venerdì 8 marzo 2013

Essere donna nel mondo arabo: la poesia del corpo di Joumana Haddad

Quella che in Italia chiamiamo, impropriamente, "Festa della donna" - Woman's Day nei paesi anglosassoni, la giornata internazionale della donna nel resto del mondo - non è in realtà una festa, ma un giorno di commemorazione e di riflessione. Lungi dallo schierarmi col femminismo più oltranzista, ritengo che il mondo femminile abbia bisogno di un momento del genere, e non solo per denunciare la continua scia di violenze e le  imparità che segnano il rapporto tra i due sessi, ma anche per riflettere su come la donna (occidentale?) abbia in parte ridefinito le sue priorità, la propria immagine e i propri desideri. Anche in letteratura: la donna legge, lo sappiamo, e legge più dell'uomo; ma nei grandi successi editoriali degli ultimi anni, spesso, si riscontra un modello femminile monocorde, se non propriamente passivo (si pensi al successo di Twilight e del mommy porn esploso con la saga di Cinquanta sfumature). Per la "festa della donna", dunque, è forse una buona idea quella di proporre una lettura diversa della donna. Forse più concreta, specchio di tante vite consacrate al coraggio, all'amore e alla cultura; e da un mondo in cui essere donna è ancora più difficile.
Nella collana della Piccola Biblioteca, Mondadori annovera due preziose perle del genere: la silloge antologica Non ho peccato abbastanza, che raccoglie numerose voci femminili del mondo della poesia araba, in cui la sensualità di una tradizione lirica ricchissima si coniuga alla bruciante consapevolezza di dover rivendicare con la forza il proprio diritto a essere donna; e l'intenso volume Ho ucciso Sharahzad, in cui la  poetessa e giornalista libanese Joumana Haddad (1970), con le cui poesie si apre Non ho peccato abbastanza, racconta l'amara lotta ai cliché sulla donna araba, condotti sul terreno, accidentato ma fertile, della poesia erotica e del rapporto col corpo. Da pochi mesi è arrivato in Italia il suo ultimo lavoro, Superman è un arabo, in cui la lotta contro il machismo è svolta con un'accattivante ironia.

Testi di riferimento:
AA.VV., Non ho peccato abbastanza. Antologia di poetesse arabe contemporanee, a cura di Valentina Colombo, Mondadori 2007.
Joumana Haddad, Ho ucciso Shahrazad. Confessioni di una donna araba arrabbiata, Mondadori 2011.
Joumana Haddad, Superman è arabo: su Dio, il matrimonio, il machismo e altre disastrose invenzioni, Mondadori 2013.

da Non ho peccato abbastanza

QUANDO DIVENTAI UN FRUTTO

Femmina e maschio fui concepita all’ombra della luna
ma Adamo fu sacrificato alla mia nascita,
immolato ai mercenari della notte.
E per colmare il vuoto della mia altra essenza
mia madre mi ha lavato con acqua torbida
e mi ha portato sul pendio di ogni montagna
consegnandomi al rombo delle domande.
Mi ha consacrato all’Eva della vertigine
e mi ha impastato con il buio e la luce
perché fossi donna-centro e donna-lancia
gloriosa e trapassata
angelo dei piaceri senza nome.

Straniera crebbi e mai nessuno poté mietere il mio grano.
Ho disegnato la mia vita su una pagina bianca
mela che nessun albero ha partorito
poi l’ho ritagliata e ne sono uscita
una parte di me vestita in rosso e l’altra in bianco.
Non ero solo dentro o fuori del tempo
perché ho avuto origine nelle due foreste
e mi sono ricordata prima di nascere
di essere una moltitudine di corpi
di avere dormito a lungo
di avere vissuto a lungo
e quando sono diventata un frutto
seppi quel che mi attendeva.
Ho chiesto ai maghi di prendersi cura di me
allora mi hanno presa.
Ero
la mia risata
dolce.
La mia nudità
azzurra.
E il mio peccato
timido.
Mi libravo sulle ali di un uccello
e di notte diventavo un guanciale.
Rivestirono il mio corpo di talismani
e spalmarono il mio cuore con il miele della follia.
Custodirono i miei tesori e i ladri dei miei tesori
mi portarono silenzi e racconti
e mi prepararono a vivere senza radici.
Da quel momento sono in cammino.
Indosso una nuvola ogni notte e viaggio.
Solo io mi dico addio
e solo io mi accolgo.
Il desiderio è il mio cammino e la tempesta la mia bussola
in amore non getto l’ancora in nessun porto.
Di notte lascio gran parte di me stessa
poi mi ritrovo e mi abbraccio appassionatamente al ritorno.
Gemella del flusso e del riflusso
dell’onda e della sabbia
dell’astinenza della luna e dei suoi vizi
dell’amore
e della morte dell’amore.
Di giorno
la mia risata appartiene agli altri, ma la mia cena segreta
mi appartiene.
Chi comprende il mio ritmo mi conosce
mi segue
ma mai mi raggiunge.

SONO UNA DONNA

Nessuno può immaginare
quel che dico quando me ne sto in silenzio
chi vedo quando chiudo gli occhi
come vengo sospinta quando vengo sospinta
cosa cerco quando lascio libere le mani.
Nessuno, nessuno sa
quando ho fame quando parto
quando cammino e quando mi perdo,
e nessuno sa
che per me andare è ritornare
e ritornare è indietreggiare,
che la mia debolezza è una maschera
e la mia forza è una maschera,
e quel che seguirà è una tempesta.
Credono di sapere
e io glielo lascio credere
e io avvengo.
Hanno costruito per me una gabbia affinché la mia libertà
fosse una loro concessione
e ringraziassi e obbedissi.
Ma io sono libera prima e dopo di loro,
con loro e senza loro
sono libera nella vittoria e nella sconfitta.
La mia prigione è la mia volontà!
La chiave della mia prigione è la loro lingua
ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio
desiderio
e il mio desiderio non riusciranno mai a domare.
Sono una donna.
Credono che la mia libertà sia loro proprietà
e io glielo lascio credere
e avvengo.

Da Ho ucciso Shahrazad

Perché dunque il corpo? Semplicemente perché il corpo è parte integrante di me, inseparabile dalla mia anima e dalla mia mente. È il tempio di tutte le mie esperienze e il terreno su cui vivo tutta la vita. È la Terra che accoglie nel suo grembo le passioni e le idee, il sole e la luna, le paure e i sogni, la pioggia e il vento, i fiumi, gli uccelli e le persone. La vita è per me un’esperienza fisiologica, fisica, istintiva e sensoriale ma è anche un’esperienza emozionale, psicologica e intellettuale. E così è la scrittura. Credo che tutto sia tangibile e possa essere toccato: le parole, i pensieri, i sentimenti, l’inconscio, l’immaginazione, l’amore, eccetera. Se scrivo sul corpo e sul sesso, sui miei desideri e sui miei bisogni, non lo faccio per stuzzicare i lettori, così come il machismo di alcuni critici arabi mi accusa di fare, ma per essere sincera con ciò che provo e mi preoccupa nel profondo.


Laura Ingallinella

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