mercoledì 20 marzo 2013

Yolanda Parra, "Fra oceani"

Fra oceani
di Yolanda Parra

Davide Zerra Editore,  2009


- Cosa sei tu mamma?
- Un essere umano, femminile e cosmico bambina.
- Dai mamma, sul serio, che lavoro fai? Che professione hai?
- Ahhh! scrivi pure: faccio la mamma, la casalinga, la dottoressa, la volontaria, la consulente esterna, la libera professionista; scrivi che non vorrei fare la moglie e che dovrei finire una tesi per laurearmi in sociologia in gennaio. “Allacciatrice” di mondi è il mio mestiere. Cosa ben difficile da spiegare, ma diciamo che nell’andare e venire dei miei quasi cinquant’ anni ho studiato molte cose, alcune anche per disimpararne altre che mi possano permettere di sopravvivere in quest’Italia 2009. Qui vivo, respiro, cospiro e sogno. [1]


  Yolanda Parra ha esordito in Spagna nel 2008 con Iyara en el màgico mundo de las mariposas amarillas, scelto come racconto illustrativo dell’Articolo II della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, all’interno del concorso Derechos Humanos en la calle-2008 organizzato dall’Istituto di Diritti Umani della Catalunya. Ha pubblicato in Italia il racconto Sogni di Mais inserito nel volume Lingua Madre Duemilanove (a cura di Daniela Finocchi) e ha vinto il primo premio, sezione memorialistica, al concorso Quello che le donne non diconoma scrivono! (Concorso di scrittura al femminile 2009 del Comune di Budrio- BO), per l’opera Fra Oceani.
    Il racconto Fra Oceani, pubblicato nel 2009 per La Zerra Editore, merita più di una riflessione. Si tratta di una narrazione autobiografica che oltre a ripercorre alcune tappe della vita di una donna, ci permette di entrare in un mondo caratterizzato dall’identità plurima di questa scrittrice, “allacciatrice di mondi”, donna itinerante, viaggiatrice instancabile, abitatrice, per l’appunto, fra oceani. Un libro connotato di intensa forza femminile, un invito a uscire da certi stereotipi sociali e culturali che vorrebbero la donna ancora legata fortemente al solo ed esclusivo ruolo di moglie e di madre, ma anche un libro che ribalta la concezione della donna sempre in competizione o in un ruolo di subalternità maschile che ancora oggi è di estrema attualità.
Sì, ancora un libro su e per le donne, un volume sui desideri di una donna tenace, determinata nel voler essere protagonista del proprio percorso di crescita e di vita, una donna che continua ad avere sete di conoscenza, pienamente consapevole di quali siano le regole del vivere bene ma che non lasciandosi condizionare dal certo, sa ricominciare con estrema caparbietà, una persona che desidera nonostante tutto poter esprimere la propria identità, qualunque essa sia, perché una donna che sia italiana o di altre nazionalità, è un essere umano che chiede innanzitutto rispetto e pari dignità sociale.

