martedì 26 marzo 2013

Quattro etti d'amore, grazie: il nuovo di Chiara Gamberale

Quattro etti d'amore, grazie
di Chiara Gamberale
Mondadori, 2013

pp. 252
€ 17

L'incontro fatale della nostra vita, forse, fa proprio così: prima ci riscatta da tutto quello che da bambini non avevamo, non eravamo. Poi, giorno dopo giorno, ci fa venire una nostalgia tremenda di tutto quello che avevamo, che eravamo. E quel riscatto ci appare improvvisamente un attentato. (p.68)
Due donne, due vite diametralmente diverse: Erica è impiegata di banca, ha un marito che la ama e due figli adorabili; Tea Fidelibus è la stravagante attrice protagonista della brillante serie tv "Testa o cuore", ed è sposata con un geniale professore, conosciuto sul lavoro.
Le due si incontrano ogni volta al supermercato sotto casa, e non ci sono parole, ma un'immediata invidia reciproca: Erica vorrebbe un po' della vita fuori dalla righe di Tea; Tea vorrebbe assomigliare a quella signora "Cunningham" (in riferimento alla serie di Fonzie), tanto perfetta nel suo ruolo di madre di famiglia. Vorrebbero rapire dettagli, l'una alla vita dell'altra o, meglio, alla presunta vita dell'altra: non a caso, Tea agli occhi di Erica è sempre sovrapposta al personaggio della serie televisiva; e per l'attrice, la sconosciuta è ricondotta alla "signora Cunningham". Modelli televisivi, modelli di una vita migliore perché figlia della finzione.  
Invece, dietro la patina di apparente serenità, si nascono drammi personali che spesso le due non riescono ad ammettere neanche con se stesse: Erica è reduce da una rapina in banca che, scopriremo da subito, ha innescato pericolosi sintomi depressivi da "vita sottovuoto", che la porteranno ad ammettere: 
La vita che faccio, non mi sembra la mia.
Anzi no: mi sembra la mia. Dio mio, certo che è la mia. Ma senza di me. (p. 112)

Come conseguenze, un indesiderato ma inevitabile nervosismo con i figli, apatia verso il marito; dall'altro lato, un'attenzione esagerata per "Testa o Cuore" e per le ipotetiche avventure di Tea. Ma anche una spasmodica fuga dal presente grazie a Facebook e al gruppo "Quelli della mitica B del Rousseau 1991-1996", dove Erica incontra i compagni di scuola e, in particolare, lega una inaspettata amicizia con Daniele, prima mai considerato. 
Nello stesso quartiere, Tea vive con angoscia la mancanza di desiderio del marito Riccardo, che la chiama Wendy in nome di una vecchia trasposizione della fiaba in chiave moderna. Si trattava di un Peter Pan che avvertiva (sintomaticamente) l'inesorabile ticchettio del tempo: anche Riccardo resta schiacciato dall'idea di un futuro abbandono. E così predica cinismo, persino sulle parole concesse in una relazione: la peggiore parola "è e sempre rimarrà 'ti amo'. E il bisogno di dirlo che c'è" (p. 87). 

Il lettore avverte di pagina in pagina la pressione che aumenta nelle vite private, pressione scansata (ma non attutita) dall'evasione di "Testa o Cuore". In vere e proprie proiezioni, Erica confronta il proprio amore con quello della Lei e del Lui della serie tv, in cerca di una previsione rassicurante del futuro. Tea, invece, sbircia nel carrello della "signora Cunningham" per avere la certezza che si possa avere una vita familiare serena. 
I due mondi, distanti ma così simili, perché intrecciati da continui fili rossi di desideri, ansie, aspirazioni, sono raccontati dalle stesse protagoniste, che si fanno io narranti. A  tenere unite e divise entrambe le narrazioni (ricchissime, peraltro, di rovelli psicologici e autocritiche), le rispettive liste della spesa. Sì, proprio così: liste della spesa inaugurano i singoli capitoli, ritmando la routine delle singole protagoniste. Viene da chiedersi se questi elementi, narratologicamente parlando, vadano ricondotti al paratesto o al contenuto stesso, dal momento che sono sintomatici di quanto si è letto o si leggerà.

Ne deriva un romanzo semplice solo in apparenza: la piacevolezza di un dettato sciolto e verosimile (l'italiano colloquiale nella chat, con una certa trascuratezza lessicale, l'uso delle minuscole, le ripetizioni, i dialoghi dinoccolati...) è segno di un'espressività ricercata, per un romanzo ricco. Ricco di vita e di angoscia da risolvere, in nome del fatto che:
Niente è sempre meglio di qualcosa, per chi non può avere tutto. (p. 27)

Gloria M. Ghioni

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