giovedì 7 marzo 2013

#PagineCritiche - "Perché leggere i classici" secondo Italo Calvino



Perché leggere i classici
di Italo Calvino

Oscar Mondadori, 2010 (1995)



A volte ci chiediamo, o ci sentiamo chiedere, perché mai dovremmo leggere opere di autori vissuti lustri, decenni o secoli fa: cosa possono dirci di un mondo che non hanno mai visto e che noi reputiamo (a torto o a ragione, ora non importa) completamente diverso dal loro? A cosa serve leggere dunque un classico? La domanda “perché devo leggere i classici?”, insomma, diventa foriera di panico, come quelle che ci fanno i bambini e che, nella loro sadica semplicità, ci spingono a chiuderli nello sgabuzzino per evitare di ruminare risposte introvabili.

Per aiutarci di fronte ai diversi dubbi, ci hanno insegnato a utilizzare il vocabolario. Quello Treccani, tra le definizioni di “classico”, riporta:
«Per estens. (spesso sostantivato), perfetto, eccellente, tale da poter servire come modello di un genere, di un gusto, di una maniera artistica, che forma quindi una tradizione o è legato a quella che generalmente viene considerata la tradizione migliore; con riferimento ai più importanti autori delle letterature moderne e alle loro opere: i c. italiani; una collezione di c. francesi; lo studio dei c. tedeschi, ecc.; e, per altre discipline: un pittore c.; un musicista c.; i c. della scultura italiana (analogam., nell’uso più recente: un c. dello schermo, un c. dei romanzi gialli, e sim.); un c. è un’esperienza radicale, un incontro che ci modifica, non un ritrovamento di aspetti reperibili in altri (Giuseppe Pontiggia).»
Non so se possa aiutare, però, il vocabolario; anche se la definizione di Pontiggia una mano la dà. Italo Calvino, in questo libro che è più utile di una bussola nel deserto, scrive:
«[…] non si creda che i classici vanno letti perché “servono” a qualcosa. La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici.
E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran […]: “Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. – A cosa ti servirà? – gli fu chiesto. – A sapere quest’aria prima di morire.»
E se troviamo un interlocutore particolarmente devoto all’efficientismo, per il quale la (apparente) gratuità di un semplice gesto non ha senso di esistere, possiamo anche dirgli – per farlo contento – che un classico è come un paio di occhiali per un cecato: ti fa vedere meglio il mondo, anche se spetta poi a te capirlo. Ma questo interlocutore presso cui cerchiamo appoggio (o, come si dice oggi, endorsement), che potrebbe essere l’amministratore delegato (o ceo) di una arrembante azienda, potrebbe riprendere la domanda iniziale, e appesantirla con un’obiezione a cui sarebbe ancora più difficile rispondere: la mancanza di tempo; Calvino scrive:

