mercoledì 27 marzo 2013

"Quel che si perde", di Vittorio Saltini


Quel che si perde
di Vittorio Saltini
Feltrinelli, 2001



pp. 196
Euro 14,46



Vittorio Saltini (1934) è una figura di riferimento nella scena culturale italiana della seconda metà del Novecento. Collaborò con l’Espresso negli anni in cui Umberto Eco e lo sperimentalismo prendevano piede, suscitando animate discussioni e zuffe dialettiche: a tal proposito proprio Eco, in Opera aperta, racconta:
«Mi ricordo che Vittorio Saltini, recensendo il mio intervento del Menabò sull’Espresso (l’Espresso allora era la roccaforte dell’antisperimentalismo), mi beccò su una frase in cui apprezzavo un verso di Cendrars dove si paragonavano le donne amate a dei semafori sotto la pioggia, e osservava pressapoco che io ero tipo da avere reazioni erotiche solo sui semafori, per cui nel dibattito io gli rispondevo che a una critica così si poteva obbiettare solo invitandolo a mandarmi sua sorella. Questo per dire il clima.»
In un articolo sul «Corriere della Sera» del 14 ottobre 2012, Giulio Giorello – ricordando Guido Morselli nel centenario della nascita – fa riferimento a uno scambio epistolare del 1969 tra Morselli e Saltini, relativo a Darwin e alla presunta finalità insita nelle origini della vita e nell’Universo: insomma, si discute di filosofia.

Io ricordo le sue, appunto, magmatiche lezioni di Filosofia Estetica all’Università di Sassari, alla fine degli anni Novanta; lezioni in cui con una passione magnetica raccontava tra gli altri di Antonio Machado, Sandro Penna, Li Po fino alle otto e mezzo di sera, con neanche uno studente che si sognava di andare a cena o di copulare con la compagnetta di corso.

Nel corso degli anni, Saltini ha privilegiato l’insegnamento universitario, e posso ipotizzare che la passione per critica e scrittura sia diventata prevalentemente privata (nel campo della narrativa, si ricordano i due precedenti romanzi: Il primo libro di Li Po [Mondadori, 1981], e Nel manto mio regale [Mondadori 1982]).

In questo romanzo, il cui titolo richiama un verso di Machado (Se canta lo que che se pierde), Saltini crea il personaggio del pretore Nicolai, uomo malinconico e delicato, che di Machado fa un modello di vita a cui ispirarsi e in cui trovare risposte:
«Da quando, durante la guerra, ne aveva trovato pochi versi, tradotti da Carlo Bo in un’antologia, aveva fatto d’Antonio Machado il suo modello letterario, ma anche di vita.
[…] Imitava Machado, il pretore Nicolai. E perché no? Forse poteva così inquadrare i propri casi – di provinciale isolato – in un senso che li trascendesse: sviluppare variazioni e sapienti sfumature intorno a un modello. E ripetere un poeta era una forma dell’amore. Gli piaceva l’idea: arte come imitazione – oltre che della natura – dell’arte. Come il lavoro ben fatto dell’artigiano. Dai romantici in poi, l’imitatore passava per dilettante. “Eppure”, pensava il pretore Nicolai, “si diventa uomini imitando, apprendendo dagli altri”; mentre invece tutti, ormai, s’atteggiano a originali a un punto tale, che non era quasi più possibile intendersi…»
La scelta dell’autore di identificare il protagonista (quasi) sempre con la formula “il pretore Nicolai” dona un importante valore alla caratterizzazione: la professione utilizzata nominalmente, come sostituta del feticcio per antonomàsia dell’identità personale (il nome di battesimo), non fa altro che presentare anche al lettore quel distacco – soprattutto esteriore – che Nicolai subisce, più che attuare, nei confronti del mondo sociale. Esteriore perché, pur essendo uomo che insegue e è inseguito dalla solitudine, il pretore possiede un’interiorità virulenta che un momento lo prostra, l’altro lo strattona, senza donargli mai quella costante medietà emozionale che per alcuni è sinonimo di serenità. Questo rapporto inversamente proporzionale tra emotività e comportamento esteriore lo segna soprattutto nei rapporti con le donne.

