giovedì 18 aprile 2013

#PagineCritiche: Giovanna Providenti, La porta è aperta. Vita di Goliarda sapienza

La porta è aperta. Vita di Goliarda Sapienza
di Giovanna Providenti, 
Villaggio Maori edizioni, Catania, 2010

Con un saggio di Stefania Mazzone

All’inizio del libro Giovanna Providenti scrive: 
«Ho voluto provare a cogliere l’anima e a scoprire la vita di Goliarda Sapienza attraverso la sua scrittura letteraria e privata raccontando le vicende dei suoi primi quarant’anni fino a quando, abbandonato il lavoro nel teatro e nel cinema, diviene una scrittrice. In alcuni capitoli intermedi mi sono invece limitata a origliare dietro la sua porta, nel periodo in cui, tra il 1969 e il 1977, scriveva il romanzo L’arte della gioia». 
 In effetti, questo è un libro attraversato al suo interno da una linea che lo divide piuttosto nettamente in due: da un lato la ricostruzione documentaria, realistica, delle vicende biografiche di Goliarda, della sua numerosa famiglia e della ancor più numerosa cerchia di amici, amiche, amanti e conviventi (maschi e femmine); dall’altro, nella parte dove Giovanna Providenti ha “origliato”, più che documentato, il tentativo di dare un senso, di attingere una Verità che la semplice ricerca storico-archivistica non può assicurare.
Sicché durante la lettura a lungo ho pensato che, nonostante il fascino dell’oggetto di ricerca, l’accuratezza della ricostruzione, la partecipazione emotiva della ricercatrice, il libro non riuscisse a restituire al lettore, nella sua Verità, la splendida figura di donna incarnata da Goliarda (a lettura ultimata, viene naturale indicare con il solo nome di battesimo la protagonista del libro, senza che si sprigioni quel fastidioso sentore di snobismo da gruppo ristretto come potrebbe accadere in altre circostanze).

Tutta la parte che mi sentirei di definire realistica, ma non vera, documentata, ma non coinvolgente, quella parte, cioè, che non riesce a trasmettere al lettore né il senso che l’autrice vuole dare alla sua ricerca, né la singolarissima personalità di Goliarda, s’avvale di una strategia comunicativa a mio parere inadatta a farci “sentire” più che conoscere la stessa Goliarda e l’ambiente in cui è cresciuta e ha svolto la sua attività artistica, prima, e letteraria poi. Certo, la ricerca archivistica è di prim’ordine, l’ammirazione dell’autrice per il suo personaggio è innegabile, la ricostruzione degli ambienti e il profilo degli altri personaggi sono accurati, però la resa espressiva del ricco materiale accumulato sembra non saper scegliere tra biografia, storia, letteratura, romanzo, quadro sociologico. Ed è in questa confusione stilistica che Giovanna Providenti rischia di perdere l’essenza, contraddittoria e vitale, del suo personaggio, talvolta restituito con un linguaggio giornalistico, di basso profilo e ampiamente usurato, che fa torto a lei stessa e a Goliarda - si veda in particolare il capitolo intitolato Senza traguardi immediati (1947 – 1948), dove Providenti racconta l’attesa in strada dell’amato Citto Maselli da parte di Goliarda. Insomma, e per finirla con i rilievi critici, è come se Giovanni Providenti non riuscisse né a restituirci Goliarda dall’interno con un procedimento che oggi va sotto il nome di biografia romanzata, né dall’esterno secondo i canoni del saggio storico. 

Nella terza parte, invece, man mano che s’infittiscono le citazioni dirette dagli scritti editi e inediti di Goliarda, alcune delle quali di assoluto e strabiliante valore letterario e speculativo, il libro entra nel cuore del suo tema e rende un ottimo servigio alla complessità del personaggio e al senso più profondo del suo “attraversamento del pianeta”. Ed è curioso che all’inizio e alla fine di questa parte si riconoscano due cortocircuiti la cui manifestazione fa onore all’autrice. Il primo è una lettera di Goliarda dove scrive: 
«molte delle nostre bugie non sono altro che un impulso a quello che vorremmo fosse la realtà(…) impulso a modificarla, accrescerla, fermarla in una composizione più assoluta, che viva anche fuori di noi e che infine appaia più precisa, più a tuttotondo, così che gli altri possano capirla meglio. In fondo queste bugie non sono che il tentativo di far capire meglio, di estrarre la loro essenza semplificandola. Date, particolari potrebbero confondere l’ascoltatore, riducendo a una verità cronachisticamente esatta, la precisione di una verità riinventata e quindi espressa e quindi di verità vera». 
Quasi che la stessa Goliarda stesse sconfessando il troppo ricco e dettagliato materiale offerto da Giovanna Providenti al lettore (si badi bene, la realtà cronachistica, dettagliata non è d’impiccio alla Verità, anzi ne è spesso un preliminare irrefutabile, il problema è che poi, in letteratura, occorre trascenderla, andare oltre). L’altro cortocircuito è prodotto dalla stessa Providenti quando, nell’epilogo, scrive: 
«Non ho conosciuto Goliarda di persona, ma, mentre lavoravo alla sua biografia, ho talvolta avuto la sensazione che lei fosse accanto a me, e non sempre approvando quanto andavo scrivendo. Al punto che il mio amore per lei ha attraversato molti attimi di odio». 
 La vita di Goliarda è stata straripante, ha conosciuto gioie e tragedie ad altezze sublimi e spaventose, e non era facile non perdersi nel “coacervo di vissuti e emozioni contraddittorie”, per questo fa onore a Giovanna Providenti non solo aver tentato un’impresa da far tremare la penna (o i polpastrelli) al più smaliziato dei biografi-romanzieri, ma anche aver implicitamente riconosciuto che la scrittura di Goliarda è a tutt’oggi la sua migliore biografia e ben vengano libri come questi in grado di restituirle il posto che le spetta.

Paolo Mantioni

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