Yolanda Parra nasce l’8 giugno 1960 a Fuente de Oro, piccola località ad Ariari in Colombia. Il suo nome Iyara, utilizzato dall’autrice come pseudonimo, è un dono del popolo U’wa, il nome  le è stato assegnato durante una cerimonia, e ha una doppia valenza; Iyara “ forza viva della Madre Terra”, unita a Bagala  (frutto tipico), crea un  particolare connubio tra il legame intenso con la Natura e il nutrimento vitale quotidiano rappresentato dal frutto. Il popolo U’wa vive nella regione a nord-est della Colombia, uomini e donne che hanno saputo mantenere intatta la loro cultura ancestrale. Gli Uwa vivono a contatto con l’ambiente, la selva e la montagna, e le loro conoscenze si tramandano da generazioni  attraverso la tradizione orale di canti e riti. Dalle parole di Yolanda Parra sappiamo che «la loro missione è quella di custodire il cuore del mondo, mantenendo in armonia la selva, l’orto degli uomini e gli spiriti, senza arroganza e in permanente contatto armonico con le forze della Natura».
Sempre dal racconto autobiografico dell’autrice si sente ancora vivo il ricordo di una ritualità ciclica radicata nella tradizione del popolo U’wa che l’autrice collega ai primi istanti della sua vita, attimi che rimangono per lei indelebili:
Il mio ombelico fu piantato alla riva del fiume Ariari. Sono arrivata al mondo in una notte di pioggia, di fiumi straripati, segnata nel calendario l’8 giugno 1960.[2]
Questa appartenenza alla propria terra, la Colombia, sembra essere il filo trasversale che lega i vari capitoli del libro, non un racconto che segue una cronologia ascendente, ma momenti di vita con flash rivolti al proprio passato intessuto e arricchito anche dai molteplici racconti di altre conterranee della Parra; in particolare sono proprio le donne colombiane a far muovere nella scrittrice quell’inquietudine che la porta ad essere un essere «cosmico» in perlustrazione perenne tra «mondi locali e dinamiche globali, tra l’egemononia  di un mondo economico politico internazionale» e realtà di nazioni ben diverse sul piano dello sviluppo e dei diritti umani.