Il pretore Nicolai fa il pendolare tra la pretura di Pescia (dalla quale, per mancanza di ambizione, mai chiederà di spostarsi pur avendo notevoli capacità professionali) e Lucca, e proprio da un’amicizia “di lavoro” nascerà il matrimonio: l’ex presidente, in pensione, del tribunale di Lucca, Busdraghi, lo invita spesso a casa:
«Diceva di volersi concedere il piacere d’una conversazione tra competenti di diritto; che però finiva per trasformarsi in un monologo.»
Lì, il pretore conosce Giulia:
«In casa del consigliere Busdraghi, che aveva altre figlie già sposate, viveva ancora la più giovane, Giulia. E da lei il pretore Nicolai rimase subito colpito come mai gli era accaduto. Non certo per un senso d’affinità. Al contrario: lo incantava quella che gli appariva la diversità di quella giovane donna; quel che ancora d’inespresso – quindi misterioso – avvertiva in lei.
E ne era intimidito al punto che, pur sedendole accanto, durante quei pranzi mai discorreva con lei. Per mesi si limitò allo scambio dei saluti e d’occhiate evasive: senza capire se quello sguardo – da cui ogni tanto si sentiva pigramente sfiorato – esprimesse una perplessa curiosità o un’indifferenza distratta. Cosa celavano quei begli occhi grigi, così freddi?»
E “quei begli occhi grigi, così freddi” saranno presagio di una storia zoppa, in cui l’amore sembra rifiutare ogni principio osmotico, restando ostinato nel chiuso del pretore:
«Non fece altro […] che girare come un timido orso devoto intorno a Giulia.»
“Un timido orso devoto”: tale sbilanciamento scatena meccanismi di colpa:
«Arrivò a giustificare la delusione di Giulia per il carattere d’un uomo – quale era lui – senza doti brillanti, né ambizione, né vanità, né spensieratezza; malinconico, fin da giovane; incapace di divertirla. Non era stato sempre lui a tormentosamente godere dei capricci, delle avventatezze, delle allegrie improvvise, delle gioie passeggere di Giulia? Tanto più attratto quanto più la sentiva leggera e volubile; lui invece pesante, abitudinario: uno cui le cose piaceva, più che farle, ripeterle…»
Inevitabile, l’inettitudine dei personaggi sveviani si manifesta con forza. Il pretore Nicolai si trova a affrontare quello scollamento tipico tra l’esistenza cerebrale e quella empirica: che poi è lo stesso scollamento provocato dal sommovimento dei sentimenti durante innamoramento e amore, e che impedisce – a volte – di decifrare in tempo l’alfabeto della realtà:
«Mentre lui – il marito – s’era adagiato nella presuntuosa tranquillità di chi si credeva garantito da coniugali diritti! Lontano ogni giorno da casa, non aveva saputo interpretare le inquietudini, le malinconie della sua donna.»
Il dolore della storia con Giulia produrrà la risposta dell’istinto di conservazione dell’uomo, che asseconderà la già pronunciata tendenza solipsistica per chiudere il recinto della propria vita.
Solo qualche tempo dopo, durante i viaggi in treno da pendolare, riscoprirà l’interesse per un’altra donna:
«Il pretore Nicolai sogguardava questa donna magra, un po’ più alta di lui, e coi capelli d’un biondo cenere, e un viso dagli zigomi sporgenti e dalle guance incavate: bello, pensoso, intelligente, lo trovava: con una profonda ruga, insolita in una donna, fra i grandi occhi limpidi, sopra la radice del naso un po’ curvo.»
Adriana “aveva una larga fede all’anulare”: è una donna sposata, ma l’attrazione che l’uomo prova non può che essere assecondata; tra i due, lentamente, nasce una bella amicizia, seppur in lui ostacolata da una passione che esteriormente, però, si rimette alla disciplina della buona creanza. Da ora in poi, una finalità nella vita si ripresenterà agli occhi del pretore, consolidata da gioie, affetti e illusioni e minacciata da delusioni, tristezze e timori: il tutto in ordine sparso. Senza anticipare altro di un libro ricco di pieghe narrative, cito la bandella:
«Ma a compensarlo sarà, inaspettatamente, la tenerezza di Ilaria, una figlia di Adriana.»
Un libro coraggioso, questo di Vittorio Saltini, poiché antepone l’autenticità del pretore Nicolai alla captatio benevolentiae nei confronti del lettore: non sono rari i momenti in cui il lettore stesso, infatti, prova fastidio nei confronti dell’esasperante riflessività del personaggio, come lo possiamo provare nei confronti di una persona “viva”, alla quale però finiamo per affezionarci, conquistati dalla sua delicatezza, se la sapremo apprezzare.
Il fatto che l’uomo cartaceo susciti una reazione sanguigna – anche avversa – non dimostra altro che il valore del libro.

Per ben esprimerne la personalità diventa fondamentale – anche se si utilizza la narrazione in terza persona – lo stile di scrittura, che ci veicola comunque il punto di vista del protagonista: la penna di Saltini è “fuori moda” (prendendo a prestito questa espressione dal commento positivo di un lettore, trovato in rete), attenta alla musicalità, a volte prolissa e devota a una ricercatezza che non cede mai all’artificiosità. Quale scelta migliore per dipingere un uomo “del secolo scorso”? Sensibile fino all’eccesso, individualista ma non egoista, rinunciatario ma non passivo? Un personaggio, il pretore Nicolai, che – come detto prima – è vittima di una devastante vita interiore che paralizza la sua esistenza emotiva, il suo “essere nel mondo”, spingendolo tanto alla chiusura in se stesso nel campo amoroso quanto all’abilità in quello professionale.
Sia lo stile che lo scavo psicologico, con l’attenzione maniacale agli incastri interpersonali, mi hanno ricordato il bellissimo “Un dramma borghese” di Guido Morselli: notevoli, a mio parere, i punti di contatto anche tra Ilaria e Mimmina (protagonista, col padre, del romanzo morselliano): attrici di giovanile esuberanza, consapevole la prima, umorale la seconda, ma entrambe dotate di un’affettività che aspira all’eterno.

Piero Fadda

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