martedì 26 marzo 2013

Beppe Fenoglio, "Primavera di bellezza"

Primavera di bellezza
di Beppe Fenoglio
Einaudi, prima edizione 1959

pp. 186
disponibile in formato Kindle ("Tutti i romanzi")

"Nell'Agro, tutte le mattine a un'ora precisa, bisognava comporsi in riga e presentare impeccabilmente le armi a un vecchietto dalla barba bianca il quale, sbucato indenne dalla vampa immane che il sole accendeva al limite dell'Agro, avanzava al trotto sulla pelle di leone, mandando un metallico scrocchio d'ossa ritmicamente scrollate; scortato da un magnifico ufficiale d'ordinanza, era Emilio De Bono, quadrumviro del fascismo e maresciallo d'Italia."


Geno Pampaloni sosteneva che la qualità di una recensione si evince dalla scelta delle citazioni. Compito davvero difficile nel caso di Primavera di bellezza, autentica enciclopedia di termini, definizioni, aggettivazioni fulminanti e amaramente icastiche.
Ciò che immediatamente colpisce e attrae nel testo è la capacità di Fenoglio di costruire un continuo narrativo basato su toni sarcastici e su frasi ironicamente altisonanti, che in un attimo "smontano" vent'anni di ridicola fraseologia fascista.

"Ginnasticare, ginnasticare, ginnasticare. Sapete, allievi, che alla sua non più verde età Sua Eccellenza il generale Bergonzoli esegue salti con capovolta semplicemente perfetti, fantastici? Ginnasticare, ginnasticare, ginnasticare."
Il libro, pubblicato nel 1959 ma attuale in modo allarmante, rappresenta una sorta di bildungsroman nel quale un gruppo di ventenni prende coscienza della realtà nell'Italia del 1943, anno cruciale e denso di avvenimenti.
Di questo gruppo di giovani, tutti allievi ufficiali del Regio Esercito, fa parte Johnny, studente universitario di lingua e letteratura inglese «alto e asciutto, anzi magro, negli occhi il suo punto di forza e bellezza», personaggio ricorrente nei romanzi fenogliani in quanto vero e proprio alter ego dell'autore.
Johnny, già disgustato dalla vacua e becera retorica fascista, è testimone del disfacimento dell'esercito e, più a monte, dell'intera struttura del Paese. L'esercito, in realtà specchio e paradigma della società civile, è un mondo fatto di incapacità e squallore, di provincialismo tanto estremo da rasentare il ridicolo.

Primavera di bellezza non è tuttavia un semplice romanzo contro la guerra né un pamphlet antimilitarista («yet the army is an honourable thing», dice Johnny). Piuttosto, dalla narrazione e dai dialoghi traspare la disillusione che segue la messa a nudo dello svilimento di un'istituzione - l'esercito, appunto - considerata, in quanto espressione del Re, superiore e in qualche modo alternativa al delirante e triviale fascismo.

Fin dai primi momenti la sensazione di sfascio e abbandono è pervasiva, la realtà resa ancor più tetra e greve dall'ipocrita propaganda di regime.

"Johnny fu assegnato alla prima compagnia, quella [era] la camerata. Ci penetrò fra pozze e rivoli d'acqua di sgelo: niente di meglio di un capannone autarchico, miserabile nella parte già occupata, decisamente sinistro in quella ancora disabitata. Sui castelli larve di uomini si ersero sui gomiti e sghignazzarono estenuatamente ai nuovi arrivati. Un sergente urlò che il silenzio era suonato da quatto ore circa."

Ricercando le cause del degrado viene immediatamente alla luce l'irresponsabile - e spesso colpevole - italico menefreghismo che si riversa dai vertici fino alla base della catena di comando, costituita da ufficiali ciatroni e da sottufficiali ignoranti, tutti impegnatissimi a prosperare alle spalle di un esercito sfinito e rattoppato che pretende di spaventare le navi Alleate schierando cannoni di legno sulle coste siciliane.

