venerdì 31 maggio 2013

Paolo Nori: un non romanzo che diventa un romanzo

Si chiama Francesca, questo romanzo
di Paolo Nori
Marcos Y Marcos 2012

pp. 218
€ 14,50

Affrontare un libro di Paolo Nori è sempre destabilizzante: ti cancella, infatti, ogni tua certezza sulla scrittura, sullo stile, sui modi e le modalità della scrittura. E il romanzo "Non è Francesca, questo romanzo" non è un'eccezione, ma una conferma.
Già a partire dal titolo rimaniamo spiazzati. Che vorrà dire? Chi è questa Francesca? Sarà lei la protagonista del romanzo? Ebbene, già iniziare a farsi queste domande, vuol dire non comprendere Paolo Nori. Il protagonista di questo romanzo di Paolo Nori è, infatti, il suo stile, il suo linguaggio.

Uno stile che, attraverso un uso ripetuto di anacoluti continui, ossessivi e sistematici fa aderire la sua scrittura al parlato, al punto che, più che alla storia l'interesse viene rivolto quasi al suono della sua voce.


Naturalmente, come tutti gli scrittori in cui lo stile e il linguaggio assumono una parte rilevante della loro scrittura, anche Paolo Nori in questo romanzo non tralascia di realizzare una storia veramente originale in cui il protagonista, Leandro Ferrari, assume tutte le caratteristiche del suo inventore.

Che io di solito quando ho questi pensieri ossessivi io provo a trovare conforto nelle mie conoscenze, anche se delle volte mi sembra che è un po' come esser dei ciechi che viaggiano nella notte che cercano un cappello nero in una stanza buia, come dice il filosofo, e il cappello non sono neanche sicuri se c'è o se non c'è che a me questo pensiero quando mi viene immediatamente dopo il pensiero mi viene sempre il nervoso per due motivi primo, per via che quel filosofo lì che dice queste cose io l'ho studiato all'epoca della mia tesi e non mi piaceva Cosa vado a pensar dei pensieri di della gente che non mi piace, penso, secondo, che un pensiero del genere è il segno che in questo periodo è come se ero dentro in un vortice che i miei movimenti anche mentali non li controllo minimamente che quando mi faccio prendere sono molto estremista allo sbando anche se il più delle volte estremizzo al contrario cioè cerco conforto in chi il suo conforto non è in grado di darmelo

Come si vede, dopo lo stile e il linguaggio, l'altro elemento che caratterizza il romanzo di Paolo Nori è, dunque, la lettura interiore della sua anima. Non è semplicemente, e un po' banalmente concedetelo, il protagonista del romanzo che fa rivivere Paolo Nori, ma l'anima, le inquietudini, le ansie dell'autore che fanno vivere il protagonista. A dimostrazione di ciò vi sono le altre reali protagoniste di "Non si chiama Francesca, questo romanzo", cioè le voci nella sua testa che gli intimano di fare il suo mestiere, quello di scrittore impegnato, e non pensare alla storia d'amore con Francesca.

Ma chi sono e cosa gli dicono queste voci?

