lunedì 29 aprile 2013

#PagineCritiche: riscopriamo Ippolito Pindemonte grazie a Salvatore Puggioni

Ippolito Pindemonte. Epistole e sermoni
a cura di Salvatore Puggioni
Il Poligrafo, 2010

pp. 552
€ 35

      Il corposo e interessante volume curato da Salvatore Puggioni, Ippolito Pindemonte Epistole e Sermoni, raccogliendo una cospicua serie di epistole e sermoni di Pindemonte, lungo un arco temporale che va dal 1778 al 1819, ha il merito di portare alla luce e di qualificare una vasta produzione collocandola all’interno della storiografia letteraria e degli interessi filologici, corpus rimasto finora senza un’attenta ricognizione critica.
Il libro presente un’ampia Introduzione in cui il curatore ripercorre e ricostruisce dettagliatamente le fasi dell’iter compositivo che porta alla stesura definitiva della produzione epistolare e dei sermoni, percorso connotato da indecisioni e fasi meditative.
Lo scopo del volume è quello di dare chiarezza cronologica e di riordino a questo corpus inedito: questo risulta chiaro fin dalla lettura delle prime epistole, nate da ispirazioni e incontri del poeta durante i suoi viaggi tra l’Italia Settentrionale, Roma, Napoli, Sicilia e Malta: le donne sono le destinatarie privilegiate di alcune epistole: a loro Pindemonte regala versi elegantemente composti che confermano un’individualità poetica e di stile propria di Pindemonte; sono infatti molti gli elementi che propendono per questo, una predilezione verso una forma metrica, l’esametro che si accompagna ad una forma compositiva prescelta; Pindemonte propende per una perfezione del verso latino, specie virgiliano, per ricreare il suo endecasillabo sciolto italiano: Alla nobile signora contessa Paolina Suardi Grismondi e Alla nobile Signora Silvia Cartoni Guastaverza vengono datate 1778, i versi dedicatari Alla Signora Angelica Kauffmann verranno pubblicati nel 1784. Risalente al 1792 è l’epistola Alla Signora Contessa Adelaide. I versi dedicati A Isabella Albrizzi sono del 1800 e sempre dello stesso anno l’epistola a Elisabetta Mosconi. La composizione di questi versi è accompagnata da numerosi contatti epistolari con letterati del tempo,  quali ad esempio Bettinelli. Tra le altre epistole segnaliamo: al Signor Antonio Selva veneziano del 1779, Al Signor Marchese Girolamo Lucchesini sempre del 1779. Alle prime prove di composizione drammatica del Pindemonte risalenti con probabilità al 1780, sembra essere legata l’epistola Al Signor Angelo Mazza.
Le epistole dedicate a Benedetto di Chateauneuf e quelle dedicate a Girolamo Fracastoro e ad Apollo in numero di dodici vengono stampate nel 1805 a Verona. Nella composizione di queste lettere emergono possibilità comunicative nuove per Pindemonte che si configurano come un’occasione privilegiata di poesia ricca di riflessioni e di critica, di una ricerca per Pindemonte di un nuovo equilibrio interiore.
Le Epistole del 1805 confermano un momento di passaggio per l’autore che lo porta a trattare temi di denuncia, tracce di un’ideologia osservata inizialmente da Pindemonte come svolta interiore progressista. L’immagine, ad esempio, della tempesta ricorre assai di frequente nelle Epistole e rivela un aspetto della sua personalità legato ad una profonda tensione politica e morale. Lo stile è più fluido, maturo, riflessivo e a tratti digressivo, ma assai lontano da quei trapassi improvvisi, da quel sapore così alessandrino che aveva tanto caratterizzato i componimenti del 1784.
     
Alla generale precarietà del vivere contemporaneo, Pindemonte cerca in antitesi, con i suoi componimenti, di sovrapporre un modello esemplare, una forma di gloriosa permanenza di vita. Le Epistole del 1805 ci offrono una serie di affreschi ricavati da immagini del passato e proiezioni gloriose dedicate a Verona, all’Italia o all’Europa attraverso la celebrazione di figure poetiche esemplari capaci di incarnare questi ideali: da Scipione Maffei, a Virgilio.
Il nome di Pindemonte è legato, da un punto di vista critico storiografico, alla sua abilità versificatoria di traduttore, (in particolare  l’Odissea) e anche al dibattito e al confronto con Ugo Foscolo. Nel 1809 Pindemonte inizia ad elaborare il centro del suo interesse verso la produzione epica di Omero e di Virgilio, sorgente poetica da cui attingerà incessantemente. Le epistole Veteribus illustribus,  Ad Omero e A Virgilio vengono pubblicate assieme alla Traduzione de’ due primi canti dell’ Odissea e di alcune parti delle Georgiche stampati in una pubblicazione successiva del 1826.
 A inizio Ottocento, sono confermati testualmente nel volume, i frequenti rapporti epistolari di Pindemonte con personalità influenti del periodo, quali Parini, Alfieri, Foscolo, Cesarotti, Bettinelli.
Anche per i Sermoni, raccolta di testi in verso sciolto, il curatore precisa come l’iter compositivo risulti assai difficile da ricomporre cronologicamente; pubblicati per la prima volta nel 1819 a Verona per la Società Tipografica, è soprattutto il carteggio con  Clementino Vannetti a rivelarsi fondamentale per lo stile poetico utilizzato dall’autore per questa rilevante produzione: l’attenzione al lessico, la strutturazione dei nuclei tematici, i ritratti dei caratteri umani, il confronto linguistico con il modello della tradizione e della lingua di Orazio «l’univocità o l’ambiguità interpretative, il computo sillabico e la fluidità del verso» rappresentano per Pindemonte, nella corrispondenza con l’amico, motivo di riflessione, di conferma o smentita delle proprie convinzioni poetiche.