L’infanzia e l’adolescenza sono rievocate da Yolanda Parra con spensieratezza, un periodo di vita trascorso in assoluta libertà: libertà di agire, di sentirsi in simbiosi con la natura, di appartenere ad un ambiente che per lei rappresenta tuttora un profondo ricordo, frammenti radianti di concretezza memoriale incancellabili, e alimento costante della sua scrittura e del proprio diario di vita. Una narrazione come metafora della memoria, scevra di connotati ridondanti, in alcuni punti incerta,  ma densa di verità:
Libera come il canto degli uccelli […] mi piaceva sentire la vita sparpagliata nell’aria, senza mura, senza orari, senza divisa, […] adoravo nuotare come un pesce nelle acque diafane del mio paese, soprattutto nel periodo di secca quando riuscivo ad attraversarlo nuotando fra un’isoletta e l’altra. Quando arrivavo all’altra sponda mi sentivo un gigante, correvo come una puledra selvaggia a raccogliere i manghi dagli alberi, cantavo più stonata che mai, lasciandomi travolgere da una danza infinita finché il mio corpo si abbandonava per sentire le melodie silenziose della pianura. Ero felice. Potevo andare a piedi nudi, la capigliatura scarmigliata e indossavo le magliette a brandelli che mi rifiutavo di buttare. [3]
Leggendo la prima parte di questo intenso, ricco seppur breve racconto, si può rievocare e associare un’altra narrazione autobiografica altamente significativa del primo Novecento letterario italiano: Una donna di Sibilla Aleramo. Il volume  esce nel 1906: qui la protagonista racconta le fasi della sua infanzia « libera e gagliarda», una fanciulla felice e proiettata alla conoscenza del mondo, assetata di sapere allo stesso modo di Yolanda Parra. Una fanciullezza ricordata come fantasmagoria dell’infanzia, un racconto che diventa un rapido alternarsi di immagini vivide e attraenti, espressioni di sogni e desideri vibranti.
La mia fanciullezza fu libera e gagliarda. […] Rivedo la bambina ch’io ero a sei, a dieci anni, ma come se l’avessi sognata. Un sogno bello, che il menomo richiamo della realtà presente può far dileguare. Una musica fors’anche: un’armonia delicata e vibrante, e una luce che l’avvolge, e la gioia ancora grande nel ricordo.[…] Senz’essere impaziente la mia curiosità dava un sapore acuto all’esistenza, Non m’annoiavo mai, […] restavo in casa, a leggere i libri più disparati, sovente incomprensibili per me, ma dei quali alcuni mi procuravano una specie d’ebbrezza dell’immaginazione e mi astraevano completamente da me stessa. [4]
L’infanzia viene tratteggiata dalla scrittrice colombiana associando spesso la sua figura a quella della madre, ammirevole donna lavoratrice che nella sua semplicità ha saputo mantenere un animo fiero contro le avversità della vita, istruendosi e crescendo una figlia da sola, permettendole così di diventare un «essere femminile libero, cosmico» in un paese come la Colombia giudicato dalla scrittrice «giungla di violenza» in cui è concentrato il più alto livello di violazione dei diritti umani. Ma è proprio l’appartenenza e le radici che la legano alla propria terra a farla essere la persona qual è ora, perché anche in altri paesi la scrittrice scopre che quelli che dovrebbero essere i diritti di ogni persona, scritti sulla carta, si rivelano  annebbiati o nascosti da comportamenti alquanto discutibili. La libertà è una delle conquiste che la madre le ha dato come esempio prioritario:
Sono figlia di una donna semplice; contadina, lavoratrice, sognatrice e guerriera, che in quella giungla di violenza della mia Colombia, è riuscita ad imparare a leggere e a scrivere in una scarsa scuola elementare. Nel mio certificato di nascita non si registra il nome di un padre, non una strana circostanza, ma una pratica comune che molte storie registrano nel mio paese. Questo lieto evento, oggi mi permette di riconoscermi un essere femminile libero, cosmico. [5]
Nel romanzo dell’Aleramo invece il ricordo intenso iniziale è dedicato al padre per la quale la scrittrice aveva una particolare adorazione, figura paterna invece totalmente assente nella narrazione di Yolanda Parra. Ma i punti di contatto tra i due testi sono anche altri. Curiosa, assai intelligente, desiderosa di proseguire gli studi, ribelle e anticonformista a quindici anni la scrittrice colombiana incontra l’uomo che diventerà il padre di suo figlio e che la porterà frettolosamente, ma per scelta, al matrimonio:
Ancora oggi rimango perplessa di quel primo matrimonio. Mi sono sposata convinta che quello fosse il modo giusto per trovare la libertà. […] Mi sono fidanzata che avevo quindici anni e lui ventisei. […] Io avevo iniziato una scuola pubblica serale, le superiori e mi rapportavo sempre con persone adulte, trovavo squallidi e senza interesse i discorsi con le ragazze della mia età, ovviamente mi sentivo più grande, ero già una donna lavoratrice, studentessa e con una fidanzato della piccola borghesia locale, il che non era poco. [6]
Anche Sibilla Aleramo arriva al matrimonio molto presto, con il suo primo uomo, non è un matrimonio nato dall’amore, ma una tappa della vita a cui la scrittrice arriva precipitosamente, in maniera confusa, un matrimonio non felice ma  che darà all’autrice un figlio amatissimo.
Così scrive Sibilla in Una donna:
La mia personalità, fin allora così libera, dinanzi alla memoria del fatto ch’io consideravo irreparabile, insorgeva a tratti, ma soltanto per farmi sentire la sconfitta patita. Pure scrivevo alle mie amiche che ero felice. Cercavo d’ingannare me stessa. E riuscivo a eccitarmi la fantasia fino a provarne una specie d’ebbrezza. Amarlo, amarlo! Sì lo volevo tenacemente. Scoprivo in lui una quantità di difetti, prima insospettati […] Io volevo credere alla mia felicità, presente e avvenire; volevo trovare grande e bello l’amore, quell’amore dei sedici anni che riassume alla fanciulla la poesia misteriosa della vita. E nessuno vicino a me, mi guardava negli occhi, entrava nella mia anima, mi diceva le parole di verità e di forza ch’io ancora saputo comprendere. [7]
Queste due narrazioni autobiografiche seppure così distanti cronologicamente, Una donna del 1906 e Fra Oceani del 2009, corrono su due binari paralleli che si incrociano, come abbiamo visto, in qualche punto: entrambe le due donne vivono l’esperienza della crescita, bruciando le tappe, con forte desiderio di affermazione identitaria; nel caso di Sibilla la dolorosa ma convinta separazione dal marito comporterà la perdita del figlio e di tutti i diritti ereditari, conseguenza di leggi assurde del primo Novecento. Per quanto riguarda il figlio di Yolanda Parra, egli rimarrà a vivere con il padre in Colombia, non una scelta forzata, ma sicuramente sofferta per l’autrice.
 Ma è anche l’amore per la seconda figlia avuta da un secondo matrimonio, un altro tassello importante  nel racconto Fra Oceani: a questa creatura, da lei celebrata come «il sole dei miei giorni e la luna dei miei occhi, l’ispirazione della sua conoscenza» lei  trasmetterà «un’identità plurima». Della figlia scrive amorevolmente:
«È lei che ringrazio perché nei singoli fatti della vita quotidiana mi dimostra che la vera mediazione culturale  e il vero ponte di dialogo universale fra i popoli si concretizza nell’interazione spontanea e semplice dello spirito dei bambini  e dei giovani».
Un esempio di ciò è narrato dalla protagonista  quando  è la figlia a raccontare infastidita alla madre come i bambini, suoi compagni di scuola ad esempio, siano abituati a buttare tutto il cibo ad eccezione del pane durante il pranzo, a differenza di lei, ma  sottolineando subito dopo anche quanto sia buona la pizza in Italia.
 I bambini di nazionalità differenti,  comunicano tra loro immediatamente, riescono a trovare attraverso il gioco, la scuola, le attività ricreative uno scambio verbale di estrema efficacia; anche litigando, la loro curiosità e intelligenza li porta ad una spontaneità di comportamento che difficilmente si riscontra negli adulti. Yolanda Parra ci porta tuttora una testimonianza estremamente significativa: a forte distanza cronologica ora le leggi aiutano la donna a mantenere diritti intoccabili quali  la maternità, ma senza una solida indipendenza economica, e una forte determinazione nel far valere i propri diritti, quante donne anche nel periodo attuale si vedrebbero costrette a scelte nettamente diverse pur di vivere o meglio sopravvivere.

