domenica 7 aprile 2013

#PilloleDiAutore - Dal diario di trincea di Renato Serra

Quando Renato Serra parte per la guerra, ha già alle sue spalle Esame di coscienza di un letterato, uno dei testi che più problematizzano in toni filosofici ed esistenziali l'adesione volontaria alla guerra:
«La guerra è un fatto, come tanti altri in questo mondo; è enorme, ma è quello solo; accanto agli altri, che sono stati e che saranno: non vi aggiunge; non vi toglie nulla. Non cambia nulla, assolutamente, nel mondo. Neanche la letteratura». 
Questo pensiero, oggi piuttosto frequentato, non era affatto diffuso all'epoca di Serra: si pensi al fatto che i futuristi abbracciano con gioia la violenza della guerra, vista come strumento per il rinnovamento della società (illuminanti - e oggigiorno raccapriccianti - le parole di Papini). 

Il Diario di trincea, da cui oggi vi riproponiamo una parte, è brevissimo: copre i giorni dal 6 al 20 luglio 1915, ovvero dall'entrata in guerra fino alla precoce morte al fronte. La prospettiva di Serra al fronte non denatura le convinzioni dell'Esame di coscienza, ma in parte le riadatta all'esperienza bruciante e inaspettata della trincea. Per l'«ombra immobile, come una caricatura» dell'Esame è venuto il tempo di agire, dopo mesi di sostanziale osservazione da lontano. 
Nelle poche giornate di cui abbiamo trascrizione, il giovane cesenate riporta sempre la datazione in apertura, a marcare un punto fisso in quelle che poi saranno note tachigrafiche, tra riflessioni quotidiane, semplici appunti nominali di quanto fatto, ma anche pensieri che lasciano emergere sentimenti, pur nella loro secchezza. L'andamento paratattico e nominale è senza dubbio predominante; ben diverso dal tono ragionativo e argomentativo dell'Esame di coscienza. E di questo Serra si lamenta:

Scrivo rapporti, note; e il tempo passa – scorrevole, uguale – Riprendo. Come sono superficiali queste note! Colori, apparenze, minuzie materiali […] par di aver fatto quasi un tacito compromesso con se stessi per sorvolare, per lasciare in sospeso tutti i problemi ansiosi, le parti oscure. Si tira via, forse è necessario far così, per conservare forza e voglia di vivere, questa facilità, questa disinvoltura che passa sopra a tutto, e se non ci fosse. Istinto del vivere, irresistibile. (13 luglio 1915)
Il diario, che a lungo è stato dimenticato dalla critica, nel 2004 è stato fortunatamente edito integralmente per la prima volta, grazie alla curatela di Cino Pedrelli (Cesena, Serigraf), da cui si cita. 
Il brano scelto è uno dei più narrativi e descrittivi al tempo stesso: la quotidianità della prima parte viene poi superata dall'afflato impressionistico della descrizione del campo di battaglia, delle brutture belliche ma anche dei tratti di natura che si intravvedono resistere. Come resiste il sentimento per la famiglia, indistruttibile, nel ricordo: 


17 luglio 1915
Notte pensosa, mattinata brutta; senza mangiare da ieri, dissenteria, mal di capo, la parete dell’orecchio sempre più ottusa, s’ingrossa e pesa – le gambe che traballano, caldo e sudore quasi di febbre in pelle in pelle – Giù nelle foglie, spossato.
Arriva l’ordine di partire, per questa sera – il 3° Battagl. viene a darci il cambio qui – Inasprimento e stanchezza: – Farò una morte oscura e sciupata! Una morte che non mi dispiace. Ma non ne ho coscienza reale nessuna in questo momento – (Prima sì, laggiù disteso nell’afa della capanna) – Meno male che si lascia questo campo che m’è divenuto intollerabile: Riposo! – su questa terra cattiva, pestata, indurita, con queste buche malfatte e questi sentieri a casaccio, che non puoi guardare senza sentire in tutte le membra la noia ingrata e inevitabile del giaciglio insufficiente, che non ti lascia stendere, colle disuguaglianze ti rompe la schiena – degli sdruccioloni e del cammino a zig zag – a strapponi, che ti snerva senza scopo – tutte le difficoltà e le asprezze delle cose malfatte, provvisorie, che ti tolgono il cuore di provare a raddrizzarle.
E poi tutti i segni dell’agglomeramento di uomini, che passano e sanno di non restare, e lasciano il peggio di sé, le traccie del vivere abbandonato, bestiale: brani di carta che s’ammucchiano in tutti gli angoli coi resti, e gli stracci, biancheria sporca battuta sui cespugli secchi e sui rami scortecciati, avanzi di cibo tra il fango, pasta che si macera e mescola la sua acredine al puzzo degli escrementi e delle lordure disseminate per tutto; tutti i detriti di un campo, dove si è bevuto e vociato come all’osteria, paglia, ovatta, fiaschi, latte interrate e ammucchiate su questo terreno spelato, in questo sottobosco rado dove il sole che filtra tra i riflessi del verde pare un’ironia sulla terra gibbosa, nuda e tetra, dove non trovi più un filo d’erba, e anche di là dai termini del campo, dove ricomincia la macchia e l’intrico delle fronde, non un angolo, non un ramo, non una zolla, che non conservi la pesta e la sporcizia dell’uomo – E dire che non si può pensare a un bosco, senza l’impressione del riposo nell’ombra, su cui danza il sole, nell’ombra piena di cose secche e molli,verdi e fresche, erba e musco, foglie secche affondate nel terriccio – O una proda di erba vera, vivace, non toccata ancora se non dalla luce – erba per camminarci a piedi scalzi e per dormire distesi, fra il silenzio e il cielo!
S’accosta il tramonto – Sto meglio.
Arriva il pacchetto-campione della mamma – Povera mamma! Non parlo mai di lei in queste note – Ma come è possibile! È nel cuore, nel respiro, nel vivere: così naturalmente e continuamente che non si sente il bisogno di parlarne. Se non a urti, a certe scosse che riempiono di commozione dolorosa – Come quando incontrai quella donna vestita di nero con un ragazzo pallido, stretto al braccio – soli loro due uniti e silenziosi nel vasto mondo – E come quando mi arriva questa roba: chi sa quanto impazzire e crucciarsi nel prepararla, e scordare un poco le sue pene senza perderle. 


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nota introduttiva e brano scelto da Gloria M. Ghioni

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