sabato 20 aprile 2013

#CriticaLibera - In calce alla morte di due librerie

Genova, via San Luca. Palermo, via Ruggero Settimo.
Cosa unisce due città, una a nord e l'altra a sud di questo nostro strano Paese? Cosa lega due indirizzi di due centri storici tra i più belli e ricchi di storia di tutto il Mediterraneo?
A Genova, in via San Luca, e a Palermo, in via Ruggero Settimo, stanno per chiudere i battenti due delle librerie che negli ultimi decenni hanno permesso a genovesi, palermitani e viaggiatori in visita nelle due città di leggere, scoprire, capire il mondo che ci circonda.
Due librerie neanche tanto piccole, a ben vedere, ma indipendenti e fuori dal circuito chiuso della libreria supermercato inventata dai vari La Feltrinelli, Mondadori e Fnac. Il peccato di Assolibro (Genova) e Flaccovio (Palermo, che è pure editore e per fortuna almeno lì rimane in vita) è quello di mantenere al centro delle loro attenzioni il libro. Per questo vengono travolte da una crisi che non lascia scampo in un mondo in cui le humanities contano sempre meno e sulle quali si investe poco o niente.



Mi perdoneranno i palermitani se mi soffermo un attimo sulla situazione del capoluogo ligure. Ma da genovese non posso tacere di fronte alla deriva verso cui sta scivolando quella che nel 2004 è stata capitale europea della cultura. La libreria di via San Luca, immersa nel più grande centro storico d'Europa, chiude perché il canone d'affitto è insostenibile. Al suo posto nascerà un negozio d'abbigliamento cinese. Poco più in là, in via Cairoli dove campeggia uno striscione che ricorda che quei vicoli sono patrimonio dell'umanità UNESCO, ha sede un'altra storica libreria cittadina, la Bozzi, una delle più antiche d'Italia che, speriamo, resista a questa ondata di crisi.
Non è la prima volta che succede a Genova, non è la prima volta che l'interesse economico di un proprietario immobiliare prevale su un bene generale il cui valore è inestimabile, la cultura. Che sia una libreria o un'antica barbieria dentro la quale si racchiude la storia di una città, e quindi la nostra storia, quella di tutti noi, non ha importanza. L'unico parametro per dare valore a qualcosa, oggi, è il denaro.
Qualcosa di simile sta succedendo a Firenze, dove ha recentemente chiuso la libreria Edison di Piazza della Repubblica e a maggio chiuderà quella de' Servi; o a Siena dove qualche anno fa chiuse la libreria Ticci, la più antica della città; o a Milano, dove la libreria del "Mondo Offeso" e la libreria "Utopia" sono state costrette a traslocare dalle loro sedi storiche e stanno resistendo solo grazie all'inesauribile energia dei loro proprietari.
Qualche giorno fa, a colloquio con una docente di letteratura angloamericana dell'Università di Siena, ho scoperto che anche in Inghilterra e Stati Uniti la cultura raccoglie le briciole. Lentamente, ma inesorabilmente, si sta perdendo la bussola che fino a oggi ha orientato il nostro cammino vitale, il nostro viaggio nel mondo.
Con la cultura, con la letteratura e la storia, non si costruiscono ponti e palazzi. Ma l'ingegnere che progetta, il medico che cura e il magistrato che giudica farà il suo mestiere in maniera radicalmente diversa se avrà la consapevolezza di chi è e da dove viene. E l'unica via per acquisirla è attraverso la cultura, la letteratura, l'arte e la storia. Non è un caso che i regimi dittatoriali mettano a tacere scrittori e intellettuali, il loro potenziale sovversivo è immenso, è inarrestabile. L'influenza che un romanzo, un film o un dramma possono avere sulle coscienze dei cittadini è incalcolabile e invisibile. Un poco alla volta, lettura dopo lettura, film dopo film, dramma dopo dramma, il cittadino si costruisce delle lenti particolari attraverso le quali guardare il mondo che lo circonda e poi, al suo interno, muoversi. "Yo soy yo y mi circunstancia" diceva il filosofo spagnolo Ortega y Gasset nel 1914. Quella circostanza, la consapevolezza che abbiamo di essa, la acquisiamo solo leggendo, imparando, conoscendo.
Qualche lustro fa chiesi alla mia insegnante di lettere della scuola media a cosa serve leggere. Lei mi rispose, con la tenerezza di una madre, che nella vita avrebbero potuto portarmi via tutto ma mai nessuno sarebbe riuscito a rubarmi quello che avevo imparato dalla lettura di un romanzo o da una lezione di scienze. Era, in definitiva, il mio tesoro più prezioso. Quel tesoro che oggi, anche con la chiusura di librerie come Assolibro e Flaccovio, è a rischio per le generazioni future che saranno costrette a comprare i loro libri in luoghi asettici e uguali tra loro, più simili a degli enormi supermercati nell'ultima frontiera di questa società dello spettacolo.
Per concludere, vorrei fare un appello ai sindaci Marco Doria, Matteo Renzi e Leoluca Orlando (escludo Giuliano Pisapia perché la sua giunta sta per pubblicare un interessante bando per l'assegnazione di spazi comunali a canone agevolato e destinati all'apertura di nuove librerie). Non permettete che le nostre città si trasformino in un gigantesco supermercato perdendo la propria identità; voi siete i primi cittadini, investiti del potere di mettere in atto azioni e misure che contrastino l'interesse privato. Voi potete mediare tra proprietari e librai o titolari di botteghe storiche. Voi potete, non scaricate le vostre responsabilità, come ha fatto Marco Doria ai microfoni del Secolo XIX, sul Governo centrale. Se vi limiterete a guardare e non farete tutto ciò che è in vostro potere voi sarete complici della morte di queste librerie; complici del degrado che sta investendo ogni ambito di questo nostro Paese; complici della nostra fine.

[N.d.r.: queste parole le ho scritte in data 6 aprile 2013. Quando verranno pubblicate, con tutta probabilità, le librerie Assolibro e Flaccovio avranno chiuso definitivamente. In caso contrario, ci avremo guadagnato tutti. Ma la sostanza del pezzo non cambia; esistono valori che non sono monetizzabili, uno di questi è la cultura (un altro potrebbe essere paradossalmente il tempo). Personalmente ritengo un ossimoro l'espressione "industria culturale", come se l'arte, o la letteratura, o la storia, o il linguaggio, fossero qualcosa da produrre in serie e poi vendere badando unicamente a logiche di profitto.]

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