domenica 28 aprile 2013

Pillole Di Autore - Candido. Ovvero un sogno fatto in Sicilia

Ribaltare la prospettiva comune, straniarsi dalla realtà per guardarla con occhi semplici. Ecco cosa permette di fare il Candido di Sciascia attraverso una scrittura leggera e intelligente. Candido è il bambino dalla maturità innata e diventerà un adulto immune alla menzogna e a qualsiasi forma di ipocrisia, ma la sua incorruttibilità risulterà essere, in una società corrotta, un disvalore. Candido non entrerà mai a far parte della società e la sua “diversità d’animo” determinerà per lui una vera e propria condizione di salvezza. Colui che aderisce alla verità del corpo, alla moralità chiara, all’etica, verrà bollato come stupido, coniglio o mostro.
Tristi paradossi di una società falsa, che vive seguendo una recita pirandelliana. Sciascia attraverso lo sguardo puro di Candido smaschera la finzione e tutte le ideologie senza risparmiarne nessuna: la religione, il comunismo, la psicoanalisi.
Qui proponiamo una scelta di passi che possano regalarvi un po’ dello straordinario personaggio sciasciano, della sua visione del mondo e della naturalezza del suo vivere.  

(Edizione di riferimento: Leonardo Sciascia, Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia, Milano, Adelphi, 1990)


Come una pagina bianca, il nome Candido: sulla quale, cancellato il fascismo, bisognava imprendere a scrivere vita nuova. L’esistenza di un libro intitolato a quel nome, di un personaggio che vagava nelle guerre tra àvari e bulgari, tra gesuiti e regno di Spagna, era perfettamente ignota all’avvocato Munafò; nonchè l’esistenza di Francesco Maria Arouet, che di quel personaggio era stato creatore.

E proprio durante una di queste messe, a Candido avvenne di scoprire, un pensiero dietro l’altro, che la morte è terribile non per il non esserci più ma, al contrario, per l’esserci ancora e in balìa dei mutevoli ricordi, dei mutevoli sentimenti, dei mutevoli pensieri di coloro che restavano...

E peraltro gli piaceva, assomigliarsi a un gatto: per la libertà che sapeva di avere, per il nessun legame con le persone che gli stavano intorno, per la capacità di bastare a se stesso

Ecco le persone a lui vicine erano come dei problemi; e voleva risolverli, anche per liberarsene così come, risolvendoli, si liberava dei problemi che gli assegnavano a scuola. E di queste persone, di questi problemi, il più importante divenne per lui, a un certo punto il generale. E cioè il fascismo. E cioè quel passato sulla cui linea di confine col presente lui, precisamente, era nato. Questa linea , secondo quel che si diceva nelle feste nazionali, e specialmente in quella del 25 aprile che ricordava la liberazione tutta dal fascismo, aveva come separato le tenebre dalla luce, la notte dal giorno; e trovandosi il generale di mezzo, lo aveva dunque dimezzato (...)«Hai sbagliato allora o stai sbagliando ora?». E il generale, fermandoglisi davanti e visibilmente frenandosi dal mollargli un paio di schiaffi : «Ma che sbagliare, verme che sei! È la stessa cosa» e uscì di furia dalla stanza. Più che per l’essere stato chiamato verme, Candido fu colpito dalla misteriosa affermazione « È la stessa cosa». La stessa cosa che: il passato e il presente, il fascismo e l’antifascismo?

Mai aveva pensato che un uomo potesse avere su un altro un potere che venisse dal denaro, dalle terre, dalle pecore, dai buoi. E tanto meno che un potere simile potesse averlo lui. Quando fu a casa, solo nella sua stanza, pianse: non sapeva se di gioia o di angoscia.

Si sentì brancicato sopra il vestito, poi avidamente cercato sotto il vestito: e non seppe mai se un momento prima o un momento dopo o nello stesso momento in cui lui cominciava a modellare il corpo di lei sopra il vestito, a brancicarla, a cercarla. Per l’intensità con cui le sue mani sentivano, ebbe in un lampo l’immagine di sè cieco: e che quel corpo limpidamente si disegnasse nella sua mente soltanto per i segni che il tatto ne trasmetteva. Lungamente si baciarono. Poi Candido sentì e vide, vide nella sua profonda e dolcissima cecità, se stesso e il mondo diventare una sfera liquida e iridescente, di musica.

Una volta che gli avvenne di affermare che , di fronte a Lenin e Marx, Victor Hugo e Zola, e anche Gor’kij, erano meglio, allo stupore quasi irritato di don Antonio: «Che vuol dire sono meglio? In che senso sono meglio?» Candido pur nella chiarezza di quel che sentiva, stentatamente, faticosamente, riuscì a dire che erano meglio perché parlavano di cose che ci sono ancora, mentre Marx e Lenin era come se parlassero di cose che non ci sono più. «Quelli parlano delle cose che c’erano, ed è come parlassero delle cose che sono venute dopo. Marx e Lenin parlano delle cose che sarebbero venute, ed è come se parlassero delle cose che non ci sono più»

Il fatto è che se n’era andata: e soltanto i fatti contano, soltanto i fatti debbono contare. Noi siamo quel che facciamo. Le intenzioni specialmente se buone, e i rimorsi, specialmente se giusti, ognuno dentro di sè può giocarseli come vuole, fino alla disintegrazione, alla follia. Ma un fatto è un fatto: non ha contraddizioni non ha ambiguità, non contiene il diverso e il contrario.

La Cina comunista che rendeva omaggio a una vittoria del fascismo, La Russia comunista che aiutava un governo che metteva in carcere i comunisti: chi sa quante di queste contraddizioni , incongruenze, assurdità ci sono nel mondo –si dicevano Candido e Francesca- che ci sfuggono, che non vediamo, che vogliamo lasciarci sfuggire e non vedere. Ché a vederle le cose si semplificano e noi abbiamo invece bisogno di complicarle, di farne complicate analisi, di trovarne complicate cause, analisi, ragioni, giustificazioni. Ed ecco che a vederle non ne hanno più; e a soffrirle, ancora di meno.

Candido ne era amareggiato e travagliato. Finchè una sera, tornando da una di quelle riunioni, Francesca disse: « E se fossero soltanto degli imbecilli?». E fu il principio della liberazione, della guarigione.

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Nota introduttiva e scelta dei brani di Valeria Inguaggiato 

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