     La brevitas, la concisione, la rapidità degli scorci narrativi e descrittivi, auspicate da Vannetti, si scontrano invece con l’idea di «amplificatio, dilatazione del verso, del racconto, della similitudine estesa» propugnata da Pindemonte. La fitta corrispondenza è quindi costellata anche da momenti di acribia che non scalfiscono però il rapporto di stima reciproca tra i due. Da altri scambi epistolari, ad esempio con il conte Zacco e l’Albrizzi, si arriva alla datazione del 1817, e nell’anno successivo 1818, si arriverà alla pubblicazione delle epistole celebrate anche da Vincenzo Monti.
  In sostanza le epistole e i sermoni trasmettono uno stile di pensiero poetico che va al di là delle circostanze: «l’accento lirico ed elegiaco, il concetto, la denuncia e la tensione ideologica» unite ad una riflessione meditativa ci restituiscono un poeta che viene ritratto con una nuova e personale veste poetica. Si tratta di una transizione poetica che assume, grazie al travaglio evolutivo che porta alla composizione, connotato da passaggi narrativi differenti (dagli argomenti affidati alla «junctura lirica, all’immagine e all’espressione» e alla divagazione), una produzione poetica che non perde una certa compattezza d’insieme: gli scorci di paesaggi, di città, di rovine rappresentano oggetti a cui il pensiero di Pindemonte affida il proprio «io poetante»in una religione del ricordo e una predilezione per una poesia esternatrice in grado di spaziare dalla «microstoria alla macrostoria dal personale all’universale».
Dalla lettura delle espistole traspare l’attenzione per l’esaltazione del bello ideale, sottile e fine rielaborazione del paradigma legato alla classicità greca, connotato da istanze neoclassiche con rimandi a Winckleman; un’idealità dell’arte inserita in una feconda dialettica tra antico e moderno da cui attinge Pindemonte. L’autore, partendo dalle sollecitazione del modello winckelmanniano, rielabora una estetica nuova, premessa indispensabile per un’autentico rinnovamento poetico.
       Tracce di liberalismo che rimandano a Locke e alla società inglese emergono nei Sermoni; per ciò che concerne la «questione mitologica» Pindemonte disapprova la contaminazione tra sacro e profano: se nelle epistole del 1784 e in quelle posteriori del 1805 Pindemonte attinge ancora alla fonte mitica, nelle composizione dei Sermoni questo accade più raramente.
    
I Sermoni presentano una tipologia di linguaggio più diretto, dinamico e confidenziale: qui Pindemonte interloquisce con i vivi celebrando modelli etici della contemporaneità, legati ad elementi autobiografici e biografici impliciti e di poetica coniugata con una forma estetica del bello come, ad esempio, ne Il Parnaso osservato come una vera e propria silloge dei poeti antichi e moderni, visti all’interno di una storia letteraria italiana ricca di modelli che appartengono al profilo culturale di Pindemonte.
In sostanza la composizione delle Epistole e dei Sermoni rappresenta una sorta di biografia in costante oscillazione in cui l’autore accresce e sviluppa le proprie capacità di poeta doctus con una ricerca linguistica dettagliata e proiettata al dialogo tra antico e moderno, alla raffinatezza del bello estetico e della virtù in una fiducia incondizionata per il rinnovamento dell’arte poetica.
Il curatore propone un ampio apparato di note esplicative, filologiche, storiografiche che ricostruiscono la biografia e il percorso letterario culturale e sociale di ciascun personaggio indicato da Pindemonte nei singoli testi: a ciascuno il curatore dedica grande cura e chiarezza biografica. Cogliamo, sempre nelle note, un’attenzione filologica ad ogni lemma, riferimenti e rimandi precisi alla storia della lingua, alla mitologia, alla contemporaneità letteraria. Un volume che si presenta chiaro, scorrevole, fruibile, un saggio che rende giustizia ad un tassello di vita biografica, culturale sociale e letteraria di Pindemonte, un autore che nell’ambito della poesia italiana, si dimostrava attento alle suggestioni europee coeve ed ai nuovi fermenti romantici che gravitavano nell’aria.



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