Che tristezza, mi ha detto una voce una di quelle che stanno sulla mia testa l'altro giorno nella hall della stazione a Bologna, invece di scrivere con estrema levigatezza e in modo crepuscolare un romanzo a cornice che ci porti in modo convincente a confronto con un mondo tramontato che è quello della detection scientifica, va a scrivere un romanzo d'amore. Che squallore, m'ha detto un'altra voce una di quelle che stanno sulla mia testa, poteva scrivere un romanzo senza dubbio eccessivo ma che certamente non mancherà d'inquietare e offendere il lettore che cerca in un libro svago e consolazione, ha preferito scrivere un romanzo d'amore. Che pena, m'ha detto una terza voce una di quelle che stanno sulla mia testa, invece di scrivere un'elegante e inconsueta descrizione di New York una città dove brillanti agenti di borsa professori di letterature e gangster riescono miracolosamente a vivere assieme a esser amici, va a scrivere un romanzo d'amore. Che schifo, m'ha detto una quarta voce una di quelle che stanno sulla mia testa, al posto di un romanzo le cui pagine scorrano via al passo leggero di una lettura dal ritmo gradevole sorprendentemente femminile ma anche tenera aggraziata ironica e originale lui cosa ti scrive? Un romanzo d'amore. Con un titolo con in mezzo una virgola che fa venir gli sgrisori, m'ha detto una quarta voce una di quelle che stanno sulla mia testa l'altro giorno nella hall della stazione di Bologna vicino alla tabaccheria che sgrisori non è un errore di stampa è scritto bene è un dialettismo significa brividi che le voci che stanno sulla mia testa si vede quando sono deluse gli scappano dei dialettismi l'altro giorno sembravano molto deluse, il tono che avevano.
 Anche in questo caso, Paolo Nori mostra la sua originalità e la sua capacità di smontare (e, al tempo stesso, rimontare) noti meccanismi e stili letterari. Non è, infatti, certo una novità l'idea di voci dentro la testa del protagonista che ne critichino il comportamento.
Cosa succede, però, in questo caso? In questo caso le voci non vogliono indurre in tentazione il protagonista. Se proprio un paragone vogliamo tentare è quello del Grillo Parlante di Pinocchio. In questo caso, però, le voci non vogliono dettare a Leandro-Pinocchio un comportamento morale, un'etica da seguire. Rappresentano, invece, i luoghi comuni (dei critici letterari e degli stessi lettori) nei confronti dello scrittore: cosa dovrebbe scrivere, come lo dovrebbe fare, i temi che dovrebbe affrontare per essere stimato e considerato uno scrittore impegnato. A queste voci si contrappone, però, la libertà dell'artista.

Ecco, dunque, che ritorna il vero protagonista di questo romanzo (come di tanti altri di Paolo Nori), la libertà dell'artista che si contrappone alle regole scritte e stabilite. Una libertà che, in Nori, si esprime anche (se non soprattutto) nello stile e nel suo linguaggio che, come dicevamo all'inizio, è sempre il vero protagonista dei suoi romanzi.


Nota: Nello scrivere questa recensione veniamo a sapere che Paolo Nori è stato vittima qualche mese fa di un incindente automobilistico. Naturalmente, a nome di tutta la redazione di Critica Letteraria, gli facciamo gli auguri di pronta guarigione.

3 commenti:

Alessio Piras

Complimenti Rod, recensione interessante. Tuttavia non riesco ad essere attratto da Nori. Trovo che scriva molto male, in maniera del tutto anarchica. Mi dà l'impressione di un surrogato surrealista del XXI secolo; nella sua prosa non ci vedo nulla se non caos puro, totale confusione. Non so se sia questo il suo intento, se un giorno passerà alla storia per questo suo stile completamente disarticolato, ma neanche le avanguardie più audaci si erano spinte a una tale astrazione linguistica. Quello che crea Nori è il vuoto letterario, che mi annienta anche il piacere della lettura. Probabilmente è una mia limitazione. Non credo nell'arte per l'arte o in quella che Ortega definiva arte "deshumanizado" accessibile solo a chi avesse la sensibilità dell'artista e quindi precluso ai molti. Non sto dicendo che Nori sia elitario, anzi nella società deregolarizzata in cui viviamo va alla grande. Come dicevo, la storia forse mi darà torto, ma io, a Nori, manco un caffè gli pagherei!

Rodolfo Monacelli

Grazie Alessio, ma io distinguerei tra lo "scrivere male" (beh anche Italo Svevo era stato accusato della stessa cosa) e lo scrivere in maniera anarchica. Caos puro, appunto, che è ovviamente voluto. Ma come ho provato a spiegare nella recensione quello stile disarticolato e sperimentale si riflette poi nel contenuto. Ma, ovviamente, non deve piacere per forza :)

柯云

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