giovedì 9 maggio 2013

Anche i boia erano umani

La figlia del boia
(Die Henkerstochter)
di Oliver Pötzsch

Neri Pozza 2012 (2008)
pp. 432


Baviera, 1659. Sulla riva di un fiume nei pressi della cittadina di Schongau viene trovato agonizzante il figlio del barconiere Grimmer. Il tempo di adagiarlo a terra, di esaminargli il taglio che gli squarcia la gola, di scoprire sotto la sua scapola destra uno strano segno impresso con inchiostro viola che il bambino muore: è il cerchio di Venere che simboleggia la donna come controparte dell’uomo, la vita, ma anche la continuazione della vita dopo la morte. Il simbolo delle streghe. Qualche tempo dopo i bottegai Kratz si imbattono, davanti alla porta di casa, nella scoperta del loro piccolo Anton, il figlio adottivo, immerso in un lago di sangue, la gola recisa con un taglio netto. Sotto una scapola del bambino viene trovato il medesimo segno.
Peter Grimmer e Anton Kratz si conoscevano. Insieme alla piccola Maria Schreevogl e altri due bambini costituivano un gruppo di orfani che era solito frequentare Martha Stechlin, la levatrice di Schongau. Sicché quando la piccola Maria, la mattina dopo che la madre adottiva scorge, lavandola nella tinozza, il fatidico cerchio sbiadito sulla sua spalla destra, scompare al seguito di una diabolica figura con una mano ossuta, gli abitanti di Schongau non hanno dubbi: la strega assassina è la levatrice. È lei che ha tagliato le gole, è lei che, con un incantesimo, ha chiamato il demonio rapitore. Il destino di Martha Stechlin sembra segnato. Messa nelle mani del boia di Schongau perché le sia estorta formale confessione, attende di essere spedita al rogo.

Il boia si chiama Jakob Kuisl, è un gigante alto quasi due metri dalla barba nera e spinosa, le lunghe dita ricurve simili ad artigli. Dopo una presentazione del genere la Stechlin parrebbe non avere scampo. Invece Jacob non crede alla sua colpevolezza. E con lui non credono che Martha sia una strega anche sua figlia Magdalena, assai attraente, e Simon Fronwieser, il figlio del medico. I tre indagano per cercare di ribaltare una sentenza che sospettano sia stata scritta solo per convenienza politica e, soprattutto, per nascondere una verità inconfessabile. Una verità che, per Jakob, Simon e Magdalena, può emergere solo nel giro di una settimana, il tempo che resta prima che il rogo venga approntato.

Oliver Potzsch è addirittura erede di una delle famiglie di boia più famose, si fa per dire, del passato della bassa Germania. Se ne intende, dunque. Sa che i suoi antenati sulla scala del disprezzo venivano prima solo dei lebbrosi e ricrea con tocco preciso una piccola cittadina bavarese del Seicento e la società mercantile tedesca uscita sfibrata dalle devastazioni di una guerra finita solo nel 1648. Pare incredibile a dirsi ma il boia è uomo di cultura, sfiderebbe i medici freschi di università e il loro sapere stantio. Non è una pasta d’uomo, per carità, anzi è duro come può esserlo un uomo che vive nel dolore provocato dalla sua professione e dalla sua partecipazione alla Guerra dei Trenta Anni. Ma ragiona, è osservatore attento, segue i rapporti di causa ed effetto per spiegare i fatti, vuole salvare non solo un’innocente ma anche il paese tutto da una nuova caccia alle streghe. Insomma, un anticipatore dell’Illuminismo.

La storia c’insegna quali atrocità siano state commesse contro donne colpevoli solo di conoscere le erbe e i rimedi naturali, o di vivere sole, o di aver rivolto uno sguardo sbagliato al vicino. Il terrore da somministrare a popolazioni già intimorite da prediche e clero ha sempre fatto gioco al potere e nei secoli ha prodotto, esso sì, il maleficio dell’odio. La marcia della ragione è stata lunga e tormentata. Può dirsi conclusa?

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