domenica 24 febbraio 2013

Pillole d'Autore - "Il barone rampante", Italo Calvino



Nella prefazione ai Nostri Antenati Calvino traccia con naturalezza l’inversione prospettica avvenuta nel suo modo di raccontare. Segna un “prima ”, nel quale scriveva di cose vere trasfigurandole in termini favolosi, e un “poi”, in cui toccherà alla favola raccontare il reale. Acquisita come punto di arrivo, dunque, la favola diventerà il grimaldello attraverso cui penetrare il reale. Attraverso la sua scrittura limpida seguiamo la formazione di Cosimo, quello strano ragazzo che decide di salire sugli alberi ma che continua a vivere il mondo, che capisce che “per essere con gli altri veramente, la sola via era d’essere separato dagli altri”. Altro rovesciamento e altro paradosso. Immagini di leggerezza e descrizioni evocative si alternano a considerazioni sulla libertà e l’autodeterminazione. Calvino parlando della formazione di uomo abbraccia la vita nella sua totalità: l’amore, la perdita, la socialità, la morte dei genitori, e su tutto la dimensione salvifica della letteratura. Noi vogliamo proporvi, qui, un più diretto contatto con la scrittura calviniana, un ritorno alle parole del romanzo. (Se volete approfondire il romanzo con l'invito alla lettura, cliccate qui.)
Erano a disagio tutti e due, annoiati. Ognuno sapeva quel che l’altro avrebbe detto.
- Ma i vostri studi? E le vostre devozioni di cristiano? - disse il padre. - Intendete crescere come un selvaggio delle Americhe?
Cosimo tacque. Erano pensieri che non s’era ancora posto e non aveva voglia di porsi. Poi fece: - Per essere pochi metri più su, credete che non sarò raggiunto dai buoni insegnamenti?Anche questa era una risposta abile, ma era già come uno sminuire la portata del suo gesto: segno di debolezza, dunque.
L’avvertì il padre e si fece più stringente: - La ribellione non si misura a metri, - disse. - Anche quando pare di poche spanne, un viaggio può restare senza ritorno.
Adesso mio fratello avrebbe potuto dare qualche altra nobile risposta, magari una massima latina, che ora non me ne viene in mente nessuna ma allora ne sapevamo tante a memoria. Invece s’era annoiato a star lì a fare il solenne; cacciò fuori la lingua e gridò: - Ma io dagli alberi piscio più lontano! - frase senza molto senso, ma che troncava netto la questione.



Mentre il nostro, di mondo, s’appiattiva là in fondo, e noi avevamo figure sproporzionate e certo nulla capivamo di quel che lui lassù sapeva, lui che passava le notti ad ascoltare come il legno stipa delle sue cellule i giri che segnano gli anni nell’interno dei tronchi, e le muffe allargano la chiazza al vento tramontano, e in un brivido gli uccelli addormentati dentro il nido ricantucciano il capo là dove più morbida è la piuma dell’ala, e si sveglia il bruco, e si schiude l’uovo dell’averla. C’è il momento in cui il silenzio della campagna si compone nel cavo dell’orecchio in un pulviscolo di rumori, un gracchio, uno squittio, un fruscio velocissimo tra l’erba, uno schiocco nell’acqua, uno zampettio tra terra e sassi, e lo strido della cicala alto su tutto. I rumori si tirano un con l’altro, l’udito arriva a sceverarne sempre di nuovi come alle dita che disfano un bioccolo di lana ogni stame si rivela intrecciato di fili sempre più sottili ed impalpabili. Le rane intanto continuano il gracidio che resta nello sfondo e non muta il flusso dei suoni, come la luce non varia per il continuo ammicco delle stelle. Invece a ogni levarsi o scorrer via del vento, ogni rumore cambiava ed era nuovo. Solo restava nel cavo più profondo dell’orecchio l’ombra di un mugghio o murmure: era il mare.

Capì questo: che le associazioni rendono l’uomo più forte e mettono in risalto le doti migliori delle singole persone, e danno la gioia che raramente s’ha restando per proprio conto, di vedere quanta gente c’è onesta e brava e capace e per cui vale la pena di volere cose buone (mentre vivendo per proprio conto capita più spesso il contrario, di vedere l’altra faccia della gente, quella per cui bisogna tener sempre la mano alla guardia della spada).