Una donna di Sibilla Aleramo è diventato un caso letterario segnando un’epoca, a inizio Novecento, in cui parlare dell’affermazione culturale e sociale femminile al di là dell’esclusivo ruolo di madre e moglie rappresentava un problema; ma il libro ha saputo aprire una strada significativa e tutta in salita dando ascolto e attenzione alle voci delle donne, scrittrici, letterate, quindi creando le condizioni di partenza per una lenta ma concreta emancipazione delle donne. È lei stessa a raccontare come durante gli anni che seguirono il suo successo editoriale, abbia sempre celebrato la data della prima uscita del volume: profezia, fedeltà e costanza in un progetto di rinascita su e per le donne.  L’autrice, in Una donna, era ben consapevole di rappresentare, oltre il caso letterario che ha segnato profondamente un’epoca, qualcosa di raro nella storia del sentimento umano, un inizio verso il romanzo del divenire [8],  e nella parte finale del racconto sperando che le sue parole possano spronare altre donne a compiere gesti significativi per l’identità della donna, lascia più di un messaggio  di speranza e di riscatto femminile per il futuro:
Nel futuro, nel futuro. La certezza d’un tale avvenimento mi si era andata formando inavvertitamente, forse dall’adolescenza, forse prima, quando l’atmosfera penosa della casa ove due cuori avevano cessato di comprendersi, mi aveva rivolta l’anima alle indagini appassionate. Come le aveva perseguite il mio temperamento logico e assoluto, a traverso ogni ostacolo! A tratti, un senso di ammirazione quasi di estranea mi prendeva per il cammino da me percorso; avevo la rapida intuizione di significare qualcosa di raro nella storia del sentimento umano, d’essere tra i depositari d’una verità manifestatesi qua e là a dolorosi privilegiati…E pensosa, mi chiedevo se sarei riuscita un giorno ad esprimere per la salvezza altrui una parola memorabile. [9]
  Allo stesso modo Yolanda Parra nella parte finale della narrazione, scrive esortando le altre donne a far «camminare la parola» perché la scrittura rappresenta uno strumento attraverso il quale la memoria può essere salvaguardata e le parole stesse rimangono depositarie di percorsi di vita, anche non lineari, non perfetti perché l’autrice durante la sua narrazione, non omette gli errori compiuti, anzi tutto il suo percorso è tracciato anche sulla base dei propri convincimenti che non sempre sono quelli certi e giusti.