«“Perché leggere i classici anziché concentrarci su letture che ci facciano capire più a fondo il nostro tempo?” e “Dove trovare il tempo e l’agio della mente per leggere dei classici, soverchiati come siamo dalla valanga di carta stampata dell’attualità?
Certo, si può ipotizzare una persona beata che dedichi il “tempo-lettura” delle sue giornate esclusivamente a leggere Lucrezio, Luciano, Montaigne, Erasmo, Quevedo, Marlowe, il Discours de la Méthode, il Wilhelm Meister, Coleridge, Ruskin, Proust e Valéry, con qualche divagazione verso Murasaki o le saghe islandesi. Tutto questo senza aver da fare recensioni dell’ultima ristampa, né pubblicazioni per il concorso della cattedra, né lavori editoriali con contratto a scadenza ravvicinata. Questa persona beata per mantenere la sua dieta senza nessuna contaminazione dovrebbe astenersi dal leggere i giornali, non lasciarsi mai tentare dall’ultimo romanzo o dall’ultima inchiesta sociologica. Resta da vedere quanto un simile rigorismo sarebbe giusto e proficuo. L’attualità può essere banale e mortificante, ma è pur sempre un punto in cui situarci per guardare in avanti e indietro. Per poter leggere i classici si deve pur stabilire “da dove” li stai leggendo, altrimenti sia il libro che il lettore si perdono in una nuvola senza tempo. Ecco dunque che il massimo rendimento della lettura dei classici si ha da parte di chi ad essa sa alternare con sapiente dosaggio la lettura d’attualità.
[…] Forse l’ideale sarebbe sentire l’attualità come il brusio fuori dalla finestra, che ci avverte degli ingorghi del traffico e degli sbalzi meteorologici, mentre seguiamo il discorso dei classici che suona chiaro e articolato nella stanza. Ma è ancora tanto se per i più la presenza dei classici s’avverte come un rimbombo lontano, fuori dalla stanza invasa dall’attualità come dalla televisione a tutto volume.
[…] Resta il fatto che leggere i classici sembra in contraddizione col nostro ritmo di vita, che non conosce i tempi lunghi, il respiro dell’otium umanistico; e anche in contraddizione con l’eclettismo della nostra cultura che non saprebbe mai redigere un catalogo della classicità che fa al caso nostro.»
Calvino non ci fornisce, dunque, una risposta didascalicamente esaustiva: forse perché non esiste o non avrebbe senso; o forse perché sarebbe sciocca. Ci dà però tante risposte quanti sono i piccolo saggi/recensioni/articoli che compongono il libro: trentacinque. Possiamo così leggerlo aprendo a casaccio le pagine, incontrando riflessioni su Gadda come su Senofonte, su Galileo e su Borges, su Hemingway e Ovidio… ma anche su autori oggi esplorati meno, rispetto ai soliti grossi nomi: Plinio Il Vecchio, Nezami, Gerolamo Cardano, Giammaria Ortes e molti altri.
A tal proposito, Calvino non è interessato in questa sede a fare distinzioni tra classici antichi e moderni, ma si focalizza sull’essenza genetica del “classico”, che scavalca a balzi i recinti che la temporalità impone:
«Se leggo l’Odissea leggo il testo d’Omero ma non posso dimenticare tutto quello che le avventure d’Ulisse sono venute a significare durante i secoli, e non posso non domandarmi se questi significati erano impliciti nel testo o se sono incrostazioni o deformazioni o dilatazioni. Leggendo Kafka non posso fare a meno di comprovare o di respingere la legittimità dell’aggettivo “kafkiano” che capita di sentire ogni quarto d’ora, applicato per dritto e per traverso. Se leggo Padri e figli di Turgenev o I demoni di Dostoevskij non posso fare a meno di pensare come questi personaggi hanno continuato a reincarnarsi fino ai nostri giorni.»
E, di seguito, mette in evidenza un problema che – toccato con mano durante i tempi scolastici – è sempre sul banco degli imputati, quando si parla di disaffezione alla lettura fomentata dalla scuola:
«La lettura d’un classico deve darci qualche sorpresa, in rapporto all’immagine che ne avevamo. Per questo non si raccomanderà mai abbastanza la lettura diretta dei testi originali, scansando il più possibile bibliografia critica, commenti, interpretazioni. La scuola e l’università dovrebbero servire a far capire che nessun libro che parla d’un altro libro dice di più del libro in questione; invece fanno di tutto per far credere il contrario. C’è un capovolgimento di valori molto diffuso per cui l’introduzione, l’apparato critico, la bibliografia vengono usati come una cortina fumogena per nascondere quel che il testo ha da dire e che può dire solo se lo si lascia parlare senza intermediari che pretendano di saperne più di lui.»
Capisco che per molti critici sarebbe (stato) un grosso colpo all’ego vedere un’opera altrui letta prima o – addirittura – senza il codazzo esegetico, estetico, sociologico oppure filosofico: ma il codazzo, di cui nessuno nega il valore (anche se il bambino, dallo sgabuzzino, potrebbe chiederci “Perché leggere la critica?”), non sarebbe appunto meglio, nei luoghi di apprendimento, lasciarlo in coda?

I classici hanno un’innata potenza vitale e comunicativa che è inutile tentare di amplificare, poiché si finisce invece per limitarla, rendendola oggetto accademico che lo studente – fisiologicamente – rifiuta. Ricordo, a scuola, un compagno di classe che chiese alla professoressa d’italiano: “Professore’, ma veramente Leopardi voleva dire tutte queste cose?”, riferito a un verso la cui nota a piè di pagina si stendeva per due, tre fogli.

E se, appunto con giovanile curiosità, leggessimo questo libro per cercare infine una risposta al titolo, dovremmo mettere in conto che per trovarla – nella sua mancanza di immediatezza – ci sarebbe bisogno del “respiro dell’otium umanistico”; un po’ anacronistico, forse: ma vogliamo mettere il fascino dell’inattuale?

Piero Fadda

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