti capitava di piangere. [...] Passavi la notte in piedi sul balcone o seduta in poltrona. Avevo voluto credere che avevamo tutto in comune, ma tu eri da sola nel tuo sconforto.”
“Il tuo cancro dell’endometrio non era stato rilevato al momento delle analisi attuali. Fatta la diagnosi, fissata la data dell’operazione, siamo andati per otto giorni nella casa che tu avevi concepita. Ho scritto il tuo nome nella pietra con un bulino. Questa casa era magica. Tutti gli spazi avevano una forma trapezoidale. Le finestre della camera da letto davano sulla cima degli alberi. La prima notte, non dormimmo. Ciascuno ascoltava il respiro dell’altro.”
“Mi ricordo di aver scritto a E. che in fin dei conti una sola cosa era essenziale per me: stare con te. Non posso immaginarmi continuare a scrivere se tu non ci sei più. Tu sei l’essenziale senza il quale tutto il resto, per quanto importante mi sembri finché ci sei tu, perde il suo significato e la sua importanza.”
“La notte vedo talvolta la figura di un uomo che, su una strada vuota e in un paesaggio deserto, cammina dietro un carro funebre. Quest’uomo sono io. Sei tu che il carro funebre trasporta. Non voglio assistere alla tua cremazione; non voglio ricevere un vaso con le tue ceneri. [...] Ciascuno di noi vorrebbe non dover sopravvivere alla morte dell’altro. Ci siamo spesso detti che se, per assurdo, avessimo una seconda vita, vorremmo trascorrerla insieme.”

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Nota introduttiva e selezione dei brani di Flavia Catena


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