    Yolanda Parra vive  a Bologna dal 1989. Accanto alla sua attività di scrittrice, ha inoltre conseguito una Laurea in Economia e una specializzazione in Relazioni industriali e del lavoro. Interessata ai problemi che riguardano le immigrazioni e i diritti umani, ha conseguito anche una laurea in Sociologia. Studiando da autodidatta antropologia dell’alimentazione, si è impegnata molto per una crescente attenzione e divulgazione dell’educazione all’intercultura diventando Presidente dell'Associazione Kankurwa Kai Kashi. Attualmente sta per concludere il Dottorato in Pedagogia  presso l’Università di Bologna con una tesi dal titolo Oltre Oceano: altri orizzonti del possibile. Pedagogie  del “Buen Vivir” e Progettualità esistenziale, epistemologie del Abya Yala. «Allacciatrice di mondi è il mio mestiere»: è con questa frase rivelatrice di Yolanda Parra che siamo entrati nella scrittura dei suoi racconti, una donna che considera ancora la cultura e l’istruzione fonti inesauribili da cui attingere, una donna che ha l’obiettivo tuttora di credere nella conciliabilità tra i popoli, che considera le differenze linguistiche e culturali come un percorso possibile di condivisione. L’autrice chiude il proprio racconto, mettendo in risalto la serie di necessità, di opportunità, di inviti a intraprendere itinerari di conoscenza delle «tante lingue che non si scrivono» e concludendo il suo racconto, ma non certamente il proprio viaggio esistenziale e letterario, scrive con l’orgoglio e con la speranza che la sua narrazione trovi eco nei lettori, e rivolge un ringraziamento a tutti coloro che hanno contribuito alla sua formazione umana ed esistenziale:

Bisogna cantare tante lingue che non si scrivono
Bisogna camminare la parola
Bisogna sognare sogni ancora non sognati e percorrere sentieri ancora da scoprire
Bisogna piantare i nostri semi e lasciare il nostro pensiero nel mondo in cui siamo di passaggio
Soltanto così possiamo trascendere la morte.
La memoria e la storia che noi stessi possiamo scrivere sono il segreto della nostra immortalità.
Qui ci sono
Qui vivo respiro, cospiro e sogno.
Scrivo per non lasciare che l’inverno frantumi le mie ossa, svanisca il mio sorriso e zittisca la mia voce! […] Grazie per permettermi di essere quello che oggi sono: un essere umano, femminile, selvaggio, cosmico e soprattutto vero. [10]

Grazie alle donne che testimoniano e che scrivono per testimoniare.

Mariangela Lando          








[1] I. BAGALA, Fra Oceani, Cagliari, La Riflessione, Davide Zerra editore, 2009, p. 61, 80.

[3] Ivi,  pp. 13, 16-17.
[4] S. ALERAMO, Una donna, Milano, Feltrinelli, 2001, pp 1, 3.
[5] I. BAGALA, Fra Oceani, cit., p. 44.
[6] Ivi, p. 20.
[7] Ivi, p. 41.
[8] P. BONO E L. FORTINI, Il romanzo del divenire, Roma,  Iacobelli Edizioni, 2007
[9] S. ALERAMO, Una donna,cit., p. 199.
[10] I: BAGALA, Fra Oceani, cit., p. 75.

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