giovedì 18 aprile 2013

Romain Gary, “La vita davanti a sé”



La vita davanti a sé
(La vie devant soi)
di Romain Gary
 
Biblioteca Neri Pozza, 2005 (1975)
pp. 214



Va subito sgombrato il campo degli equivoci: non è la storia che fa la scrittura ma la scrittura che fa la storia. Non che la vicenda sia cosa da poco: gli emarginati delle Banlieue, la Francia multietnica e i suoi problemi, protagonisti qui ben prima che in Jean Claude Izzo, Fred Vargas e Daniel Pennac. Se non ci fosse stato il linguaggio di Gary, sarebbero esistiti questi scrittori? Non c’è la famiglia Maloussene, sgangherata ma passabile, del prode Pennac – cito lui perché l’ambientazione è la stessa: Belleville – bensì un linguaggio moderno filtrato attraverso gli occhi di un bambino che forse è anche un ragazzo, ma lo scoprirà con calma. Un linguaggio che fa crescere la vicenda, come ad accompagnarla dall’adolescenza alla maturità. Con umorismo, poesia, crudeltà.


Il punto di vista del libro è quello di Mohammed, detto Momò, che racconta in modo semplice e senza pregiudizi. Circondato da prostitute, alcolizzati e povertà. Poca compassione e un aggrapparsi disperato a quanto di buono l’esistenza possa offrire. Momò è un «figlio di puttana», sia detto senza offesa, e in Francia una legge vieta alle prostitute di allevare i figli. Così la mamma di Momò, per non rinnegare totalmente se stessa, lo fa allevare da Madame Rosa, non solo una vecchia ex prostituta ma pure ebrea, scampata al campo di concentramento e arrivata al venerando peso di 95 chili che porta ogni giorno su per 6 piani di scale. A differenza di altre mamme, quella di Momò non va a trovarlo, lui non sa proprio chi sia, non sa quando è nato e quanti anni ha esattamente. Tutto sommato, a dispetto del nome e di un sentito dire acquisito, non è neppure convinto di essere arabo. Il padre, per ovvie ragioni, pater incertus, nell’universo delle prostitute non è contemplato.
A un certo punto, però, mentre Madame Rosa sta per cedere all’arteriosclerosi, si presenta un tizio, un arabo, con un certificato unto e bisunto dov’è scritto che Momò è suo figlio. Come per miracolo però Madame Rosa ha l’ultimo sussulto di lucidità: imbroglia talmente carte e discorsi che finisce per far credere che il figlio del tizio non è il musulmano Momò ma l’ebreo Moïse, un altro bimbo che tiene a pensione. Al tizio prende un colpo, così l’equilibrio nella casa-pensione è salvo.


Di cosa è fatto questo equilibrio? È fatto di periferia degradata, d’accordo, piena di razze, colori, lingue e religioni, ma soprattutto da una duplice preoccupazione che tiene avvinghiati Momò e Madame Rosa. Momò ha il terrore di perdere Madame Rosa, Madame Rosa ha il terrore di vedere la vita di Momò perduta per sempre. È questo lo scambio umano che diventa motore della costruzione linguistica di Gary, che tiene salda l’unità di luogo del libro, la pensione di madame Rosa, e allo stesso tempo condiziona le variazioni tematiche e i personaggi di contorno: Hamil, il vecchio venditore di tappeti musulmano a cui Momò deve molto, Madame Lola un generoso trans senegalese, ex campione di boxe, N’Da Amédée, il protettore nigeriano che gira con le guardie del corpo e va da Madame Rosa affinché lei gli scriva delle lettere alla sua famiglia, visto che è analfabeta, il signor Walumba con la sua tribù, il mangiatore di fuoco della stanza al quinto piano, il dottor Katz che cura Madame Rosa.
È il linguaggio che dà la dimensione di questo affetto totale tra una donna oramai di una bruttezza indicibile e un bimbo da lei protetto. Mentre Parigi non luccica affatto, dispersa in grandi palazzi dove gli immigrati coltivano una loro esistenza, in una dimensione che non è la loro. Eppure anche il quadro più squallido ne esce trasfigurato: gli occhi di Momo che da sguardi diventano parole, nella periferia di una metropoli degli anni Sessanta, scovano, e ci fanno scovare, bellezza in mezzo al degrado, il degrado di tante vite e di un mondo che l’innocenza rende incredibilmente vivibile.

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