Ci fu una giornata di sole. Cosimo con una ciotola sull’albero si mise a fare bolle di sapone e le soffiava dentro la finestra, verso il letto della malata. La mamma vedeva quei colori dell’iride volare e riempire la stanza e diceva: - O che giochi fate! - che pareva quando eravamo bambini e disapprovava sempre i nostri divertimenti come troppo futili e infantili. Ma adesso, forse per la prima volta, prendeva piacere a un nostro gioco. Le bolle di sapone le arrivavano fin sul viso e lei col respiro le faceva scoppiare, e sorrideva. Una bolla giunse fino alle sue labbra e restò intatta. Ci chinammo su di lei. Cosimo lasciò cadere la ciotola. Era morta.

Viola si buttò sul cinghiale. 

- Ci hai portato altre donne?

Lui esitò. E Viola: - Se non ce ne hai portate sei un uomo da nulla.
- Sì... Qualcuna...
Si prese uno schiaffo in faccia a piena palma.
- Così m’aspettavi?
Cosimo si passava la mano sulla guancia rossa e non sapeva cosa dire; ma lei già pareva tornata ben disposta:
- E com’erano? Dimmi: com’erano?
- Non come te. Viola, non come te...
- Cosa sai di come sono io, eh, cosa sai?
S’era fatta dolce, e Cosimo a questi passaggi repentini non finiva di stupirsi. Le venne vicino. Viola era d’oro e miele.
- Di’...-Di’...Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così.

L’amore riprendeva con una furia pari a quella del litigio. Era difatti la stessa cosa, ma Cosimo non ne capiva niente.
- Perché mi fai soffrire?
- Perché ti amo.
Ora era lui ad arrabbiarsi: - No, non mi ami! Chi ama vuole la felicità, non il dolore.
- Chi ama vuole solo l’amore, anche a costo del dolore.
- Mi fai soffrire apposta, allora.
- Sì, per vedere se mi ami.
La filosofia del Barone si rifiutava d’andar oltre.
- Il dolore è uno stato negativo dell’anima.
- L’amore è tutto.
- Il dolore va sempre combattuto.
- L’amore non si rifiuta a nulla.
- Certe cose non le ammetterò mai.

Prima era diverso, c’era mio fratello; mi dicevo: «c’è già lui che ci pensa» e io badavo a vivere. Il segno delle cose cambiate per me non è stato né l’arrivo degli Austrorussi né l’annessione al Piemonte né le nuove tasse o che so io, ma il non veder più lui, aprendo la finestra, lassù in bilico. Ora che lui non c’è, mi pare che dovrei pensare a tante cose, la filosofìa, la politica, la storia, seguo le gazzette, leggo i libri, mi ci rompo la testa, ma le cose che voleva dire lui non sono lì, è altro che lui intendeva, qualcosa che abbracciasse tutto, e non poteva dirla con parole ma solo vivendo come visse. Solo essendo così spietatamente se stesso come fu fino alla morte, poteva dare qualcosa a tutti gli uomini.

Ombrosa non c’è più. Guardando il cielo sgombro, mi domando se davvero è esistita. Quel frastaglio di rami e foglie, biforcazioni, lobi, spiumii, minuto e senza fine, e il cielo solo a sprazzi irregolari e ritagli, forse c’era solo perché ci passasse mio fratello col suo leggero passo di codibugnolo, era un ricamo fatto sul nulla che assomiglia a questo filo d’inchiostro, come l’ho lasciato correre per pagine e pagine, zeppo di cancellature, di rimandi, di sgorbi nervosi, di macchie, di lacune, che a momenti si sgrana in grossi acini chiari, a momenti si infittisce in segni minuscoli come semi puntiformi, ora si ritorce su se stesso, ora si biforca, ora collega grumi di frasi con contorni di foglie o di nuvole, e poi s’intoppa, e poi ripiglia a attorcigliarsi, e corre e corre e si sdipana e avvolge un ultimo grappolo insensato di parole idee sogni ed è finito.

1 commenti:

claclina

questo è uno dei libri più belli, intensi, sconvolgenti e indimenticabili che si possano leggere in tutta la vita.