sabato 13 aprile 2013

CriticaLibera: “Dove un tempo regnava Pontiac”


Lake George (New York)

«Lago George, colonia di New York, 8 settembre 1755». Dal prologo di “Manituana”. Del collettivo Wu Ming. Fui costretto a fermarmi praticamente subito perché alzai gli occhi e vidi esattamente quel lago. Erano passati secoli, la colonia era diventata uno dei tredici Stati fondatori, la Union Jack era stata sostituita da un’altra bandiera a stelle e strisce. L’unica cosa immutata, insieme alle foreste delle Adirondack che lo circondano, il Lake George. Un villaggetto rivierasco porta lo stesso nome. Qualche negozio di souvenir e un minigolf. Mi sentivo già adeguato al contesto grazie alla lettura fra New York e Long Island di “Revolutionary Road” di Richard Yates. Adesso, tra la Pennsylvania e il Vermont avevo deciso di passare a “Manituana”. Quando si dice la fortuna!


Così, mentre scorrevano le pagine di questo libro, cercavo di restare fedele al mio on the road ma progressivamente prendeva corpo un puzzle geografico-letterario dove l’itinerario si disperdeva nella trama e viceversa. 
Di volta in volta mi trovavo e ritrovavo a Philadelphia, a casa di Beniamino Franklin mentre i rintocchi della Liberty Bell radunavano i cittadini per la lettura della dichiarazione di indipendenza. O a Boston, lungo il tracciato del Freedom Trail, lo stesso che percorsero i patrioti americani quando decisero di avviare la lotta buttando a mare le scatole di tè dalle navi inglesi ancorate al porto. Travestiti da indiani.




Ed ecco gli indiani. Uno pensa che per scoprire gli abitanti originari degli Stati Uniti debba andare al west ma presso la east coast le tracce sono innumerevoli. Non a caso Wu Ming vi ha ambientato il romanzo e Hugo Pratt lo ha immortalato nei meravigliosi acquerelli che compongono la saga di Wheeling. In queste terre abitavano tribù diverse che decisero tuttavia di unirsi nella confederazione irochese, dove oggi sorgono Vermont, Connecticut, New Hampshire, Rhode Island, Maine. I profeti locali del Clan del Lupo predicavano l’unione e la concordia già quando nella nostra penisola i Comuni s’infervoravano per le litanie di Francesco d’Assisi. Lo stesso Massachusetts, dove sbarcarono i 102 padri pellegrini che fondarono la prima colonia inglese nel Nuovo Mondo è parola indiana. Oggi è The Bay State ma tradotto in irochese suona tipo grande collina. Se uno poi si sofferma sulle mappe scopre che un altro lago della zona si chiama Winnipesaukee: viene in mente un oscuro vocabolo indigeno.

Da “Manituana”, i Wu Ming presero spunto anche per uno spettacolo teatrale: “Pontiac”, il capo indiano che seppe convincere le diverse nazioni irochesi, e qualche colono francese, a combattere contro il nemico comune: i bianchi venuti dall’Inghilterra. Erano gli anni Sessanta del Settecento, quelli in cui furono disseppellite le asce tomahawk.

Mano a mano che proseguivo il libro, i giorni di viaggio volgevano al termine, come le estreme difese dei britannici che rappresentarono il canto del cigno del loro dominio in un continente lontano. Ma, paradossalmente, se all’epoca di Pontiac irochesi e inglesi si combatterono accanitamente, la dipartita di quest’ultimi rappresentò per gli indiani la fine. Furono i coloni americani oramai emancipatisi dalla madrepatria britannica che li spinsero prima alla ribellione, poi alla sconfitta infine, praticamente, all’estinzione. Quei territori che erano appartenuti alla confederazione fin dall’infanzia del mondo potevano essere volgarizzati in New England.

Marco Caneschi