Dal «lercio maresciallo [...] che portava l'uniforme come una camicia da notte, i cassetti della scrivania pieni di omaggi e pedaggi in viveri e tabacco» al colonnello comandante, che si trascina in divisa e ciabatte («fruste pianelle di marocchino») al tenente comandante di plotone, «bruno, taurino, sanguigno, rauco, superbamente inelegante», Fenoglio presenta un campionario di umanità variamente spregevole.

Nella Roma della torrida estate del 1943, Johnny e i suoi commilitoni assistono agli ultimi giorni del regime mussoliniano, che nonostante i mugugni della popolazione, esasperata per la scarsità di cibo e per il bombardamento della città avvenuto il diciannove luglio, non cessa di mettere in scena i suoi rituali autocelebrativi:
"Una camicia nera sceltissima evoluiva davanti al portale, slanciando gli arti a squadra, con dietrofront rapaci, coi tacchi incidendo il porfido, la nappa del fez canagliesco bussava inviperita alla sua nuca. Lorusso sembrava impressionato, Johnny invece lasciò partire la più matura e rotonda risata che avesse mai liberato, che saturò l'orgiastica piazza sino al livello del balcone.
- Che è che ti fa ridere tanto?
- Costoro che volevano marciare in trionfo per Trafalgar Square."
 L'otto settembre piomba come un meteorite sui protagonisti, colti dagli avvenimenti durante una guardia in polveriera nell'Agro Pontino, e con esso giunge la rovina definitiva dell'esercito. Nessuno si salva da una situazione in cui chi scappa è in primis chi ha le responsabilità di comando. Alla ingloriosa fuga della Real Casa fanno seguito le sparizioni di gran parte degli ufficiali che «scapparono i primi, i bellimbusti avevano il vestito borghese bell'e pronto e stirato nelle pensioni.»
Da una Roma spettrale e allucinata, dove un esercito senza ordini e senza capi collassa e diviene preda dei soldati tedeschi presenti ancora in numero esiguo, inizia lo sbando verso casa di Johnny, dopo aver pagato a caro prezzo un vecchio e sdrucito abito borghese fuori misura, vestendosene vergognosamente e rimanendo
"con un groppo in gola, di insolubile furore e di molle pietà per se stesso: i giorni dell'armistizio, gli era stato assicurato, avevano visto la più grande manifestazione di solidarietà nazionale nella storia d'Italia, ma a lui era toccato mercanteggiare e minacciare."
L'ultima parte del romanzo vede Johnny, miracolosamente giunto nei pressi di casa, unirsi a una banda di soldati che non hanno aderito alla Repubblica Sociale. Qui vi è finalmente il riscatto morale - non solo del protagonista ma di buona parte dell'Italia - attraverso la scelta, di altissimo valore etico poiché libera e individuale, della lotta partigiana.
Abbandonati i toni sarcastici e il senso di desolazione che emerge dai capitoli precedenti, le pagine che narrano la Resistenza sono asciutte e drammatiche, cariche di positiva tensione civile, senza tuttavia derive retoriche, celebrative o assolutorie: i Partigiani sono descritti per ciò che essi sono e furono, persone normali con normali difetti ma con il pregio di aver fatto una scelta coraggiosa dall'esito tutt'altro che scontato.

Singolare destino quello di Beppe Fenoglio, la cui fortuna letteraria è in gran parte postuma.
Scomparso nel febbraio del 1963 (quest'anno ne ricorre il cinquantesimo anniversario), vide pubblicati solo tre titoli: Primavera di bellezza nel 1959, preceduto da I ventitre giorni della città di Alba nel 1952 e, due anni dopo, da La malora. Un altro romanzo, La paga del sabato, era già stato rifiutato da Elio Vittorini, direttore della collana "I gettoni" di Einaudi, poiché considerato troppo "cinematografico".
Tutta la rimanente produzione dello scrittore fu raccolta, ordinata e pubblicata a opera, tra gli altri, di Lorenzo Mondo e Maria Corti pochi anni dopo la sua morte. Un patrimonio letterario che ci restituisce fedelmente la figura di un autore che fu - ed è tuttora - un riferimento assoluto nella narrativa contemporanea.

Stefano Crivelli

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